Discutere di occupazione in questi tempi di crisi e’ abbastanza complesso, anche perche’ le statistiche sull’occupazione sono sempre troppo poco accurate perche’ si possano fare delle deduzioni a riguardo. In particolare, nel caso italiano, ci sono alcuni dati che non si vogliono capire. E non si vogliono capire perche’ essi impatterebbero troppo con il nostro modo di vivere, di pensare, di agire.
Innanzitutto, la disoccupazione non e’ quel che si pensa. Le statistiche sui non occupati non distinguono, per dire, chi ha piu’ prospettive da chi non ha piu’ prospettive. Un 10% di disoccupati giovani e’ molto diverso, per dire, da un 10% di disoccupati cinquantenni. Se il disoccupato giovane e’ semplice da reinserire (relativamente, almeno) quello cinquantenne non e’ affatto una questione cosi’ semplice.
Cosi’, comprendere quanto sia devastante il dato “10%” e’ difficile: potremmo avere una grande difficolta’ di ingresso sul mercato o una difficolta’ a rimanerci.

Il secondo grosso problema che non vediamo e’ la storia del disoccupato. Se c’e’ una crisi economica e vieni dal mondo delle partite IVA, non sei realmente un “disoccupato”, a seconda degli strumenti di misura: sei solo un professionista che non ha piu’ clienti. Per passare alla fase ufficiale , cioe’ per passare alla fase di disoccupato, occorre dichiararsi tali. Siccome queste partite IVA si mantengono tali perche’ sperano di trovare clienti o di recuperare i vecchi, spesso questo non avviene.

Al contrario, il lavoratore dipendente che diventa disoccupato lo vedo subito, perche’ alla fine dei conti finisce subito in una lista ufficiale.

Fatto questo, appare chiaro come una stima di disoccupazione cosi’ come e’ fatta (9% in UE, 10% in USA) non sia cosi’ efficace. In USA non vedo la disoccupazione di chi e’ freelance e di chi e’ self-smployee, dal momento che sino a quando non si iscrivono a qualche sussidio per il rilevatore sono solo professionisti senza clienti.
Ci sono poi altri fenomeni, come la sottoccupazione o il calo di reddito. Se prima guadagnavo 1000 e adesso ho trovato un altro lavoro che mi da’ 600, per lo stato risulta che io sia occupato come prima. In realta’, cambiando lavoro cosi’ dovrei dire di essere occupato al 60% rispetto a prima.

Eliminate le considerazioni sul passato, posso iniziare quelle sul futuro. A seconda della mia eta’, il lavoro mi offrira’ prospettive future o meno. Se prima un dipendente era dentro una multinazionale, potra’ pensare di aver fatto due-tre passi di carriera negli anni successivi. Se per via della crisi e’ stato licenziato ed e’ andato a fare lo stesso lavoro in un piccolo negozio, il risultato e’ che anche a livello di reddito non crescera’ come prima nei prossimi anni.

Siamo cioe’ nella situazione in cui moltissime statistiche non ci dicono quasi nulla, perche’ (anche omettendo il lavoro nero) ci dicono solo quanta gente dichiara di essere senza lavoro, ma non ci dicono nulla sui cambiamenti del mercato del lavoro.

E qui andiamo alla disoccupazione italiana. La disoccupazione in Italia ha diverse cause, tra cui alcune culturali e sociali.

La prima causa culturale e’ che si e’ dato per scontato che l’ascensore sociale potesse crescere all’infinito. C’e’ gente che si lamenta del fatto che l’ascensore sociale si sia fermato, ma proviamo a rifletterci.
Se nel 1910 avevamo 100 operai per ogni dirigente, l’idea de “ascensore sociale” e’ che tutti e 100 i figli degli operai debbano (almeno in potenza) diventare dirigenti. A parte la domanda che viene spontanea (e chi lavora?) il problema e’ che si tratta evidentemente di una cosa impossibile. La storia dell’ascensore sociale sarebbe possibile solo se da qualche parte ci fossero 100 operai che prendono il posto dei figli degli operai, diventati tutti dirigenti.

LA nostra scuola, figlia del mito dell’ “ascensore sociale”, non ha capito pero’ che questa cosa non sia possibile, e si e’ comportata come se l’ascensore sociale sia una realta’ ineluttabile, o addirittura un principio della fisica. C’e’ gente che ha enunciato come l’ “ascensore sociale” sia una realta’ tipica delle economie sane, cosa che non e’: e’ tipica delle economie che vanno al disastro.

