| 2 ottobre 2013 | 0 commenti

Il governo del Messico incassa gli elogi dei vati dell’economia mondiale e vanta il dinamismo delle sue tre grandi riforme: quella contro gli insegnanti, quella per sottrarre al paese il controllo delle risorse energetiche e quella per aumentare le entrate fiscali senza sfiorare i pilastri di una finanza pubblica ultraliberista. La quarta riforma, però, quella più importante e rovinosa, non suscita alcun interesse nei media nazionali e internazionali. È l’espropriazione della possibilità di autoprodurre il cibo, il mais e la sua cultura in particolare, vale a dire il simbolo di una storia millenaria e della resistenza campesina
maiz

di Gustavo Esteva

Le riforme non sono quello che affermano di voler essere. Per nascondere il loro vero carattere e sconfiggere quelli che vi resistono sono state preparate come campagne di propaganda più che come atti di governo. Mentre l’attenzione del pubblico resta intrappolata in questo gioco mediatico, la più grave e dannosa di queste presunte riforme avanza silenziosamente: la rapina alimentare, la liquidazione del nostro mais e della cultura che ci consente di continuare a essere quelli che siamo.

Non vengono riformate l’educazione, il settore energetico e la finanza pubblica. Si spogliano gli insegnanti di alcuni dei loro diritti e si aumenta il controllo burocratico dell’educazione per poter continuare a smantellarla; si defrauda il paese di una parte delle entrate petrolifere e del controllo delle proprie riforme energetiche per continuare a smantellare Pemex (la società petrolifera statale,ndt) e si modifica il sistema fiscale per aumentare marginalmente la riscossione senza toccare i problemi strutturali delle finanze pubbliche.

Tutto questo, è chiaro, a beneficio di alcuni.

La politica anticontadina adottata dal governo a partire dal dopoguerra sta arrivando al suo punto finale. La convinzione radicata nelle élites è che il paese non potrà modernizzarsi pienamente finché così tanti campesinos e indigeni resteranno legati alla terra. Devono esserne espulsi. Questa politica insensata, che utilizza le fondamenta dell’edificio per costruire il tetto, ha prodotto danni immensi. Una delle sue conseguenze più gravi è la politica orientata a distruggere la cultura del mais in tutti i suoi aspetti.

Attualmente si sta preparando il colpo finale, ancor più grave di quello del 1992, allorché venne riformato l’articolo 27 per gettare gli ejidos (ejido, cioè il particolare regime di proprietà comune della terra, ndt) nel mercato delle terre. Le autorità sono sul punto di approvare autorizzazioni per coltivare il mais transgenico in due milioni e mezzo di ettari.

Possiamo per un momento trascurare l’acceso dibattito sul danno intrinseco di questo tipo di mais. Ciò che più interessa è il disastro che provocherà. Queste coltivazioni contamineranno almeno cinque milioni di ettari nei quali può prosperare solo il mais criollo, quello adattato a certe nicchie ecologiche particolari attraverso millenni di selezione. Estendendovi il mais transgenico, cesserebbe la possibilità di produrvi mais (criollo, ndt). Quello transgenico potrà essere coltivato nell’agricoltura commerciale e in zone appropriate ma non possiede le caratteristiche dei mais criollo adatte a quelle nicchie.

Rendendo impossibile seminare mais in quei milioni di ettari, i contadini si vedranno obbligati a abbandonarle. Si scopre così la ragione dell’operazione. Si potrà compiere più facilmente quella espropriazione di terre che è stata tentata con altri provvedimenti e che incontra una resistenza crescente.

Silvia Ribeiro ha mostrato alcuni giorni or sono, su queste pagine (La Jornada, 11.09.13) l’importanza dei contadini. Ha mostrato che la catena industriale degli alimenti controlla il 70 per cento delle terre, dell’acqua e dei concimi agricoli ma che ciò che produce arriva solo al 30 per cento della popolazione mondiale. Il restante 70 per cento di essa si alimenta di ciò che producono i contadini.

Victor Quintana, da parte sua, ha mostrato che le azioni in corso sono volte a porre la coltivazione del mais sotto il controllo delle multinazionali e in particolare della Monsanto (La Jornada, 27/9/13). Questa operazione incontra crescenti difficoltà negli Stati uniti a causa di un movimento cittadino sempre più cosciente di ciò che essa significa. Oggi probabilmente nel senato statunitense si lascerà morire la legge di protezione della Monsanto, introdotta con sotterfugi in marzo. Per questo l’azienda intensifica le sue azioni in paesi come il Messico, dove ha trovato autorità compiacenti.

Dieci anni or sono la gravità dei danni causati dalla politica ufficiale provocò la campagna Sin maíz no hay país. Senza il mais non esiste il paese, che è tuttora in corso. Essa ha contribuito ad accrescere la coscienza delle persone sulle conseguenze di questa politica, come ha dimostrato ieri con chiarezza la celebrazione della Giornata nazionale del Mais. Contemporaneamente, si estende ovunque la consapevolezza di ciò che significa la minaccia dei transgenici. Mentre si allarga poco a poco nel mondo la proibizione del loro impiego, il governo messicano si mostra invece deciso a promuoverlo.

Ha senso, senza alcun dubbio, esprimere il rifiuto più radicale delle disposizioni che vengono presentate come “riforme” e promettono l’esatto contrario di ciò che provocano in realtà. Tuttavia non si sta dando sufficiente importanza al caso del mais e ai campesinos. In definitiva, seppure con molte difficoltà, potremmo vivere senza petrolio e senza educazione. Ma non possiamo vivere senza alimenti. Se si continuerà a distruggere la nostra capacità di produrli, si creerà la peggiore delle dipendenze, quella dello stomaco, una minaccia reale, quasi compiuta, contro la quale dobbiamo reagire.

 

Fonte: La Jornada

Traduzione a cura di «Camminar domandando».

La rete nazionale messicana in difesa del mais

 

Gustavo Esteva vive a Oaxaca, in Messico. I suoi libri vengono pubblicati in diversi paesi del mondo. In Italia, sono stati tradotti: «Elogio dello zapatismo», Karma edizioni: «La Comune di Oaxaca», Carta; e, proprio in questi mesi, per l’editore Asterios gli ultimi tre: «Antistasis. L’insurrezione in corso»; «Torniamo alla Tavola» e «Senza Insegnanti». In Messico Esteva scrive regolarmente per il quotidiano La Jornada ma i suoi saggi vengono pubblicati anche in molti altri paesi. In Italia collabora con Comune-info.

Gli altri articoli di Gustavo Esteva su Comune-info li trovate QUI.

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