Di Rivista Indipendenza

Circa due anni fa (maggio/giugno 2010) pubblicammo sulla rivista cartacea “Indipendenza” lo scritto che segue. Ci sembra utile riproporlo ai lettori di “Appello al Popolo” per la sua attualità e la necessità di non perdere di vista i termini (cause e finalità) essenziali della situazione di fase che stiamo vivendo e che riteniamo sia appena agli inizi.

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LA GRECIA E NOI: DALLA SPECULAZIONE FINANZIARIA
AL PROTETTORATO ATLANTICO
– i “come” e i “perché” di una crisi indotta –
«Le premesse di una lunga stabilità ora ci sono, diamo il benvenuto alla nuova moneta, un’idea straordinaria divenuta realtà». Così Romano Prodi, ex consulente della banca d’affari USA Goldman Sachs e presidente della Commissione Europea, alla presentazione della moneta unica europea con Berlusconi e Ciampi (26 novembre 2001). L’euro è stato per anni e anni propagandato e foraggiato dagli amerikani Prodi, Amato, Ciampi e D’Alema non solo come l’ingresso in un meraviglioso e splendente altro mondo possibile, ma anche come alternativa al possibile “default” (insolvenza). Per l’Italia, sotto attacco nel 1992 delle speculazioni di Soros & Co. –una significativa analogia con la tragedia greca odierna?–, l’appartenenza all’Eurozona avrebbe rappresentato il paracadute dal “rischio crack all’Argentina”, paventato come il peggiore dei disastri. Di qui manovre “lacrime e sangue”, tagli alla spesa, inasprimenti fiscali, ed ancora sacrifici, rigore ed austerità in nome del rispetto dei parametri europei di Maastricht, vero e proprio cappio al collo per qualsiasi velleità di politica economica autonoma: il tutto per “proteggere” lo Stato dal rischio insolvenza, e questo attraverso l’integrazione in un’economia più forte che avrebbe, secondo le promesse degli euroimbonitori, addirittura insidiato il predominio globale degli Stati Uniti.
Washington alla guerra finanziaria.
Dalla fine della sovranità economica statale alla catena del debito

La guerra finanziaria che ha sconvolto la Grecia dovrebbe (condizionale d’obbligo…) far sorgere qualche dubbio anche al più euroentusiasta degli osservatori. L’euro, traguardo di arrivo ma anche punto di partenza (Berlusconi docet, 26 novembre 2001) nella marcia al “Super Stato Europeo” agognato da Washington, fondato economicamente su normative ed istituzioni ispirate al famigerato Washington Consensus, si è rivelato quantomeno incapace di costituire un argine alle concertate scorribande finanziarie dei fondi speculativi e delle grandi banche di fatto benedette dalla triade –Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch– delle agenzie di rating (valutazione della solvibilità dei debiti) statunitensi, divenute una sorta di Corte suprema dell’economia mondiale. Manovre organizzate –a nostro avviso aventi principalmente finalità politiche che en passant hanno certo generato non marginali profitti finanziari– che si sono scatenate contro la Grecia e sono pronte all’occorrenza a ripresentarsi contro Spagna, Portogallo, Italia, tanto per cominciare, con lo scopo però –e qui sta la grande mistificazione diffusa dai mass media a livello globale– non di destabilizzare l’Unione Europea o addirittura decretare il collasso dell’euro. Proprio il contrario. L’obiettivo politico dietro le turbolenze dei mercati è la centralizzazione di ulteriori competenze in senso all’Unione Europa e l’auspicato definitivo ridimensionamento delle sovranità statali. Lo esigono gli imperativi geostrategici di Washington. Nel mezzo –nei risiko delle oligarchie dominanti si tratta di trascurabili destini– a pagare il prezzo i ceti dominati: la crisi greca si sta traducendo in un attacco senza precedenti alle condizioni dei ceti subalterni di quel paese (riduzioni dei salari, licenziamenti di massa nel settore statale e nelle amministrazioni locali, precarizzazione selvaggia del lavoro, mannaia sulla spesa sociale, privatizzazioni –dai servizi pubblici alle isole…– e liberalizzazioni a tutto spiano). Politiche capestro che aggraveranno ulteriormente lo stato delle finanze pubbliche: ridimensionando salari e spesa pubblica, calerà ulteriormente il Prodotto Interno Lordo, quindi le entrate fiscali, innescando una spirale perversa di ulteriore richiesta di debito estero che strangolerà un’economia oramai indirizzata non al benessere collettivo ma al rimborso di interessi e capitale in prestito.
