In natura tutto si consuma. Un fisico direbbe che tutto tende al disordine, un produttore di alimentari che tutto deperisce e un restauratore che tutto si logora. Ma un banchiere è contro natura: lui direbbe che tutto rende. Basta saperlo investire! Un sistema perverso, che ostacola i consumi e premia il guadagno basato sull’improduttività.

Portare all’eccesso la produzione può non essere popolare, può non essere eco-sostenibile, ma ostacolare la produzione e l’impiego di certo sono un’aberrazione dell’economia, e un’economia aberrata non favorisce la scoperta e l’impiego di nuovi mezzi ecosostenibili.
Il denaro dovrebbe PERDERE VALORE e non acquisirlo. Sembra un concetto strano e paradossale, ma di per sé velocizzerebbe i consumi, facendo girare l’economia. Maggiore spesa, a parità di circolante, significa maggiore produzione, che come abbiamo visto in precedenza è la vera ricchezza. Ci sarebbe anche più giustizia, in quanto si arricchirebbero coloro che danno un effettivo contributo alla società, non coloro che generano denaro da altro denaro, senza alcun contributo personale. Gran parte dei guadagni oggi avvengono con la speculazione. Il capitale è un ottimo strumento per finanziare l’impresa, ma come abbiamo visto, gli interessi negativi non sono un vantaggio a lungo termine. Il rispamio in realtà frena i fattori economici reali basati sullo scambio di beni e servizi. Il potere diventa sinonimo di denaro e non di capacità. Basta possederlo e si decidono le sorti della società; si decidono le guerre, che carburante usare, l’hamburger più buono e la prossima moda. Le doti e l’impegno, quando si possiede il capitale, non servono più a niente.
Il capitalismo è basato sul capitale e, per quanto strano possa sembrare, non è così diverso dal comunismo, dato che il punto di forza di entrambi è la vanificazione dell’impegno personale e la vilificazione delle capacità personali. Non specula solo il trader, comprando e vendendo bit digitali, ma anche il capitalista. La società produce, ma lui non fa altro che investire capitale. Al resto pensano il managment, stuole di bravissimi avvocati o ingegneri espertissimi. Chi gestisce il capitale ha un solo obiettivo: il profitto. Una cultura perversa che domina il pensiero economico di oggi e si riflette nei modelli sociali e politici. La meritocrazia è diventata una parola arcaica. Si passa attraverso la famosa “gavetta” per meritarsi un posto di responsabile, dove finalmente si possono far lavorare gli altri. Glielo ha insegnato il capitalista. Ma un capo-gruppo dovrebbe mantenere una produzione elevata per meritarsi uno stipendio elevato. Un bravo responsabile sa occuparsi delle persone, così come un bravo muratore sa occuparsi di calce e cemento. E’ corretto che il primo guadagni di più, ma non aspettatevi mai di vedere, anche se per brevi periodi, un superiore guadagnare  meno di un sottoposto. Eppure se lo merita quando non produce. Lo stipendio nella nostra società non è determinato dalla produttività, ma quasi esclusivamente dal livello gerarchico.
Senza alcun incentivo, l’economia diventa una macchina arrugginita. I dipendenti possono starsene con le mani in mano, perché ogni mese ricevono lo stesso stipendio. Uno degli effetti più beffardi di tutto questo è il moltiplicarsi del numero di lavoratori precari.

Potremmo in sintesi dire che:

“Ciò che premia e favorisce la produzione individuale, incentiva l’economia nel complesso e genera ricchezza collettiva, mentre ciò che premia la speculazione o la generazione di capitale da altro capitale, senza un contributo personale, a lungo termine conduce ineluttabilmente alla rovina”.

Si tratta di avere la vista corta. Lo stesso modo di pensare del ladro, che con la rapina pensa di farla franca, senza considerare che prima o poi la polizia lo acciufferà.

Ma come può esistere un sistema economico senza investimenti? Non esisterebbero spa e non si potrebbero abbattere i costi necessari alla produzione su larga scala, non avremmo tecnologie d’avanguardia e l’abbondanza cui siamo abituati. Ecco un altro mito! L’errore fondamentale è permettere una rendita a chi è esterno all’azienda o a chiunque non dia un effettivo contributo. Se la stessa rendita premiasse lavoro e produzione, i lavoratori avrebbero più denaro e la produzione verrebbe incentivata. Persino gli speculatori dovrebbero rassegnarsi a produrre qualcosina. Non ci sarebbe alcuna resa matematica, prodotta da una formula di interesse nella memoria di un computer. Avremmo una società sana, dove i ricchi sarebbero tali perché danno un effettivo contributo personale e diretto alla società, e dove l’accumulo sarebbe possibile, ma dove niente sarebbe eterno.
Sapete invece quanto paga di tasse uno speculatore? Il 12,5 percento sui ricavi in borsa e praticamente nulla sui ricavi derivati dai mercati valutari. Un imprenditore invece può tranquillamente arrivare al 70 percento. Perché non tassare di più gli speculatori e di meno gli imprenditori, dato che sono i secondi a produrre? Secondo il Wall Street journal del 20 ottobre 2003, in Italia l’aliquota marginale media (cioè l’imposta massima corrispondente allo scaglione di reddito dichiarato) è il 64 percento. [4]

Gli interessi positivi sono tanto controproducenti quanto quelli negativi. Ma come si eliminano gli interessi positivi? Con una moneta deperibile, che perde valore come ogni altra cosa in natura. Più passa il tempo, minore è il suo valore. Diventeremmo tutti quanti più poveri? Direi proprio di no, perché verrebbe incentivata la produzione da un lato e la spesa dall’altro. La gente sarebbe incentivata a spendere il denaro che altrimenti perderebbe valore. Proprio come ogni cosa che compra. Una casa dopo 50 anni può perdere gran parte del valore, senza una restaurazione. Si tratterebbe di decidere se perde meno valore la casa o il denaro.
La perdita di valore sarebbe pur sempre un interesse negativo, ma di natura diversa da quello considerato sin ora. Si tratterebbe in verità di una tassa, che anziché colpire la produzione colpisce il denaro stesso. La produzione non verrebbe rallentata, ma incentivata. Il reddito derivato dalla produzione sarebbe quindi tassato di meno e “fare impresa” sarebbe più facile. La conseguenza inevitabile di tutto questo è una società molto più ricca e meritocratica. Non vi piacerebbe?

Un esperimento era stato effettivamente condotto nel 1931 a Woergl, una città del Tirolo, dove il sindaco, per risolvere una forte depressione, decise di battere una moneta deperibile, sulla base delle idee dell’economista tedesco Silvio Gesell. L’idea sembrò funzionare e il paese, che da anni non aveva introiti, riuscì ad asfaltare strade e a fare moltissimi lavori pubblici. La moneta fu abolita nel 1933, su ordine della Banca Nazionale Austriaca, perché contraria al monopolio della Banca Centrale.
L’unico difetto di questo esperimento era il bollo da applicare mensilmente. Molto più pratico, per un’applicazione su larga scala, un metodo automatico di tassazione.

Per uscire dalla Matrix Economica non basta comprendere il denaro, il cammino è ancora lungo: bisogna ora comprendere le persone e la società.

Fonte: http://www.altraconsapevolezza.it/?p=480

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