La repressione è un avvenimento particolarmente difficile da evitare per coloro che lottano per la sovversione della società. Quando si lotta per la nostra libertà, ci si ritrova ben presto a scontrarsi con lo Stato e i suoi diversi apparati repressivi: dagli sbirri nelle strade ai tribunali, fino alla prigione.

La possibilità di finire un giorno in carcere è una triste prospettiva con cui dobbiamo sempre fare i conti, in quanto rivoluzionari. Se la repressione colpisce prima determinati compagni, non dobbiamo tuttavia dimenticare che il suo obiettivo non è meramente di imprigionare o di “punire” chi ha oltrepassato certi limiti, ma anche di arrestare o di ostacolare delle dinamiche, delle lotte, dei progetti. È proprio questo aspetto meno evidente che intendiamo trattare qui.

La repressione non è un fatto personale

Quando la repressione colpisce, una delle conseguenze è la reclusione. Allora si corre ai ripari, i problemi non vengono affrontati apertamente, ciò che succede è certamente stato discusso, ma in piccoli gruppi e non pubblicamente, come se la repressione fosse un fatto che non riguarda tutti (non solo gli anarchici, ma più in generale la “società”). Personalmente, penso che questo sia un grave errore, e quando capita qualcosa del genere, è proprio il contrario che dovremmo fare. Nascondere ciò che è diventato un’evidenza non ha senso.
In fondo, la repressione non riguarda solo una una persona o un “fantomatico” movimento anarchico, ma tutta la società, perché mira anche ad intimidire altri potenziali ribelli. Se un compagno viene arrestato, bisogna rompere il tabù di non parlarne, e chissà che, spiegando ciò che sta accadendo, magari anche altre persone “esterne” non simpatizzino col compagno arrestato.

Solidarietà?

Un’altra questione legata alla repressione e che torna regolarmente sul tappeto è quella della solidarietà.

Non fraintendete quanto sto per dire: occuparsi dei compagni in prigione o in difficoltà è necessario, ma il riflesso è in generale differente. La questione di «combattere la repressione» e del sostegno ai compagni coinvolti diventa per molti la priorità cui dedicarsi, dimenticando spesso che quegli stessi compagni, prima di finire in carcere, portavano avanti lotte e progetti, e che quelle lotte e quei progetti possono trovarsi in difficoltà proprio a causa dell’assenza di quei compagni.
Secondo me, la solidarietà consiste anche nel continuare le lotte e i progetti e nel non accettare che si interrompano per l’arresto di qualche compagno. Altrimenti si finisce in un circolo chiuso: alcuni compagni vengono arrestati – lotta contro la repressione – eccetera… e non se ne esce. Non dobbiamo dimenticare che, in quanto anarchici, il nostro fine è la rivoluzione sociale, e che finché esisterà uno Stato esisterà la repressione. E quindi, se intendiamo lottare contro la repressione, bisogna lottare per distruggere lo Stato.

Alleanze?

Quando la repressione colpisce, si parla spesso di spezzare l’isolamento, un principio che in generale condivido. Ma, per molti, rompere l’isolamento significa intessere delle alleanze con altri gruppi più o meno rivoluzionari, che hanno obiettivi totalmente differenti dai nostri. Se noi vogliamo distruggere lo Stato, loro vogliono impadronirsene o riformarlo per impedirne alcuni “eccessi”. La logica seguita è che noi siamo pochi e “vulnerabili”, e che dovremmo conseguentemente cercare “protezione” attraverso il numero. Rompere l’isolamento, in tal senso, significa aprirsi a gruppi politici con cui non abbiamo nulla a che fare in termini di idee.

Rompere l’isolamento è per come la vedo io qualcosa di diverso: piuttosto che aprirsi ad altri gruppi politici, dovremmo cercare simpatia e complicità fra gli oppressi come noi o fra i potenziali ribelli, non presso altre minoranze rivoluzionarie. Da qui l’importanza di aprire dei canali comunicativi (con volantini, manifesti, giornali, iniziative nelle vie) e portare le nostre idee nella strada, col buono e col cattivo tempo.

 

[Dissonanz (Zurigo), n. 33, 3/8/16]

FONTE: finimondo.org

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