Ispirati ad analoga logica vanno “riforme strutturali” e manovre varate ovunque in Europa. Si intenderebbe così rastrellare denaro da devolvere anche alla Grecia. Ma, attenzione, questi fondi di finanza pubblica, dei contribuenti dei singoli Stati, non sarà destinato ai cittadini greci ma entrerà in una partita di giro per andare a coprire le voragini create dalla speculazione finanziaria. Mentre –così si afferma– mancano le risorse per finanziare la spesa sociale, per “salvare la Grecia” il Tesoro di Tremonti emetterà titoli di Stato. Un “debito occulto”, perché non verrà computato nel Patto di stabilità europeo –lo “promette” la Commissione UE–, giuridicamente ammissibile dato che «l’Italia ha costituzionalizzato i trattati europei» (Corriere della Sera, 12 aprile 2010). Ma chi ci assicura che non riaffiorirà come un bubbone quando interessi finanziari e geopolitici riterranno opportuni e maturi i tempi? Una spada di Damocle, questa del debito, che diventa permanente, un uso della finanza come uno degli strumenti principali della guerra asimmetrica imperiale di Washington. Consegnare ai mercati dominati dalla finanza statunitense gestione e possesso dei titoli di debito degli Stati sovrani, e determinazione dei tassi d’interesse per il loro servizio, si rivela di fatto una cessione della politica economica. Gli Stati diventano –chi più, chi meno– debitori impossibilitati a pagare, in mano a strozzini che imporranno abbattimenti dello Stato sociale ma anche contenimento di spese altrimenti produttive e potenzialmente concorrenziali, capitalisticamente, per Washington. I cittadini, anche quelli italiani, si troveranno, attraverso l’incremento della tassazione –centrale e locale– e la diminuzione dei servizi pubblici e dello Stato sociale, a dover sostenere uno Stato ancora più pesantemente indebitato di quanto già non lo sia oggi.
Prima della crisi greca. Le consulenze interessate delle grandi banche USA
Il caso greco scoppia con la rivelazione, amplificata dalla grande stampa anglosassone –la stessa che ha coniato (copyright: The Economist) l’acronimo razzista PIGS, maiali in inglese, per riferirsi a Portogallo, Irlanda o talvolta anche Italia, Grecia e Spagna–, dello stato reale dei conti pubblici di Atene da parte del neo insediato governo socialista. Si tratta dell’ennesima operazione di “cosmesi contabile” predisposta da Atene, niente affatto una prerogativa del paese ellenico: cfr. Financial Times, 5 novembre 2001, “I trucchi dell’Italia per entrare nell’euro”, ed il «Perché lei, nella sua vita, ha mai visto un bilancio non falso?», proferito al giudice durante l’interrogatorio sul crack della Ferruzzi dal “mitico” presidente di Mediobanca, Enrico Cuccia. Trucchi contabili, effettuati dai governi precedenti con contratti derivati (un giochino finanziario, chiamato Swap) offerti dalle banche d’affari USA Goldman Sachs e JP Morgan Chase, avevano mascherato il reale rapporto deficit/PIL monitorato da Bruxelles e Francoforte, ipotecando al contempo alcuni settori della propria economia.
Contratti, scrive sempre il New York Times –13 febbraio 2010–, analoghi a quelli sottoscritti con il governo Prodi nel 1996, ulteriore elemento che dovrebbe gettare più di un dubbio sul preteso risanamento del centrosinistra…
Una serie di meccanismi swap messi a punto dalle due banche hanno permesso nel 2001 alla Grecia –legalmente secondo i criteri di Eurostat, che comunque non poteva ignorare l’effettiva veridicità dei conti pubblici di Atene– di sgonfiare il debito, presentando come vendite con pagamenti differiti quelli che erano ‘semplici’ prestiti bancari. Utilizzando tecniche di ingegneria finanziaria, la Goldman Sachs ad esempio assumeva passività di Atene –evitando così una loro contabilizzazione nel bilancio pubblico– in cambio di introiti futuri del governo greco (dalle tasse aeroportuali, ai pedaggi autostradali, agli incassi legati alle lotterie di Stato…). In Italia ‘finanziamenti’ anche identici a questi hanno preso il nome di “finanza creativa”. L’ex ministro delle Finanze, George Alogoskoufis, criticò “l’affare Goldman” in Parlamento nel 2005, affermando che avrebbe pesato sui conti greci fino al 2019: dichiarazioni che aprono inquietanti interrogativi sugli effetti, in Italia, dei derivati nei conti pubblici, anche quelli degli Enti Locali, come mostrato dallo scandalo dei derivati sottoscritti dal comune di Milano.
