Supponiamo vogliate aprire un’azienda e non abbiate un soldo, la prima cosa da fare è rivolgersi a una banca per un prestito. Gli economisti sono pronti a scommettere che senza credito, senza obbligazioni e senza strumenti finanziari, la crescita odierna sarebbe impossibile. Si cerca di mettere il turbo all’economia e si crea ricchezza e lavoro. Dopotutto è con il credito che si esce dalle crisi.

Ma qualcuno si è mai chiesto quali sono le conseguenze a lungo termine? Una potente medicina può curare un paziente, ma un abuso può ucciderlo.

Un esempio chiarirà le idee: supponiamo che in un piccolo stato siano in circolazione soltanto 100 dollari e che i cittadini comincino a prestarseli a vicenda. Arrivati a 100 dollari di prestiti, devono rendere anche 10 dollari di interessi, quindi 110 dollari. Dove prendono i 10 di interessi per estinguere i debiti, se non ci sono?
Il problema è apparentemente senza soluzione. In teoria, come è possibile fare un nodo a una corda, è possibile scioglierlo, ripetendo l’operazione a ritroso. In pratica, gli interessi continuano ad aumentare, fino a superare il punto di non ritorno. A quel punto, qualsiasi azione per far riprendere il mercato non fa che ingarbugliare ancora di più la corda. Non solo i cittadini, ma anche gli stati sono finiti nella trappola.

La faccenda è persino più perfida, se consideriamo che il denaro prestato viene letteralmente creato dalle banche. Non sono io a dirlo e per una conferma basta collegarsi al sito della Banca Nazionale Svizzera, dove il meccanismo è spiegato in maniera chiarissima: “Le banche ricevono il denaro dei risparmiatori per prestarlo ai debitori. Con quest’attività di intermediarie del credito, le banche creano nuova moneta”. (http://www.snb.ch/i/welt/portrait/banks/4.html) [1] Più avanti c’è un esempio: “La banca le presta 16’000 dei 20’000 franchi che il risparmiatore ha versato. L’importo è accreditato sul conto dell’impresa. Cosa significa questo per la quantità di moneta? Sul conto del risparmiatore continuano a figurare 20’000 franchi. L’impresa debitrice dispone di 16’000 franchi. La quantità di moneta è quindi aumentata di 16’000 franchi”.

Sembra la moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma è così che funziona il sistema economico. Ovviamente, come può essere creata, la moneta può essere distrutta nel momento in cui il prestito viene saldato.
Il processo comunque può ripetersi senza fine.  Il destinatario del prestito pagherà un rivenditore di auto e quest’ultimo si rivolgera alla banca per il versamento. La banca a quel punto sarà in grado di prestare lo stesso denaro. L’unico vincolo è la riserva frazionaria, che impone alle banche di mantenere una percentuale di attività facilmente liquidabili.

La massa monetaria aumenta e diminuisce. Quando aumenta, a PIL costante, si ha inflazione.  Se  le mele sono 5 e i dollari pure, il costo unitario è un dollaro; quando i dollari raddoppiano, il costo raddoppia.

Qual è l’effetto sulla società? Un fondo non esiste, l’unica via d’uscita è altro debito, in un circolo vizioso senza fondo. Il primo effetto negativo è l’aumento dei costi, determinato dagli interessi, per cui i produttori aumentano i prezzi. La formula di interesse è completamente disarticolata dal mercato reale e teoricamente senza limiti; nuovo credito viene immesso sul mercato per coprire gli interessi, con la produzione di nuovo debito. Questo processo può continuare all’infinito. L’inflazione, nella realtà, si basa quindi su un meccanismo perverso di rarefazione monetaria. E’ come se avessimo cinque mele e dieci dollari, ma le mele, per uno strano sortilegio, invece di costare due dollari, costassero tre dollari. Le mele ci sono, ma non tutti possono comprarle.
I costi aggiuntivi degli interessi (che si tratti di prestiti bancari o obbligazioni) costringono le aziende a tagliare i costi. Così si spiegano i prodotti di scarsa qualità che si rompono appena comprati, l’uso di pericolosi ma economici additivi chimici, lo sfruttamento del personale, gli straordinari non pagati, gli orari impossibili, il precariato, la delocalizzazione in Asia, l’assunzione di immigrati illegali, i tagli di personale, etc.
L’economia è frenata e i consumi diminuiscono. Questo significa che le aziende producono di meno e sono costrette a licenziare altro personale. Sempre meno lavoro e più crisi si susseguono in un circolo vizioso. Dunque si “droga” la società, iniettando un altro po’ di credito (abbassando i tassi di interesse o in altri modi) e l’economia riparte. Ma la crisi successiva è ancora peggiore e questa volta si deve “drogare” la società ancora di più per tenerla a galla. Vi suona famigliare tutto questo?
Ovviamente in una società dove il lavoro è scarso, le aziende hanno il coltello dalla parte del manico e possono imporre ogni genere di condizioni ai lavoratori, che quindi hanno paura di manifestare i propri diritti.

