“Il libero mercato è pianificato, è la pianificazione che non lo è”. Si tratta forse di una delle affermazioni più sintetiche ed incisive mai proferite al fine esprimere le ragioni antropologiche del danno che l’utopia del libero mercato ha provocato negli ultimi decenni. Essa si deve a Karl Polanyi, sociologo ungherese scomparso nel 1964 la cui maggiore opera, La grande trasformazione, dovrebbe essere suggerita come un vaccino intellettuale da somministrare a tutti quei giovani che si accingono a proseguire i loro studi in un dipartimento di Economia mainstream. Ovvero in uno di quei dipartimenti in cui si studia la logica del funzionamento esatto di una società che non esiste, e che non potrà mai esistere.

Le osservazioni antropologiche e storiche di Polanyi, infatti, non mettono solo in luce come la supposta naturalità delle leggi del mercato puro non regge il confronto con “ciò che è stato sempre storicamente ‘spontaneo’ fare nelle varie fasi culturali umane” al fine di mantenere un certo livello di coesione e benessere sociale. Esse ci fanno anche riflettere sul fatto che, essendo il relazionarsi umano primariamente basato su fattori come l’aspettativa reciproca, il nutrimento dell’identità personale degli individui e l’utilizzo di genuine risorse naturali (tre valori materialmente imprescindibili l’uno dagli altri), ogni logica che tenda a mettere in secondo piano il funzionamento di tali elementi è destinata de facto al fallimento sociale.

Se il mercato stesso, la produzione e lo scambio sono funzione di questi istinti imprescindibili non è nella pratica possibile, in altre parole, determinare i salari dei lavoratori solamente allo scopo di bilanciare la competitività di diverse unità produttive, come la logica del libero mercato vorrebbe. Vi è un continente sommerso che ha a che fare con la realtà delle interazioni umane e con ciò che agisce veramente sulla felicità stabile di queste interazioni, e che viene semplicemente ignorato dalla logica astratta del liberismo.

La forza-lavoro considerata come merce, infatti, argomenta Polanyi, è una illusione (o un errore ontologico, potremmo dire) poiché ciò che esiste nella reale società umana è, prima di tutto, l’individuo che lavora con le sue aspettative circa i suoi simili, la sua identità e i suoi bisogni legati ad essa. Se sottrai all’individuo la possibilità di esprimere socialmente la pienezza della sua persona (e, quindi, la possibilità di vivere un’esistenza serena o di procurarsi da altri individui i beni che la sua cultura attuale reputa necessari per essere appagato), ciò che ottieni è una reazione più o meno violenta da un lato e lo smantellamento delle aspettative reciproche degli agenti economici dall’altro, ovvero delle aspettative che i produttori hanno di avere in futuro persone che possano permettersi economicamente di soddisfare i propri bisogni spendendo il loro reddito.

Una società basata sul valore della mutualità e formata da relazioni reciproche complesse ed imprevedibili circa i potenziali soggetti coinvolti di volta in volta nella relazioni stesse manifesta quindi una necessità logica e antropologica ineliminabile. Questa necessità ci dice che si può tendere a massimizzare il benessere di tutti solo se non vi sono squilibri di ricchezza che compromettono l’aspettativa di uno scambio fruttuoso per tutte le parti coinvolte. Se questa è compromessa in un certo punto del sistema, è quasi impossibile calcolare il contagio delle cattive aspettative reciproche e la conseguente diffusione del mutuo impoverimento di produttori/consumatori.

Il risultato di una considerazione a 360° dell’umanità delle relazioni di mercato rendono poco sorprendente il fatto che le crisi siano sempre state conseguenza di una grande polarizzazione della ricchezza. Ancora più sorprendente rimane il fatto che il neo-liberismo trascuri questo banale fatto sociale, per cui gli scambi devono in primis essere considerati come un’estrinsecazione dei sentimenti umani e non tramite una semplice logica aritmetica per la quale conta solo il riequilibrio della competitività di prezzo.

Non è un caso che la forza lavoro sia il primo dei tre elementi che Polanyi legge come irriducibili alla logica della merce, perché intrinsecamente funzionanti tramite le tre categorie fondamentali per la socialità e felicità umana sopra enunciate.

Il secondo elemento è la natura, che non può essere sfruttata in maniera indiscriminata senza causare turbolenze sociali ed ambientali. In questo modo Polanyi, oltre a dare una visione del mercato che giunge forse ai temi cari ai keynesiani (ma tramite un discorso storico-antropologico), anticipa persino i temi dell’ecologismo.

Il terzo elemento che solo per finzione può essere ridotto ad una merce è il denaro. Anche qui le parole di Polanyi sono più che attuali. L’erogazione di denaro (o credito) è un qualcosa che concerne la scelta spiccatamente politica circa quali attività e personalità la comunità nel suo intero abbia convenienza di finanziare, e non può essere alla mercé di logiche di profitto o rischio individuali, come avviene nel finanziamento degli schemi Ponzi oppure nell’avversità al rischio degli istituti privati di credito.

