Vladimir Odintsov New Oriental Outlook 12/02/2014

56779433_us_pacific_bases_4641Il 5 febbraio il Congresso discuteva della politica verso l’Asia degli Stati Uniti, dando una chiara conferma del percorso intrapreso da Washington e influenzato dai falchi: il passaggio da un approccio equilibrato nella risoluzioni delle dispute territoriali nel Pacifico a una posizione più dura,  comprendente l’uso della forza. L’intento di aggiornare le future risorse attività statunitensi in Asia si riflette nel nome della sottocommissione del Congresso: “Il futuro dell’America in Asia:  riequilibrare la gestione delle controversie sulla sovranità“, confermando la decisione di Washington di passare alla dittatura imperiale in quest’area del mondo, dove negli ultimi tempi gli Stati Uniti hanno regolarmente espresso rimostranze contro la Cina per la recente decisione dell’Air Defense Identification Zone (Adiz) cinese su una serie di isole nel Mar Cinese Meridionale. Secondo rapporti di vari osservatori, una tensione abbastanza evidente nelle relazioni tra i due Paesi è apparsa nei giorni scorsi, nonostante la dichiarazione di Washington della volontà di sviluppare la cooperazione bilaterale con la Cina su una serie di aree. Secondo molti analisti, ciò è in gran parte dovuto al cambiamento della strategia militare degli Stati Uniti e alla sua particolare enfasi sul rafforzamento della presenza strategica nel Pacifico, per contrastare l’espansione cinese in Asia. Il più aspro di tali scontri avviene sulla strategia militare e la concorrenza per l’influenza sulla comunità economica regionale. Il motivo di ciò è chiaro: ogni anno 5300 miliardi di dollari di commercio si svolge nel Mar Cinese Meridionale, con gli Stati Uniti che ne raccolgono 1200 miliardi sul totale.
Una sessione della sottocommissione per l’Europa, l’Eurasia e le minacce emergenti della commissione per gli Esteri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, denominata “La Cina marittima e altre minacce geografiche” del 30 ottobre 2013, fornisce chiara indicazione della crescita del sentimento anticinese nella dirigenza politica statunitense. Tale sessione, presieduta dal deputato Dana Rohrabacher, ha visto un significativo aumento dell’incitamento al confronto militare con la Cina nel Pacifico, nonché la volontà dei politici statunitensi di rafforzare ulteriormente l’espansione degli Stati Uniti in questa parte del mondo e del confronto militare con la Cina, cercando il supporto del Giappone. Nell’udienza alla sottocommissione del Congresso del 5 febbraio, l’assistente del segretario di Stato per gli affari dell’Asia Orientale e del Pacifico, Daniel Russel, ha dichiarato che gli Stati Uniti agiscono contro “i crescenti tentativi della Cina di affermare il proprio controllo sull’area della cosiddetta “linea dei nove trattini” (vale a dire i territori rivendicati dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale)“. Ha aggiunto, “penso che sia imperativo essere chiari su cosa intendiamo quando gli Stati Uniti non prendono posizione sulle richieste concorrenti nella sovranità dei territori controversi nei mari orientale e meridionale della Cina… ma adottano la decisione secondo cui le pretese marittime devono conciliarsi con il diritto internazionale consuetudinario...” Tale affermazione, ripetuta più volte durante l’audizione al Congresso e nel briefing con giornalisti stranieri del 4 febbraio, presso l’Ufficio stampa estera del dipartimento di Stato degli USA, può indicare cambiamenti dei significativi nella politica estera degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico. Prima dell’audizione di Russel, gli Stati Uniti annunciavano ufficialmente la loro neutralità sulle dispute marittime nel Mar Cinese Meridionale, utilizzate dai diplomatici statunitensi soprattutto per negare l’aspetto militare della politica regionale di Washington. La Casa Bianca ora, tuttavia, assume una “posizione forte” sulla questione ed intende utilizzare talune disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), cui gli stessi Stati Uniti non aderiscono, facendo maggiore pressione sulla Cina denunciandone le richieste marittime.
Adattandosi all’adozione di una nuova posizione nella regione del “Pacific Rim”, Washington “aiuta” il governo filippino nel denunciare la Cina al Tribunale internazionale per il diritto del mare (ITLOS), che esaminerà la questione il 30 marzo all’Aja. Tale passaggio, però, è chiaramente collegato alla propaganda militare di Washington contro la Cina, poiché nello stesso giorno in cui Russel testimoniava al Congresso, ilNew York Times pubblicava l’intervista al presidente delle Filippine Aquino che paragonava le rivendicazioni territoriali di Pechino nel Mar Cinese Meridionale con l’occupazione dei Sudeti di Hitler nel 1938, equiparando le attività della Cina con quelle della Germania nazista. A sostegno dell’acceso confronto di Aquino, il 6 febbraio The Atlantic pubblicava un articolo critico sulla Cina. Quando, con la chiara sanzione della Casa Bianca, i media degli Stati Uniti confrontano un Paese con la Germania nazista, appare evidente  che la macchina da guerra statunitense accelera i preparativi della prossima guerra, cui gli ambienti industriali militari sono da sempre interessati. Il “supporto informativo” a tale cambiamento nella politica estera degli Stati Uniti è fornito dai discorsi di numerosi membri del Congresso alle udienze della sottocommissione del Congresso sulle dispute marittime, avutesi la scorsa settimana. Le udienze dei congressisti Ami Bera, Steve Chabot, Randy Forbes, Brad Sherman e molti altri, erano a sostegno della posizione di forza degli Stati Uniti e del confronto con Pechino sui territori contesi nel Pacifico. Nel frattempo, un attivo passaggio della flotta sottomarina statunitense nel Pacifico è in corso, così come l’ammodernamento e l’ampliamento della base militare statunitense di Guam, la maggiore base nel Pacifico occidentale dalla seconda guerra mondiale, anche se l’equipaggiamento militare è già sufficiente per grandi attività militari, secondo numerosi esperti militari. La costruzione di basi militari supplementari sull’isola sudcoreana di Jeju, nelle isole Cocos australiane e l’espansione della base sull’isola Diego Garcia, sono chiaramente nell’interesse del Pentagono. Singapore ha già dato il permesso per l’uso della base navale di Chang, migliorando il controllo sulla Stretto di Malacca, attraverso cui l’80% delle importazioni di petrolio cinesi passano…
In tali circostanze, la vera agenda delle visite del vicepresidente statunitense Biden e del vicesegretario di Stato William Burns nella regione diventa ancor più chiara, così come quella delle prossime visite del segretario di Stato John Kerry, del ministro della Difesa Chuck Hagel e di  altri alti funzionari statunitensi. L’equilibrismo politico degli Stati Uniti nel Pacifico cambia radicalmente.

001ec949c22b12687e5511Vladimir Odintsov, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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