La nostra nazione che oggi ha 100 operai e un dirigente, pretende tra una generazione di avere 100 dirigenti e non chiarisce chi fara’ il lavoro degli operai. Struttura la scuola per mandare tutti (in potenza) a studiare management , dichiara che “lo studio e’ un diritto” e forma generazioni di giovani che non faranno mai nulla per cui hanno studiato.

Subito dopo il fallimento dei nostri 100 ragazzi che vogliono l’ascensore sociale, si scopre che non solo non possono andare piu’ in alto, ma non riescono neanche a tornare al livello dei padri, perche’ non sono operai. Bisogna stare molto attenti a questa cosa, perche’ di fatto ci troviamo con una nazione che non solo ha inflazionato i ruoli dei dirigenti (cosa che ne ha abbassato il reddito) , ma importa lavoro dall’estero.

Ora, torniamo al punto di partenza: una nazione di 60 milioni di persone decide che i giovani usufruiranno dell’ascensore sociale. Forti di questo mito, si sono create scuole senza sforzarsi non dico di pianificare, ma di porre dei limiti ragionevoli.

La nostra nazione ha prodotto, per decenni, giovani convinti di usufruire dell’ascensore sociale. All’inizio ha funzionato: avendo alte marginalita’, le aziende hanno assunto middle management e comprato servizi , spostando all’estero la produzione, visto che i figli degli operai non vogliono piu’ fare gli operai perche’ devono avere l’ascensore sociale.

Ovviamente, questo processo e’ stato molto piu’ forte altrove che in Italia, ma oggi arriva il conto anche da noi. Questo mito dell’ascensore sociale ha prodotto delocalizzazione e cattiva immigrazione, fino a quando non ci si sta rendendo conto che l’ascensore sociale non funzioni.

E no, non e’ questione della crisi: e’ NORMALE che non possa esistere niente come un ascensore sociale. Quando chiude una fabbrica con 100 operai, si dice che in Italia resteranno solo servizi e management, cosi’ si invitano i figli dei 100 operai ad andare a scuola di management e a darsi ai servizi. Ma poi si scopre che i servizi ed il management non rendono i 100 posti di lavoro.

Che cosa ne e’ risultato? Ne e’ risultato non solo che ci sia stata una delocalizzazione, ma dopo anni ed anni di una scuola che guarda solo in alto, se anche le aziende tornassero indietro non troverebbero il personale per riportare indietro il manufatturiero perduto. Provate ad appendere un annuncio di fronte ad un liceo, dicendo di cercare operai. Fatelo poco prima degli esami di maturita’. Cosa succedera’? Niente.

Tutti gli studenti preferiranno laurearsi. Bene. La media di delocalizzazione attuale in Italia e’ del 7.5%. Il che significa di base che rilocalizzando si potrebbe assumere quasi tutta la disoccupazione, che e’ attorno al 10%. Se pero’ andiamo a vedere che cosa si sia delocalizzato, osserviamo che si e’ delocalizzata la catena produttiva, non la ricerca o il management.
Non dico che sia falso che moltissimi giovani andrebbero a fare gli operai oggi. Il problema e’ che se non hai fatto un buon istituto tecnico o una buona scuola professionale, non sei un operaio, sei solo “due braccia”. Cosi’, se rilocalizzassimo le aziende italiane il risultato sarebbe di produrre una migrazione di qualche milione di stranieri, che avendo studiato come si tiene una lima in mano lo sanno fare.

Il concetto che non si e’ mai capito e’ che l’ascensore sociale funziona solo se, quando i figli fanno un lavoro migliore rispetto ai padri, c’e’ qualcuno (spesso all’estero) che prende il posto dei padri. Cosi’, negli scorsi decenni l’illusione si e’ alimentata al punto che l’accademia considera “sano” un paese con l’ascensore sociale: in realta’ quello che sta succedendo a quel paese e’ che i figli aspirano ad un lavoro “migliore” rispetto ai padri, e quando i padri vanno in pensione il loro posto di lavoro viene delocalizzato. Questo dara’ l’illusione dell’ascensore sociale, ma in realta’ e’ semplicemente la prima fase della trasformazione della nazione da nazione manufatturiera a nazione inutile.

Dopo qualche anno, il risultato e’ che il lavoro dei padri e’ tutto delocalizzato e I PRIMI figli hanno effettivamente avuto l’ascensore sociale. Figo.

Ma i bambini continuano a nascere, e ad ogni generazione di figli c’e’ una generazione di adulti che va in pensione. Poiche’ esiste l’ascensore sociale, (wow) i figli NON prenderanno il posto dei padri, ma ambiranno di fare qualcosa di piu’: del resto, ai giovani di dieci anni fa riusciva, perche’ a noi no?