Anche quando i trucchi contabili divennero pubblici, un’equipe di banchieri di Goldman Sachs –riferisce sempre il succitato New York Times– arrivò ad Atene all’inizio di novembre –tre mesi prima che Atene diventasse l’epicentro delle note speculazioni sui “debiti sovrani” nell’Eurozona– per presentare “nuove proposte” al governo Papandreu ritrovatosi con un deficit ormai al 12,7% del PIL in seguito ai salvataggi pubblici delle banche greche vittime anch’esse della crisi finanziaria made in USA. La proposta venne respinta, ma Goldman Sachs non deve aver perso influenza se si pensa che alla gestione del debito pubblico greco è stato chiamato Petros Christodoulou, ex Goldman Sachs e JP Morgan (Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2010): insomma, i Prodi ed i Draghi esistono anche in altri Paesi…
Le cause tecniche della crisi greca
Un succinto riepilogo degli avvenimenti salienti della speculazione sulla Grecia mette ancora una volta in primo piano il ruolo giocato dalla finanza USA. L’8 febbraio 2010 cenano insieme a New York sei tra i finanzieri più potenti degli USA: George Soros, John Paulson, Steven Cohen. Assieme a loro Donald Morgan, David Einhorn e Andy Monness. Nei giorni successivi alla cena inizia il travolgente movimento ribassista sull’euro (Panorama, 10 marzo 2010). Salgono vertiginosamente i futures (contratti standardizzati con cui le parti si impegnano a scambiarsi, a un prezzo predefinito e a una data futura, attività reali o finanziarie di cui non se ne detiene ancora il possesso) contro l’euro, che a fine febbraio raggiungono punte, allora record, di 70mila contratti. Una segnalazione al “mercato” che un movimento importante era in atto. La psicologia gregaria degli investitori ed i sistemi informatici di trading (compravendita di prodotti finanziari) avrebbe fatto il resto: amplificare e propagare la dinamica ribassista sull’euro. Gli stessi servizi segreti di Atene hanno accusato quattro fondi d’investimento –tre amerikani (Moore Capital, Fidelity International e Paulson & Co) e uno inglese (Brevan Howard, il maggior gestore di hedge funds –fondi d’investimento speculativi– d’Europa)– di seminare il panico sui mercati scommettendo sul ribasso del prezzo dei titoli di Stato greci. «I quattro fondi hanno assunto posizioni corte [cioè vendita –sul mercato dei derivati– di titoli allo scoperto, non ancora posseduti, con l’intento di acquistarli successivamente a quotazioni più basse, ndr] sul debito greco vendendo massicciamente e quotidianamente i nostri bond a dicembre per poi ricomprarli una volta scese le quotazioni», sostiene in un suo rapporto l’Intelligence ellenica (cfr. quotidiano greco To Vima, 19 febbraio 2010).
Forse a partire dalle risposte giudicate insufficienti dei governi europei, si decise di far deflagrare altre mine per provocare una valanga di dimensioni colossali. Entrano così in gioco i contratti derivati di Credit Default Swap (CDS) e le valutazioni delle agenzie di rating.