Ma se gli interessi sono un costo, che dire allora delle tasse? Anch’esse, se eccessive, frenano l’economia. Ma diventano davvero pressanti, solo quando il debito pubblico è fuori controllo. Si stima che ben il 22 per cento delle nostre tasse servano a pagare gli interessi sul debito, una cifra che si aggira intorno a 80 miliardi l’anno. [2]
Si potrebbe obiettare che le tasse per pagare il debito non siano un effettivo freno, dato che i soldi tornano nelle nostre tasche attraverso i titoli di stato. Non c’è dubbio, ma il problema sorge quando si aggiunge un costo a chi produce e si premia chi specula, generando denaro da altro denaro, con titoli di carta. E sono proprio gli incentivi a guidare l’economia.

Oppresso dal debito, il governo riduce la spesa: questo significa minore produzione o tagliare fondi ai servizi pubblici e alle scuole, ridurre le pensioni, lasciare che ponti e strade vadano a pezzi o privatizzare le proprietà pubbliche, svendendole. Le industrie, oppresse dal fisco, evadono e assumono  personale in nero. Il governo allora aumenta ulteriormente le tasse, frenando ancora di più la produzione. Come può l’economia funzionare?

L’economia deve produrre non solo per sé stessa, ma anche per coprire i costi aggiuntivi e parassitari. Comincia a delinearsi una legge naturale fondamentale:

“I costi aggiuntivi (quali gli interessi) sono il principale freno dell’economia”.

Vi siete mai chiesti perché si insiste tanto sulla crescita perpetua? Perché se il PIL smette di crescere non si riescono a pagare gli interessi e per effetto domino l’intera società collassa in una profonda crisi.

La medicina è naturalmente una potente droga chiamata credito. L’economia si rialza stremata e comincia a correre all’impazzata. La volta successiva ne servirà una quantità maggiore e poi una ancora maggiore. Come ogni medicina, può controllare i sintomi, ma un uso prolungato può esporre a pericolosi effetti collaterali a lungo termine. Alla fine il vero cancro risulta essere l’antidoto stesso.

Il primo effetto collaterale è l’aumento dei prezzi, il secondo la riduzione del potere di acquisto degli stipendi. Ma se i prezzi aumentano, gli stipendi dovrebbero aumentare, altrimenti chi compra? Il problema è che l’aumento dei costi provoca questi due fenomeni, apparentemente in antitesi. La scienza economica insegna che l’inflazione è proporzionale all’aumento di moneta, a parità di produzione. Ma il processo è stato invertito: anziché aumentare gli stipendi che farebbero salire i prezzi con l’aumento di domanda, salgono prima i costi, che costringono le aziende ad aumentare i prezzi per non andare in perdita. Allo stesso tempo tagliano gli stipendi, che non sono altro che uno dei costi.

Per avere prezzi stabili, la quantità di moneta dovrebbe essere proporzionale alla produzione. Questo non avviene mai, perché l’unico modo di pagare i debiti è crearne di nuovi. Tutta la moneta viene emessa a debito e la conseguenza inevitabile è l’inflazione.
Il ciclo è invertito: non è la produzione a stabilire la moneta da immettere, prima si crea la moneta e dopo si tenta di far ripartire la produzione. Dato che il processo si basa sul debito, a lungo termine non si farà che fermare l’economia. Si crea la singolare situazione in cui la moneta scarseggia, ma i prezzi continuano ad aumentare: la cosiddetta stagflazione.
Ignorando completamente questo meccanismo, ci chiedono di consumare di più per far ripartire l’economia, che è un po’ come chiedere a un muto di parlare di più. Nessuno si chiede se consumiamo per produrre o produciamo per consumare. Si tratta, ancora una volta, di comprendere la funzione della moneta: un mezzo, non un fine. Affermare che la moneta è insufficiente è come dire che mancano chilometri per costruire strade. Ma l’obiettivo di chi detiene il potere è proprio quello di creare scarsità, così la moneta diventa uno strumento di controllo, anziché un mezzo per distribuire risorse e ricchezza secondo i meriti.

Perché le imprese non possono produrre di più da subito? Hanno manodopera disoccupata da impiegare, un sacco di clienti che vorrebbero consumare di più, un managment che prospetta solo profitti ed espansione. Chi li sta fermando? La risposta è nel denaro stesso. Il sistema non funziona, altrimenti non ci staremmo prendendo tutti quanti in giro. Continuiamo a dire che le cose non possono essere fatte perché manca il denaro, ma in un mondo normale le cose non possono essere fatte quando non si riesce a produrre di più. Il limite contro cui ci scontriamo ogni giorno non esiste, è soltanto un’illusione pensata per controllarci! Questo perché il denaro non è più nostro, è diventato di proprietà delle banche, che lo creano e ce lo prestano.

L’inganno è continuato così a lungo che si è perso ogni contatto con la realtà. Per ogni dollaro in circolazione, ne esistono 4,4 di debito [3]; una montagna di interessi, a volte persino calcolati sugli interessi stessi. Si tratta di un favore a breve termine ma una truffa a lungo termine. Si può facilmente dimostrare che un un dollaro prestato nel 1500, ammonterebbe oggi a un debito così grande che il peso della Terra in oro non basterebbe a pagarlo. La Prima e la Seconda Guerra Mondiale non sarebbero state possibili senza la stampa incontrollata di cartamoneta, la macchina bellica si sarebbe presto inceppata; non è certo un caso che la Prima Guerra sia avvenuta nel 1914, a un anno dalla nascita della Federal Reserve.

Questa è solo una faccia della medaglia, l’altra è persino più infima e nascosta.

Fonte: http://www.altraconsapevolezza.it/?p=482

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