di Guido Scorza – 29 luglio 2012

PayPal, leader del mercato globale dei pagamenti online, ha deciso di trasformarsi in uno Sceriffo della Rete, mostrandosi così accondiscendente alle pressioni delle lobbies dell’industria dei contenuti.

LA (IN)GIUSTIZIA DEI BANCHIERI DIGITALII gestori delle piattaforme di file hosting o file sharing che intendano ricevere pagamenti via PayPal, da oggi, devono, infatti, sottostare ad una lunga serie di condizioni attraverso le quali PayPal intende, in buona sostanza, riservarsi il diritto di monitorare quali contenuti transitino sulle piattaforme in questione e quali mezzi di contrasto alla pirateria online il gestore della piattaforma abbia adottato ma soprattutto garantirsi la possibilità di richiedere la rimozione di un qualsiasi contenuto, dietro minaccia – in caso di mancata risposta entro un giorno lavorativo – di sospendere o interrompere l’erogazione dei servizi.
Siamo di fronte ad un’autentica forma di privatizzazione della giustizia.

Un imprenditore – peraltro, probabilmente, in posizione dominante nel mercato di riferimento – che decide unilateralmente di trasformarsi in braccio armato della legge e di auto-attribuirsi poteri che, in uno Stato di diritto, dovrebbero competere solo alla Magistratura – o comunque alla competente Autorità – ed alle forze dell’ordine: accertare l’eventuale sussistenza di illeciti, irrogare le sanzioni e, eventualmente, darvi esecuzione.

Il Giustiziere Pay Pal, invece, farà tutto da solo.

Riceverà le segnalazioni dai ricchi clienti dell’industria dei contenuti, le inoltrerà agli internet service provider “minacciando” sanzioni commerciali per l’ipotesi di mancata rimozione dei contenuti in questione e, dinanzi ad ogni eventuale resistenza, chiuderà i flussi di moneta elettronica diretti ai gestori delle piattaforme, costringendoli così, in breve tempo, a scegliere tra chiudere baracca e burattini o piegarsi alla richiesta dello Sceriffo e fare carne da macello dei diritti dei propri utenti.

E sono proprio gli utenti, gli uploaders dei contenuti ad uscire sconfitti dall’iniziativa liberticida che PayPal minaccia di attuare.

Chi garantirà la loro libertà di comunicazione online e la loro privacy? Si tratta di due diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino che il novello danaroso giustiziere ha deciso di immolare sull’altare dell’enforcement dei diritti di proprietà intellettuale di alcuni dei suoi clienti.

E’ una situazione semplicemente inaccettabile e costituzionalmente insostenibile. Uno scenario decine di volte peggiore di quello che si sarebbe realizzato se il famigerato SOPA statunitense fosse divenuto legge. I miei contenuti, affidati ad un fornitore di hosting perché li renda accessibili all’intera comunità virtuale, domani potrebbero essere rimossi dallo spazio pubblico telematico perché qualcuno – sbagliandosi o, peggio, in cattiva fede – chiederà ad un banchiere digitale di imporne ai suoi clienti la rimozione a pena, in caso contrario, di dover dire addio ad ogni forma di ricavo economico. Tutto al di fuori di qualsiasi giusto processo e di ogni controllo da parte delle Autorità competenti.

E’, esattamente, quanto accaduto nella vicenda Wikileaks nella quale, tuttavia, proprio nei giorni scorsi, i Giudici islandesi hanno accertato l’illiceità del giustizialismo monetario di Visa & soci.

Qui, però, è più grave.

Siamo davanti ad una privatizzazione di massa della giustizia ed in un ambito – quello dei diritti di proprietà intellettuale – nel quale, il lecito e l’illecito sono divisi da una linea tanto sottile che, spesso, persino giudici terzi ed imparziali sbagliano nel valutare se una condotta ne è al di qua o al di là.

Figuriamoci per un banchiere digitale, prestato al lavoro di Giustiziere della Rete.

Fonte: Espresso

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