I CDS sono una sorta di polizza assicurativa contro il rischio di mancato pagamento di uno Stato o di un’impresa. Nati quindi come strumenti di copertura del rischio, con le deregolamentazioni finanziarie promosse da Washington sono diventati, così come tutti i contratti derivati, “armi di distruzione finanziaria di massa” (copyright: il noto finanziere Warren Buffet). La deregolamentazione consente infatti di “scommettere” sul fallimento dello Stato/impresa nel mirino anche senza detenerne materialmente i titoli. Questi contratti rappresentano cifre immani, mosse non solo per assicurare i propri crediti (e come si potrebbe, visto che l’ammontare dei CDS è di gran lunga superiore ai debiti in questione?) ma soprattutto per speculare. E chi domina, comanda e pilota il mercato dei CDS, influenzando in maniera decisiva anche il prezzo delle obbligazioni ed andando ad intaccare in modo devastante il fattore fiducia sugli emittenti? Il 75% dei CDS (dati OCC, Organismo di controllo del Tesoro USA) è mosso da cinque grandi banche di Wall Street: JP Morgan Chase, Bank of America, l’immancabile Goldman Sachs, Morgan Stanley e Citigroup, che gli utili li fanno ormai solo con la finanza creativa e il trading. Ed in quale valuta vengono trattati i famigerati CDS? Ovviamente in dollari, ancora oggi la preferita valuta di riserva internazionale, utilizzata in percentuali bulgare nelle transazioni finanziarie e commerciali mondiali: non male per una moneta di cui troppo prematuramente è stata annunciata la fine, secondo alcuni addirittura a scapito dell’euro…
Intrecciate a queste scorribande speculative si sono mosse le tre agenzie di rating, partecipate dalle solite banche e fondi d’investimento anglosassoni (alla faccia del “conflitto d’interessi”) e pagate dalle stesse società di cui dovrebbero giudicare la “solvibilità”. Il rating in sostanza è pilotato. Molti sono gli scandali finanziari e le “sviste” che hanno messo in dubbio la “credibilità” delle “tre sorelle”. E poi, perché un’agenzia privata deve giudicare “l’affidabilità” degli Stati? I loro insindacabili giudizi ed anche i loro report continuano però a rivestire un’importanza cruciale. Nello specifico hanno rinvigorito la pressione ribassista. Non si tratta soltanto di alimentare nei risparmiatori preoccupazioni e timori, quindi crollo di fiducia e vendite. Per le regole di funzionamento del mercato finanziario globale, banche e fondi istituzionali sono obbligate a detenere in portafoglio o in bilancio certe quote di titoli con rating elevato: un declassamento, come avvenuto con la Grecia, scatena dunque un’ondata di vendite forzate (Corriere della Sera, 30 aprile 2010). Certe esternazioni, per tempi e contenuti, sembrano ispirate ad una valutazione prettamente politica. La mattina del 6 maggio scorso Moody’s sostiene che «la crisi del debito greco può colpire le banche di vari Paesi fra cui il Portogallo, la Spagna, l’Italia, l’Irlanda e la Gran Bretagna». Un flash d’agenzia rilasciato con un tempismo perfetto per gli scommettitori al ribasso: proprio in quei minuti Madrid chiudeva una delicatissima asta dei suoi titoli di Stato; i parlamenti di Atene e Berlino discutevano sacrifici e prestiti per la Grecia; le Borse europee cercavano di stabilizzarsi. Dopo questa dichiarazione, poi ritrattata, crollano inoltre tutti i titoli finanziari italiani, facendo la gioia di coloro che li avevano “venduti allo scoperto”.
Integrazione UE, subprime USA, crisi greca.
Gli intrecci perversi della globalizzazione finanziaria
Ricapitolando: fondi speculativi anglosassoni avviano lo scorso febbraio speculazioni in massa sul debito greco e sull’euro. L’operazione viene agevolata dalle tre agenzie di rating USA e coinvolgono le banche d’affari USA, che muovono i CDS oltre che altri grandi fondi di investimento. La potenza di fuoco mobilitata diventa micidiale grazie all’effetto moltiplicatore dei derivati. A parte tutto questo, comunque, rimane inevaso un interrogativo ben pregnante: fermi restando i trucchi contabili, come è stato possibile che si determinasse una così accentuata escalation del rapporto deficit/PIL greco? Oltre agli effetti restrittivi nell’economia indotti negli ultimi decenni dai famigerati parametri di Maastricht, effetti che, analogamente a quanto successo in Italia, hanno spinto Tesoro ed Enti Locali a ricorrere ai ‘servizi’ delle banche d’affari internazionali, e senza dimenticare la non marginale spesa militare sostenuta a beneficio dell’industria tedesca, negli ultimissimi anni si è aggiunto un ulteriore elemento a determinare la brusca impennata del rapporto deficit/PIL: il salvataggio delle banche greche. I loro bilanci si sono ritrovati intossicati dalle cartolarizzazioni made in USA e sono stati risanati a spese di un aumento del debito pubblico che ha socializzato le perdite e privatizzato i profitti. Si tratta di un dato che innesca una significativa catena di perché che chiama in causa il significato del processo di integrazione europea. Che la crisi finanziaria, innescata dalle insolvenze dei mutui subprime nel 2007 negli USA, sia arrivata a devastare i bilanci delle banche europee (quelle tedesche in primo luogo), ci dice che la globalizzazione finanziaria, promossa dagli USA a partire dagli anni Settanta, ha trovato il suo canale di diffusione –e di infezione– in Eurolandia proprio grazie a quel processo di integrazione dei mercati finanziari internazionali e di ristrutturazione della governance delle grandi banche promosso dalle normative europee sotto gli auspici di Washington.