Il credito può essere solo illusoriamente ridotto a merce perché, ogni volta che tale incosciente tentativo di “pianificare” la sua indipendenza come merce prende il sopravvento, il significato politico e sociale del credito stesso, il suo essere strutturalmente incastonato nei valori etici, religiosi, comunitari di una società riemerge con i danni sociali che conosciamo. Riemerge non a causa di una qualche programmazione, ma perché è ciò che spontaneamente accade nella struttura sociale umana. La differenza è che, se si crede di poter ignorare il radicamento del credito nei valori comunitari, tale sua natura non viene opportunamente gestita dalla politica.

Quando si parla della funzione del tasso di cambio di una valuta nazionale, invece, è apparentemente più difficile discernere concettualmente tra quale situazione rifletterebbe una “fede nell’indipendente meccanismo del mercato” e quale un “riconoscimento della necessità di gestire l’inevitabile coinvolgimento del mercato in meccanismi sociali diversi”. A rigor di logica, agganciare il proprio cambio ad un rapporto fisso con quello di altri paesi potrebbe essere concepito – indipendentemente dal fatto che questa sia o meno una buona idea – come una mirata gestione di uno strumento, il proprio mezzo di scambio commerciale, che altrimenti assumerebbe il proprio valore soltanto in accordo ad una logica di mercato.

D’altra parte, l’opportunità di far fluttuare o modificare il proprio tasso di cambio è chiaramente uno strumento politico essenziale per ammortizzare gli squilibri dovuti all’abnorme importanza del commercio globale e del concetto di merce rispetto a quello di tutela sociale e dei rapporti di fiducia nei contesti locali. Infine, gli stessi fautori del libero mercato tendono a vedere lo strumento del cambio fluttuante come un congegno poco legittimo perché esterno alle regole del mercato pure per le quali la propria situazione si può legittimamente migliorare soltanto agendo sull’efficienza del proprio produrre merci. Ovvero aumentando la propria produttività e/o facendo oscillare le proprie retribuzioni – trascurando il fatto che queste due caratteristiche sono già condizionate da altre tipologie di legami interpersonali che la loro logica astratta non può adeguatamente comprendere e curare.

In linea generale, si potrebbe stabilire che la differenza tra una filosofia “di mercato” ed una “à la Polanyi” riguardo alla gestione del tasso di cambio sta non tanto in una specifica politica valutaria bensì nella consapevolezza di dover di volta in volta impostare questa politica verso un obiettivo preciso, evitando di adagiarsi su affermazioni quali “il problema giace nella corruzione delle istituzioni”, “il problema sta solo nella bassa produttività” e “l’Euro è solo una moneta”.

Polanyi è stato brillante nella sua analisi dell’ideologia liberista alla radice del Gold Standard, delle sue conseguenze sulla deflazione e sulla tensione fra gli Stati che sfociò nelle due guerre mondiali. L’Euro non sta facendo altro che far sfogare l’inevitabile radicamento della logica del mercato dentro i valori sociali tramite reazioni inadeguate come il Quantitative Easing e la crisi di domanda. È impossibile fare a meno di questo radicamento: si possono solo scegliere gli strumenti giusti per gestirlo, e la leva del cambio è essenziale per equilibrare la fiducia reciproca nella convenienza di produrre e fare impresa.

Allo stesso modo il Gold Standard, al fine di sopravvivere, provocò delle risposte in acuto contrasto con l’ideale di libero mercato globale che voleva perpetrare. Chiudiamo perciò con una disamina di Polanyi delle conseguenze paradossali di tale sistema economico che, come l’Euro, tentò di imbrigliare per sempre la politica valutaria avendo fede nell’impossibile auto-riequilibrarsi del libero mercato: «Nonostante tutti fossero d’accordo che valute stabili dipendessero in fondo dalla libertà di commercio, tutti tranne i liberoscambisti dogmatici sapevano che avrebbero dovuto essere prese immediatamente misure che avrebbero inevitabilmente ristretto il commercio e i pagamenti esteri. Quote d’importazione, moratorie, accordi di sospensione, sistemi di compensazione e accordi bilaterali di commercio, sistemi di baratto, embarghi su esportazione di capitali, controllo su commercio estero e fondi di stabilizzazione del cambio si svilupparono nella maggior parte dei paesi per affrontare lo stesso genere di circostanze. Ma così l’incubo dell’autosufficienza perseguitava i passi fatti per proteggere la propria valuta. Se l’intento era la liberazione del commercio, l’effetto fu il suo strangolamento» (La grande trasformazione, trad. it. Einaudi, 2000, p. 28).

di DOMENICO CORTESE (JOSH MIRANTE)
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