Di Gianni Petrosillo

orwell-1984Non sono il solo ad essere critico nei confronti dei cosiddetti indignados e non si tratta esclusivamente dei soliti pregiudizi provenienti da destra i quali, ovviamente, descrivono per tradizione filosofica e opposizione di “corporazione”, come fumo negli occhi le sciocche parole d’ordine della sedizione in bocca ai figli di papà. Fabrizio Rondolino, ex consigliere di D’Alema, ha parlato giustamente di indignados nel ’68 e di padroni oggi.

Perché così sono andate le cose 40 anni fa e tal quali finirebbero odiernamente. Come ho già scritto altrove, se le teste non pensano le battaglie retrocedono a casini di piazza e se gli occhi non vedono il raddoppiamento ideologico che li porta fuori strada le mani colpiscono a casaccio. Forze sprecate da cervelli bacati e braccia sottratte alla vera politica del cambiamento. Così è avvenuto anche a Roma dove il moto di popolo è diventato un tiro all’ obiettivo grosso dei palazzi bancari e delle auto di lusso che sono in verità gli unici bersagli visibili a chi manca di diottrie e dottrine adeguate. Quando è la vivida immaginazione a plasmare le circostanze, si moltiplicano i miraggi e le apparizioni ma si sfuoca la realtà. Così, anziché concentrarsi sui risvolti multipolari della fase geopolitica ci si perde dietro le presenze “spectrali” della finanza e i riti magici dei circoli del capitale. Insomma, gli indignados si rivelano rivoluzionari da sanpietrini con i sassi nella testa pronti ad essere lastricati sulla via della sommossa o per ascendere, ma soltanto i più scaltri tra loro, nelle stanze dei bottoni. Basti pensare ai nomi citati dallo stesso Rondolino, ieri leader della protesta ed ora vermi striscianti nel gotha dei poteri marci della patria: da Paolo Mieli a Gad Lerner. Se una generazione non impara dalla Storia non merita nessun posto nella stessa. Quest’ultima diventa magistra vitae se ascoltata, horror vacui e fossa comune se inesaudita. A tale bailamme generazionale va aggiunto un altro dato poco rassicurante, ovvero che ci sono all’opera in Italia centrali di provocazione e cellule più o meno dormienti di istigazione alla rivolta, tutte di matrice atlantica, che hanno interesse a far precipitare il malcontento per mangiarsi quel poco di autonomia che resta al Paese. Non mi sto inventando nulla, queste notizie mi sono state sussurrate all’orecchio e mi hanno gelato il sangue nelle vene. Indignato avvisato mezzo salvato. Interessante anche quel che scrive il gen. Piero La Porta su Italia Oggi del 15 ottobre e che dovrebbe contribuire a far sgranare gli occhi di fronte alle astuzie del dominio. Uno dei gruppi più attivi degli anni ’70, Lotta continua, stampava le sue notizie rivoluzionarie con inchiostro e carta dell’intelligence statunitense, in una stamperia di David Thorne, attuale ambasciatore americano nel nostro Paese. Il gruppuscolo settario movimentava informazioni riservate e mobilitava le masse con l’ausilio della Cia celandosi dietro i falsi ideali dei soviet supremi della classe. Adriano Sofri, capo di LC, allora soprannominato il piccolo Lenin, oggi fa il megafono della democrazia inveendo sugli stati canaglia avversari degli Usa e perorando i diritti civili che tanto piacciono all’Occidente. Alla bassa statura fisica e politica di Sofri corrisponde una grande arroganza e una ancor più larga sicofanza che rivela il dovuto sulla sua carriera di sicario al soldo dei media ufficiali. Infine, la tremenda giornata romana ha messo in evidenza uno strano immobilismo degli agenti, meno attivi del normale rispetto a disordini di livello elevato. Costoro hanno svelato di aver ricevuto l’ordine di difendersi ma di non attaccare per evitare il morto. Forse ci si aspettava che il martire cadesse tra le file dei celerini per dichiarare l’emergenza totale. Ad avvantaggiarsene non sarebbe stato il Governo Berlusconi ma i suoi detrattori in combutta con i cerchi sovrastrutturali stranieri che ci vogliono, questi sì, morti e sepolti per colpo sinistro e gancio destro. Il mondo si è capovolto ma le orde rivoltose non se ne accorgono perché lobotomizzate dal grande fratello della contestazione. La protesta è reazione, la libertà della globalizzazione è oppressione, i diritti umani rovescio di bombe. Questo è l’antisocing post-owelliano che potrebbe evitarci il colpo di mano.

Conflitti e Strategie

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