Nella sua recente visita al Bundstag (Germania) Draghi è tornato per spiegare la sua politica sostenendo che gli stimoli espansivi della Bce hanno fatto risparmiare 28 miliardi alle banche tedesche sotto forma di minori tassi d’interesse. Anche se Schauble (ministro finanziario tedesco) aveva opposto una strenua resistenza alle invadenti politiche “liquide” di Draghi perché così facendo aiutava il partito populista di Alternative fur Deutschland e non solo

E qui si tocca un punto fondamentale della politica della Bce. Al fondo del dissidio tra Berlino e Draghi c’è il problema che si tende a derogare alla regola del “capital key” ossia al peso economico degli stati membri che determina la quantità di titoli pubblici che la Bce può comprare da ognuno attraverso il Qe(Quantitative easing). Un aspetto questo dove la Bundesbank ha mostrato tutto il suo dissenso per il Qe sostenendo che l’acquisto del debito degli Stati membri nell’euro zona nella misura di 230 miliardi di titoli tedeschi di 185 miliardi di titoli francesi e di 140 miliardi di titoli del debito pubblico italiano e 120 miliardi per la Spagna ha indebolito enormemente nell’insieme l’intera Europa.

E’ risaputo quanto Draghi con le sue politiche abbia ridotto ai minimi termini il rendimento del risparmio e quanto le banche abbiano difficoltà a fare profitti con il credito alla clientela e ciò nonostante la Deutsche Bank si sia molto giovata dei bassi tassi d’interesse per rifinanziare le multe salate degli Usa facendo seguito alle sanzioni nei confronti della Volkswagen.

Quello che è mancato in modo clamoroso è un programma di investimenti da realizzare mediante le banche; la somma totale che le istituzioni finanziarie hanno ottenuto dalla Bce per finanziare i propri investimenti è la cifra irrisoria di 120 miliardi a fronte di circa più di mille miliardi investiti nel tentativo di tenere liquido l’intero sistema e quindi sostanzialmente soltanto un 10% circa come risultato ottenuto dalle banche per operare nel mercato dei capitali.

Ma a questo punto una domanda corre d’obbligo. Come è possibile che a fronte di un Qe così massiccio e pervasivo che ha interessato tutte le economie europee si riscontri un misero investimento per lo sviluppo di soltanto 120 miliardi, cioè una montagna di soldi che partorisce un topolino.

Quello dello sviluppo è un tema grosso per l’intera Europa che dopo la grande crisi finanziaria 2007-08 non è più riuscita non solo a crescere a livelli accettabili ma ha avuto un andamento completa decrescita a cui è seguito un affossamento inesorabile . Né è servito ad alcunché il tentativo di Draghi di rilanciare a più riprese il Qe, poi risultato impossibile di uno sviluppo minimamente produttivo, con l’unico effetto visibile di una deflazione che attanaglia inesorabilmente l’intera economia senza alcuna possibilità di scampo e con un depotenzionamento dell’Europa fino ad un suo sfinimento ad oltranza.

E qui sta la potenza Usa che emerge in tutta la sua grandezza: da un lato schiaccia e relega all’angolo l’Europa, dall’altro risulta l’elemento fondante di ogni sua strategia.

Il vulnus è che la UE è puro strumento degli Usa e non ci si deve battere per la semplice uscita da essa e nemmeno tentare una sua riforma. Può essere decisiva la ripresa di una certa politica con un indirizzo deciso verso un autonomia nazionale, sulla base di una indipendenza dagli Usa, oltre ad un diverso sistema di regolazione di contatti internazionali in grado di mettere in crisi il dominio americano.

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