di Michele Paris

La nuova esplosione degli scontri tra le forze di sicurezza israeliane e la popolazione palestinese è coincisa con gli sforzi in atto per riparare le relazioni tra Tel Aviv e Washington dopo le frizioni tra le amministrazioni Obama e Netanyahu, principalmente attorno all’accordo sul nucleare iraniano.

Le violenze registrate da alcune settimane sono le più gravi da svariati anni a questa parte e sono state alimentate in parte dal possibile cambiamento dello status del sito di Gerusalemme Est che ospita la Moschea di al-Aqsa – la Spianata delle Moschee – il luogo più sacro dell’Islam al di fuori dell’Arabia Saudita.

In particolare, a scatenare quella che in molti vedono come una nuova rivolta palestinese sono stati i timori che Israele potesse prendere la decisione di consentire agli ebrei di pregare sul sito che questi ultimi chiamano “Monte del Tempio” e che, secondo la religione ebraica, ospitava appunto due templi biblici andati distrutti.

Secondo il trattato di pace siglato tra Israele e Giordania nel 1994, gli affari religiosi in quest’area sono amministrati dai musulmani, mentre gli ebrei hanno facoltà di recarvisi ma non di pregare. Netanyahu, da parte sua, di fronte alla reazione palestinese ha affermato di volere mantenere lo status quo, anche se il tradizionale disprezzo delle regole di Israele rende più che legittima una certa diffidenza.

Al di là dei motivi immediati che li hanno scatenati, gli incidenti sono comunque il risultato inevitabile delle politiche repressive di Israele, assieme alle condizioni di vita con cui i palestinesi sono costretti a fare i conti quotidianamente.

Le tensioni, in ogni caso, sono esplose con una serie di atti di violenza, caratterizzati da sporadici attacchi di palestinesi e, soprattutto, dalla consueta durissima repressione delle forze di sicurezza di Israele. Dall’inizio di ottobre, più di quaranta palestinesi sono stati uccisi, spesso in maniera arbitraria e, secondo molte testimonianze, senza che le vittime rappresentassero una reale minaccia. Gli israeliani che hanno perso la vita nello stesso periodo di tempo sono invece otto.

Particolare impressione continuano a suscitare le notizie relative alla sparatoria del fine settimana in una stazione degli autobus nella città di Beersheba, nel sud del paese. Qui, un individuo armato ha ucciso un soldato israeliano e ferito una decina di persone prima di essere a sua volta ucciso.

Le forze di sicurezza hanno risposto al fuoco uccidendo anche un immigrato eritreo che, secondo la versione ufficiale, era stato inizialmente identificato come il secondo attentatore ma che, in realtà, nulla aveva a che fare con l’attacco armato e non aveva nemmeno tenuto alcun comportamento sospetto.

Lunedì, le autorità di Tel Aviv hanno diffuso la notizia che il primo attentatore ucciso era un cittadino arabo beduino di Israele, nonostante questa popolazione, gravemente penalizzata dalle politiche di apartheid israeliane, molto raramente risulta protagonista di episodi di violenza.

Negli ultimi giorni, intanto, è scoppiata una polemica diplomatica in seguito alla richiesta presentata all’ONU da parte dei palestinesi per il dispiegamento di una forza internazionale di protezione nell’area in cui sorge la Moschea di al-Aqsa. La Francia, a sua volta, ha sostenuto una risoluzione simile che è stata però nettamente respinta da Tel Aviv, con il governo israeliano che ha addirittura convocato l’ambasciatore di Parigi per esprimere la propria contrarietà alla proposta.

Com’è evidente, Israele non intende cooperare con l’ONU o gli stessi governi europei in questo senso per non dovere convivere con l’ostacolo di una presenza che, in teoria, costringerebbe il gabinetto Netanyahu e le forze di sicurezza al rispetto del diritto internazionale.

Gli Stati Uniti hanno anch’essi bocciato l’idea di una presenza internazionale nella Spianata delle Moschee, come ha affermato il segretario di Stato, John Kerry, alla vigilia di un incontro prima con Netanyahu in Germania e in seguito con il presidente palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), e il re di Giordania, Abdullah.

Lo stesso Kerry ha invitato le due parti a evitare un’escalation del conflitto, utilizzando come al solito toni molto cauti, visto il potenziale esplosivo della situazione anche in rapporto alla necessità di non aprire un ulteriore fronte in Medio Oriente mentre sono in corso gli sforzi per cercare di rovesciare il regime di Assad in Siria.

Anche se nuovamente impegnati in una violenta repressione dei palestinesi, gli israeliani hanno comunque incassato ancora una volta il sostanziale appoggio degli USA. Anzi, dopo le tensioni tra Obama e Netanyahu, soprattutto a causa dell’accordo sul nucleare iraniano, i segnali degli ultimi giorni indicano un tentativo di pacificazione.

In questo quadro, significativo è stato l’incontro di domenica a Tel Aviv tra il primo ministro di Israele e il nuovo capo di Stato Maggiore USA, generale Joseph Dunford, alla sua prima visita all’estero da quando ha assunto l’incarico a inizio ottobre.

I due hanno discusso di un pacchetto di aiuti militari da destinare a Israele per un decennio a partire dal 2017, quando terminerà l’attuale programma di forniture da tre miliardi di dollari all’anno. Il nuovo pacchetto dovrebbe essere aumentato ad almeno 3,7 miliardi di dollari ogni dodici mesi e, secondo le assurde motivazioni ufficiali, compensare l’accresciuta minaccia che l’Iran potrebbe rappresentare per Israele dopo che le sanzioni internazionali saranno cancellate.

I negoziati tra Washington e Tel Aviv erano stati congelati da Netanyahu mesi fa proprio in seguito ai falliti tentativi del premier di far naufragare la trattativa con la Repubblica Islamica. Il dialogo tra Israele e Stati Uniti proseguirà nelle prossime settimane, con il ministro della Difesa, Moshe Yaalon che sarà nella capitale americana a fine mese, mentre lo stesso Netanyahu verrà ricevuto alla Casa Bianca da Obama il 9 novembre.

Il consolidamento dei rapporti tra i due alleati è ribadito anche dall’inaugurazione della tradizionale esercitazione militare denominata “Blue Flag” che va in scena due volte all’anno. In questa occasione, “i partecipanti avranno la possibilità di provare la pianificazione e l’esecuzione di operazioni aeree di vasta portata”.

Per il generale Dunford, in definitiva, nonostante “gli alti e bassi” del rapporto tra USA e Israele, “le relazioni militari sono rimaste salde” e “le sfide che dovremo affrontare, le affronteremo insieme”.

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