La trasformazione delle banche da enti con finalità di sviluppo economico ad imprese con finalità di profitto; il passaggio da una finanza legata al territorio e caratterizzata nazionalmente, ad una “orientata al mercato”, acquirente e/o distributrice al pubblico di prodotti finanziari anche concepiti all’estero (si tenga presente come in particolare i bilanci delle banche tedesche siano risultati gravemente colpiti dalle insolvenze dei mutui subprime USA), ad alta redditività/rischio; la liberalizzazione dei movimenti di capitale; la deregolamentazione finanziaria e lo smantellamento di controlli di politica valutaria e del credito (tra questi il ricorso alla leva delle svalutazioni competitive per alleviare lo stato dell’economia interna); l’affidamento della gestione delle aste di titoli di Stato alle grandi banche internazionali; la cessione della sovranità monetaria e le reciproche (inter)dipendenze finanziarie: sono tutti elementi –e tappe imposte dal processo d’integrazione europea– che non possono essere tralasciati nella composizione del puzzle greco, pena il perdurare di perniciosi equivoci. Non è dunque vero che ci vuole più Europa per fronteggiare i mercati; anzi sono state proprio le “regole” imposte dall’Europa che già c’è ad aver permesso lo scardinamento assoluto del sistema di protezioni degli Stati per mano degli speculatori d’oltre Oceano. Quale “insolvenza” avrebbe rischiato uno Stato greco indebitato nei confronti dei propri cittadini piuttosto che degli investitori esteri e dotato della facoltà di battere moneta emettendo credito sovrano per finanziare il proprio debito pubblico?
Chi dunque veicola e reitera, nell’immaginario collettivo, l’argomentazione che l’attuale crisi del debito che ha colpito la Grecia sia frutto di una frode di bilancio dei conti pubblici operata dai governanti ateniesi che ha permesso il dilagare di corruzione ed evasione fiscale ad alti livelli, lo fa quindi per mascherare i fattori suddetti di effettiva causa/responsabilità.
Le finalità politiche della crisi greca
Che interesse avrebbero d’altronde gli USA a far fallire un processo di integrazione (anche monetario) europeo che hanno predisposto già sul finire del secondo conflitto mondiale e perseguito nei decenni successivi? Perché far naufragare la prossima tappa di medio periodo, preannunciata da primi ministri e risoluzioni europee, oltre che da organizzazioni d’Oltre oceano, quale la costituzione di un “mercato unico transatlantico” regolato giuridicamente dal diritto anglosassone? La crisi greca appare funzionale al superamento di certe resistenze e/o ritardi di questo processo, in vista di un’integrazione e centralizzazione della governance europea dei bilanci e delle finanze, e quindi economica, per poter disporre delle risorse degli Stati membri e porre fine anche alla loro sovranità economica. A questo si vuole arrivare –con modalità ancora in discussione– attraverso una più stringente applicazione del Patto europeo di Stabilità, il rafforzamento di quello che ancora per un qualcerto periodo sarà chiamato “coordinamento delle politiche economiche”, attraverso controlli preventivi sulle manovre di bilancio e riforme strutturali degli Stati membri, inclusa una “sorveglianza preventiva” sui provvedimenti di correzione del debito presi dagli Stati che superano i parametri con, tra le ipotesi sul tappeto, anche la possibilità che sia la Commissione Europea a indicare allo Stato membro come e dove intervenire.
Sostanzialmente non solo i governi statali futuri avranno una ulteriore limitazione della sovranità in campo economico, ma dovranno sottostare alle scelte neoliberiste che verranno imposte dall’Europa, senza possibilità di opporvisi o di modificarle.
Gli accordi siglati nel maggio scorso, sull’onda emotiva dei fatti greci, per costituire un Fondo europeo di garanzia della moneta unica da 750 miliardi di euro (60 miliardi da fondi dell’Unione Europea, 440 dagli Stati membri, 250 dal Fondo Monetario Internazionale) significano semplicemente che ciascun bilancio nazionale sarà d’ora in poi monitorato e scandagliato dai tecnocrati euroatlantici i quali interverranno a dettare ai governi, in nome del rigore monetario, le prossime manovre finanziarie.