Con l’andare del tempo, sempre piu’ bambini si immettono in percorsi scolastici che presumono un ascensore sociale, e sempre piu’ anziani vanno in pensione senza venire sostituiti, il loro lavoro fatto all’estero. La menzogna dell’ascensore sociale ha distrutto la nazione, che si trova con giovani incapaci ,o capaci solo di telefonare, inviare email e indossare una cravatta, aziende che delocalizzano cercando qualcuno che sappia piantare un chiodo, e non ci sara’ MAI modo di rilocalizzare perche’, per via del mito dell’ascensore sociale, nessuno ha piu’ frequentato scuole adeguate.

Certo , c’e’ uyna grande litania riguardo alla scuola che prepara per il mondo del lavoro. Quando si dice questo si intende sempre il lavoro “alto”, cioe’ l’informatica, i servizi avanzati, eccetera. Raramente si prendono in considerazione le scuole comunali, gli istituti tecnici, le scuole provinciali, che non formavano tecnologi ma soltanto operai specializzati.

Ed e’ proprio la morte dell’operaio specializzato quella che stiamo pagando carissima: oggi i casi sono due. O riesci a scuola, e allora arrivi ad una laurea e poi ti lamenti che manca l’ascensore sociale, oppure abbandoni la scuola. La via di mezzo, ovvero frequentare una scuola che in breve ti porti ad una mansione pratica e specializzata, e’ sempre piu’ abbandonata. Chi studia vuole diventare dottore, chi non studia si getta sul mercato a mani nude.

Manca la fascia intermedia, quelli che studiavano per diventare operai specializzati. Figure che potevano anche crescere di reddito (anche se non quanto un manager) a seconda delle lotte sindacali e della bravura, ma che non avrebbero usufruito di alcun “ascensore sociale”, uscendo da scuola come operai , proprio come i padri.

Per lottare contro questo fenomeno, e’ necessario innanzitutto ribaltare il concetto di ascensore sociale. Ovvero, dire una buona volta che non e’ pensabile che tutti facciano un lavoro migliore rispetto ai propri padri. Certo, mentre la nazione esce da un periodo di dopoguerra o si industrializza e’ possibile, ma una volta raggiunta una certa stabilita (con crescite del PIL attorno all’ 1-2%) parlare di ascensore sociale e’ assurdo.

E’ necessario iniziare a fare uno screening del mondo del lavoro attuale, e capire quanti oggi facciano effettivamente i dirigenti, quanti gli operai, e quanti gli specialisti, eccetera. Bisogna considerare che con un aumento medio del PIL annuo dell’ 1% , e iniziare a dire che no, FORSE un 1% dei giovani ogni anno potra’ usufruire dell’ascensore sociale, e fare un lavoro migliore del padre. Tutti gli altri dovranno PRENDERE IL POSTO del padre.

Nessun ascensore locale.

Stampato in testa a chiare lettere che l’ascensore sociale funzionera’ per un minimo di fortunati, allora sara’ possibile ricostruire il tessuto lavorativo del paese, ed avra’ senso per le aziende rilocalizzare. Ma se oggi quel 7% di delocalizzazione tornasse a casa, in fabbrica ci andrebbero solo stranieri, cioe’ persone che non hanno master, non hanno lauree, ma sanno usare un tornio.

Il prezioso laureato italiano, che ha pianificato gli studi credendo nell’ascensore sociale, non ne usufruirebbe comunque, perche’ non qualificato per un posto come operaio specializzato.

La mia opinione e’ che moltissimo del disastro occupazionale italiano sia dovuto dall’aver diffuso la leggenda dell’ascensore sociale. Milioni di giovani hanno pianificato i loro studi non pensando di prendere il posto del padre (se non i figli di papa’ importanti) ma nel caso dei figli di persone di classe modesta hanno pensato di poter andare ttuti avanti.

I loro padri sono andati in pensione e nessuno ha preso il loro posto, cosi’ il manufatturiero si e’ spostato all’estero. I loro figli , inseguendo il mito dell’ascensore sociale, avevano studiato scienze dell’informazione.

Oggi le aziende potrebbero rilocalizzare?

Nella misura in cui il ragazzo italiano e’ disposto a fare una scuola tecnica, andare a lavorare a 18 anni in una fabbrica, si’. Nella misura in cui i suoi genitori lo lascierebbero fare, si’.

Ma la misura , appunto, e’ molto piccola.

E cosi’, un 60% di terziario non riesce piu’ a vivere su un 30% di industria che non offre lavoro.

Fine della leggenda dell’ascensore sociale.

E no, nei “paesi sani” dove c’e’ l’ascensore sociale che funziona il conto sara’ (o meglio, e’ gia’) ancora piu’ salato.
by Uriel

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