Ricapitolando: abbiamo visto come la crisi finanziaria nata negli USA si sia propagata negli Stati europei, innescando recessioni economiche e prosciugando le risorse fiscali degli Stati. Dopo l’attacco speculativo alla Grecia, gli Stati membri dell’UE dovranno aggiungere ulteriore debito ai già considerevoli debiti pubblici in esponenziale aumento, il tutto in vista di un ipotetico “ristabilire la fiducia dei mercati”. Ma perché questi apparentemente anonimi “mercati finanziari” dovrebbero, loro e solamente loro, imporre le proprie leggi? Non sarebbe ora di mettere in discussione il potere della finanza USA, capace di rovinare a piacimento, o per calcolo, la vita sociale di intere nazioni? I loro diktat stanno conducendo ad una trappola mortale: i capitali presi in prestito sui “mercati” o concessi dal FMI dovranno appoggiarsi a strutture che garantiscano la solvibilità dell’euro! Sia necessaria o meno una riforma del Trattato europeo di Lisbona da poco entrato in vigore, come alcuni sostengono, stiamo assistendo alla formazione di un Ministero del Tesoro UE di fatto ma non di nome, che gestisce una unione fiscale europea in cui le passività vengono divise. Uno Stato europeo, insomma, si sta progressivamente costituendo sotto i nostri occhi.
Del resto qual è la penosa rimostranza che ricorre ossessiva dopo i fatti greci, e adducendo come pretesto il rischio di una loro riproposizione altrove, se non quella della necessità di un sistema di controllo comunitario dei mercati finanziari che impedisca ai singoli paesi di porre in essere politiche considerate a rischio? All’Unione monetaria deve seguire una politica economica e fiscale integrata a livello europeo, si sostiene con insistenza.
È l’auspicio tra gli altri di George Soros, tra gli attori principali della crisi speculativa in Grecia, che per evitare altre crisi suggerisce la creazione di «sistemi istituzionali e di controllo più intrusivi per un’assistenza condizionale e (…) la creazione di un mercato di eurobond ben organizzato»” (Il Sole 24ore, 23 febbraio 2010). E di Alberto Giovannini, uno dei Draghi boys al Ministero del Tesoro dall’inizio degli anni ’90 e dei gestori del famoso fondo speculativo Long Term Capital Management (LTCM), fallito miseramente nel 1997-’98 a seguito di vaste speculazioni internazionali, che per i suoi ‘meriti’ si è visto affidare incarichi di consulenza dalla Commissione Europea in tema euro e mercati finanziari: «Serve un’eurotassa per finanziare il bond dell’Unione (…) serve un’entità politica, un’unione politica prima degli euro-bond (…) Il problema politico è in fondo un problema di soldi: chi contrae il debito? Chi lo paga e lo garantisce? Come vengono distribuite le risorse raccolte con questi bond? (…)» (Il Sole 24 Ore, 10 febbraio 2010).
Insomma, i limiti tuttora perduranti alla centralizzazione euroatlantica dei flussi finanziari degli Stati membri, quindi anche della sovranità fiscale ed economica, sono gli ostacoli da rimuovere. Il superindebitamento imposto dall’esterno incatenerà gli Stati europei sempre di più al mercato dei capitali dominato dalla finanza USA. L’indotta crisi greca incorpora questa urgente volontà atlantica di forzare la mano ai residui ambiti di sovranità degli Stati dell’Unione Europea. Con il pretesto della crisi greca, sarà raggiunta la tappa di un percorso che conduce verso un’Unione Europea centralizzata e federale e l’attribuzione di un potere pressoché discrezionale alla Commissione Europea, composta per la maggior parte da tecnocrati non eletti, e reclutati sulla base della loro fedeltà atlantica. Questo significherà la cancellazione degli Stati-nazione. I passi successivi potrebbero essere a medio termine la formazione di un unico blocco transatlantico e, non ci si meravigli, la fusione fra euro e dollaro, con la BCE succursale della Federal Reserve statunitense…
Grecia, UE, Germania. Alcune domande
A chi ritiene che le cause della speculazione finanziaria verso la Grecia siano i trucchi contabili ed i fondamentali economici di Atene, in breve il fatto che “si è vissuto al di sopra delle proprie possibilità” (frase offensiva per i milioni di cittadini che, dalla Grecia all’Italia, faticano a sbarcare il lunario…), andrebbe fatto notare che i cosiddetti “mercati finanziari” impongono la propria disciplina in modo molto controverso e erratico. L’Irlanda vanta il più alto deficit annuale di bilancio tra gli Stati europei, oltre ad esponenziali aumenti dello stock di debito pubblico e dei debiti bancari. I dati non sembrano però preoccupare le agenzie di rating. Come ha mostrato un recente studio della McKinsey, l’entità complessiva del debito (pubblico + privato) della Gran Bretagna è pari al 469% del PIL, ben più alto di quello francese (308%) e italiano (298%). Quello degli Stati Uniti è tale da meritargli il primato di Stato complessivamente più indebitato al mondo, un debito che, peraltro, ha un impatto sull’economia e sui mercati finanziari mondiali di gran lunga superiore a quello della Grecia. Addirittura 46 Stati federali negli USA sono sull’orlo della bancarotta. Eppure è la Grecia, non la Gran Bretagna o gli USA, ad essere stata presa di mira dai “mercati finanziari”. Non è forse una prova della valenza politica di certi attacchi speculativi? E perché proprio la Grecia? Forse per il fatto –azzardiamo qui un’ipotesi– che il suo debito pubblico è posseduto prevalentemente dalle banche francesi e tedesche? Non dà da pensare che proprio le banche francesi e tedesche sono le più esposte nei confronti del debito pubblico di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, cioè i cosiddetti “Pigs”? Non sono pericolose queste interrelazioni tra “debiti sovrani” europei? E se l’attacco speculativo fosse stato portato a “nuora” affinché “suocera” intenda? Nello specifico per vincere le resistenze soprattutto della Germania ad un ulteriore smantellamento della sovranità statale in nome dell’Europa? Smantellamento che oggi riguarda la politica economica, domani anche altri ambiti come l’energia (si vedano gli intrecci con la Russia). Perché la Merkel dapprima s’impunta nel non dare la disponibilità tedesca ad un “salvataggio della Grecia” da 45 miliardi di euro e poi dice sì ad un maxi-piano da 750? Sarà stata decisiva la conversazione telefonica con Barack Obama, nel corso della quale il presidente USA ha perorato la necessità di «un’azione risoluta e tempestiva» con il coinvolgimento «del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea» nella vicenda greca (Il Giornale, 29 aprile 2010)? Non insospettisce che il presidente USA sostenga la necessità di «dare un segnale forte per salvare la Grecia e l’euro» (Il Messaggero, 8 maggio 2010), a quell’Europa dunque che, nella vulgata commune, potrebbe insidiare il primato geopolitico degli USA e sarebbe funzionale agli interessi della Germania, tanto supposta promotrice dell’Unione Europea quanto così restia nella vicenda attuale a promuoverne il rafforzamento?
Come uscirne. Prime notazioni preliminari
Poniamo ora l’attenzione sul caso del Giappone.
Considerato la seconda economia più grande del mondo, sembra dover soffocare sotto il suo gigantesco debito, che supera abbondantemente il 200% del PIL, di gran lunga ben al di là di quello greco. Il Giappone, però, non è investito dalle dinamiche usuraie e da protettorato che sta conoscendo la Grecia per due ragioni: perché batte moneta sovrana e perché i sottoscrittori largamente maggioritari del debito pubblico sono gli stessi risparmiatori giapponesi, non i cosiddetti investitori internazionali tra cui primeggiano le banche d’affari statunitensi. Questo significa che i governi nipponici possono emettere moneta, rinnovare il debito e rilanciare l’economia senza quasi limite. Certo, qui si aprono (per il Giappone, come per qualsiasi altro Stato) una serie di questioni legate al tipo di rapporti e alla formazione sociale, alle scelte che si compiono in relazione alle quantità di moneta circolante. Vi è quindi una variabilità di soluzioni, ma la conditio sine qua non da cui partire risiede in quegli ambiti di sovranità di premessa. Non è un caso, del resto, che non si sia mai sentito di un governo finito in bancarotta con i debiti emessi nella propria moneta sovrana.
Come un paese del Terzo Mondo che ha debiti contratti in una valuta straniera, la Grecia invece non può stampare euro né prenderli a prestito dalla propria Banca Centrale, alternative vietate dalle norme dell’Unione Monetaria Europea. A riguardo è tra l’altro singolare che tali normative vietino alla Banca Centrale Europea (BCE) la stampa diretta di moneta a favore dei debiti statali, ma la permettano se quegli stessi titoli vengono offerti dalle banche private o in caso di acquisti sul “mercato secondario”, come ultimamente per i titoli greci. Sarebbe bastato che la BCE si fosse presentata come “prestatore di ultima istanza” (vale a dire creando denaro sui propri registri contabili senza doverlo prendere a prestito) a favore del debito greco per vanificare sul nascere attacchi speculativi e stangate “lacrime e sangue”. La realtà è che i Paesi dell’Unione Monetaria Europa sono finiti in una trappola mortale perché hanno abbandonato le loro valute sovrane per un euro controllato dalla BCE, e dunque i loro deficit possono essere finanziati solamente con altro debito, gravato da interesse.
Quella del debito diviene una formidabile arma (geo)politica quando il creditore è estero. A sua discrezione, con opportune manovre, lo può far diventare “insostenibile” quando vuole, innescando dinamiche che in altri ambiti sarebbero definiti usurai ed imponendo a una data popolazione, in nome del risanamento finanziario, una cura di austerità senza precedenti in nome della quale esigere riforme strutturali. Una volta intaccati o scardinati i cardini della sovranità, si arriva alle amministrazioni, alla liberalizzazione del mercato interno, alla flessibilità della forza lavoro, alla riforma radicale delle pensioni, del sistema sanitario, scolastico, eccetera, senza che il governo locale possa avere effettiva voce in capitolo.
In questa fase pluridecennale è evidente, da tutta una serie di fattuali riscontri, l’armonizzazione in chiave imperialista di interessi statali statunitensi, geopolitica e speculazione finanziaria internazionale. E’ Washington a prevalere ancora, nello scacchiere mondiale, come centro di direzione del processo d’accumulazione, di attrazione e di smistamento dei capitali. È quel sistema d’intrecci e questa funzione a renderlo dominante. In modo sostanzialmente incontrastato a partire dalla vittoria nella Seconda guerra mondiale, gli USA continuano ad esercitare il ruolo di centro finanziario mondiale attirando il risparmio internazionale e redistribuendolo, nonostante questo ruolo sia in crisi per la perdita di posizioni nell’industria e nel commercio mondiali. I mercati finanziari parlano prevalentemente il linguaggio del dollaro. In una fase di crisi e di riorganizzazione mondiale del potere economico mondiale, la concorrenza si accentua tra le imprese e, dal momento che le imprese hanno bisogno dello Stato, che è diventato finanziatore delle banche e quindi finanziatore di ultima istanza, la concorrenza si trasferisce a livello statuale.
Nella parte di mondo in cui è collocata l’Italia, la spirale del debito è stata inoculata, innescata, da un lungo processo di santificazione e mitizzazione dell’Unione Europea che ha visto e vede connivenze anche in settori molto vasti di sinistra moderata e non solo, italiana ed europea. E’ quindi necessario mettere in discussione l’esistenza e il “senso storico” supposto irreversibile dell’Unione Europea oltre che l’idea (infondata) che la moneta unica, l’euro, sia salvifica per la nostra come per tutte le economie dei paesi membri. Un’uscita strategica dall’Unione Europea apparirà, fatti ed effetti alla mano, sempre più una necessità. E’ questo lo scenario cui puntare e in vista del quale prepararsi. Non è pensabile che possa reggere a lungo un meccanismo perverso che impedisce all’Italia, come a qualsiasi altro paese del continente europeo, di poter scegliere liberamente, in piena autonomia, con chi avere relazioni economiche in Europa e nel mondo. Non è accettabile il trattamento di cattività che Commissione e Banca Centrale Europea impongono, offrendo false protezioni in cambio di pesanti vincoli e imposizioni.
Rinazionalizzare le Banche Centrali ed il debito degli Stati, sottraendoli al controllo di oligarchie finanziarie estere e ovviamente anche interne, deve diventare una parola d’ordine. Non si dovrà più temere la minaccia di insolvenza che serve solo a rendere più stringente il nodo scorsoio alla gola, se e quando si volessero mettere in discussione i vincoli anti-nazionali di sudditanza estera. A chi sostiene che l’unificazione del mercato, del capitale e della forza lavoro dell’Unione Europea costituisce un ambito di progresso, si può controbattere facendo semplicemente rilevare che, al di là di un’astratta razionalità, il processo in atto, con le sue pesanti ricadute negative sul piano sociale, economico, giuridico, politico, sta facendo arretrare spaventosamente le lancette della storia. Altro che trasformazione socialista sui piani nazionali, continentale e sovranazionale. Liberarsi dall’Europa, evadere dalla prigione dei diktat euroatlantici di Maastricht, di Amsterdam, di Lisbona, è sempre più, alla prova dei fatti, una necessità vitale. Sui nodi della dipendenza e per un orizzonte ben diverso dell’attuale è indispensabile che si allarghino, si irrobustiscano e si radichino la riflessione, il confronto.
“Indipendenza”, n. 28, maggio/giugno 2010
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