Da oltrelacoltre

di Gianni Tirelli

Il sentimento che più affligge le democrazie occidentali è la paura della morte – conseguenza di un atteggiamento che, alla ricerca della verità, ha anteposto l’idolatria e il relativismo consumista, sacrificando l’impianto etico originario.
Una tale paura, indotta dalla degenerazione della coscienza, non va confusa con lo spirito (o istinto) di autoconservazione da sempre connaturato nell’uomo. Dal punto di vista evolutivo, la morte individuale è una conseguenza ed una necessità contenuta nel concetto stesso di infinito, risultante di una discontinuità del processo vitale.
Non siamo che foglie d’autunno che lasciano la presa perché la primavera ritrovi le sue originarie ragioni e la terra confermi le sue speranze. La nostra vita, come di ogni altra forma vivente è, allo stesso tempo, l’altare sacrificale sul quale ci immoliamo volontariamente per onorare la volontà del Mistero che, per i suoi figli benedetti, ha deciso, pace e riposo. Lo stesso riposo di cui si nutrono i nostri bambini, perché possano sbocciare al sole della vita con ritrovata energia. Per questo la morte, è la metafora di un sonno ristoratore e rigeneratore e, le foglie che cadono e le nuove gemme che sbocciano, sono le estreme condizioni che concorrono all’immortalità dell’anima.
E’ la gente che non teme la morte e ne comprende la sua necessità, a godere, di una felicità, unica e costante. Sono le persone felici a non avere paura della morte essendo la felicità, il prolungamento della consapevolezza.
La morte, è la sola ed unica versione della macchina del tempo che è in grado di riportarci all’origine di tutte le cose, per poi dare inizio ad un nuovo ed infinito viaggio verso la consapevolezza. Ciò che é’ineluttabile, rientra nella sfera del divino; così la morte, alla quale é dovuto grande rispetto.
Il primo fondamento della libertà, è il potere decidere della propria vita e della morte. Diversamente, la libertà è illusione.
Fra i vari diritti dell’uomo uno, in particolare, è sempre più disatteso: é il diritto alla morte e, chi impedisce questo diritto, è un assassino.
Non esiste, per tanto, nulla di più logico della morte e più irrazionale della paura di morire.
La vita e la morte sono le due facce di una stessa moneta, ma la vita, è ciò che rappresenta il suo valore. Nel regno dei morti, applicheremmo lo stesso concetto, ma in modo esattamente opposto. Tutto questo non relativizza la verità, anzi, la conferma, come dogma assoluto, essendo la stessa, il paradigma di due circostanze opposte, eccezionali ed estreme.
Senza l’aldilà, quindi, non saremmo di qua: come il giorno e la notte, il bene e il male! Un uomo muore, perché qualcosa lo ha abbandonato e per nessun altro motivo. Potremmo pugnalare il suo cuore con una lama intinta nel curaro, per mille, e mille volte ancora ma, se qualcosa non abbandona il suo corpo, per fare ritorno alla sorgente della vita (il nulla), sarebbe condannato all’immortalità.
E qui, entriamo nel campo dell’assurdo! Nessuna terribile malattia potrebbe minare la sua esistenza, ne il rullo di uno schiaccia sassi, dilaniare i suoi organi; basterebbe ricomporlo. Se qualcosa, non lo abbandona, gli sarebbe negata la morte, ma anche la vita. Un tale uomo, dunque, non esiste!
Il Nulla, sommo architetto e creatore (nella sua infinita razionalità e logica), si perderebbe dentro l’Enigma. E’ mai possibile che un uomo in carne ed ossa, possa vivere in eterno quando, l’Eterno, non è che il cadenzare armonioso della vita e della morte, dell’andata e del ritorno, dell’alba e del tramonto?
Solo la coscienza è eterna e immortale – Lei che vaga fra la vita e la morte, fra sogni e realtà, fra l’aldilà e la speranza, la sola che ci pone la domanda di chi siamo e dove andiamo.
Come possiamo, non credere in un’altra dimensione, quando l’alternativa é il nulla?
“ Vorreste conoscere il mistero della morte!. Ma come scoprirlo, se non cercandolo nel cuore della vita? Giacché, la vita e la morte, sono una cosa sola, così come il fiume e il mare. In fondo alle vostre speranze e ai vostri desideri sta la muta conoscenza di ciò che è oltre la vita; e, come il seme che sogna sepolto dalla neve, il vostro cuore sogna la primavera. Fidatevi dei sogni, perché in loro si cela la porta dell’eterno. La paura della morte, non è che il tremito del suddito quando la mano del re gli si posa in fronte in segno d’onore. Nel suo brivido, il suddito non è forse felice perché si onorerà di quel segno regale? Non è tuttavia più preso dal suo tremore? Poi che cos’è morire, se non stare nudi nel vento e disciogliersi nel sole? E dare l’ultimo respiro, che cos’è se non liberarlo dal suo flusso inquieto, affinché possa involarsi finalmente e spaziare disancorato alla ricerca di Dio? Solo se bevete al fiume del silenzio, voi canterete veramente. E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora comincerete a salire. E quando la terra chiederà le vostre ossa, allora danzerete veramente.” Gibran
Ci sono fra gli uomini, individui che demonizzano la morte e sbandierano il diritto alla vita, macabro vessillo teso ad esorcizzare la paura di una esistenza vuota e priva di alcun contenuto che, nella promessa di immortalità, elude ogni più remoto barlume di consapevolezza, di volontà e di verità.
Sono gli stessi che in forma di proseliti promettono la vita eterna fra le braccia del creatore ed esaltano la sofferenza catartica di questa miserabile vita terrena e della sua provvisorietà – sono i ricchi gerarchi del clero pagano e idolatra che, nel sempre più rari interventi rubati all’ozio e ad una vanità femminea, gridano a gran voce “beati gli ultimi, che loro sarà il regno dei cieli”.
Sono quelli che esaltano il primato dello spirito, per poi accanirsi su corpi inermi (cavie umane) con le macchine assemblate da Satana, e prolungare così all’infinito una tortura lacerante in un esaltato accanimento, sperimentale, degno del più spietato aguzzino nazista. Sono quelli che non accettano la sconfitta di una scienza effimera e miope, che ha anteposto il profitto e il potere, al buon senso, alla carità cristiana e al principio etico. Sono loro le anime infernali di questo secolo, loro, terrorizzate dal più ineludibile atto di giustizia: la morte.
Una profonda consapevolezza sulla necessità della morte, è quanto di più terapeutico esista, contro ogni forma di paura. Se non ne comprendiamo a fondo il suo significato più alto, ogni vera felicità ci é preclusa.
Alcune religioni, ancora oggi, immuni dal cancro del liberismo, relativista, conservano intatta la loro natura trascendente, adducendo nella vita, il significato di espiazione catartica e, nella morte, la liberazione da ogni conflitto, per poi ascendere, per diritto divino, verso i prati celesti della libertà cosciente e dell’eterno appagamento.
Ogni nostro disagio esistenziale, innescato da quella che, per un eufemismo, abbiamo definito, la “modernità”, fanno tutti capo e, per vie diverse, alla paura della morte.
E’ singolare vedere, come, nel mondo occidentale (dove il disagio psicologico e neurologico a raggiunto soglie di dolore quasi insopportabili e paralizzanti), la paura del dopo, sia vissuta come un costante tormento e stillicidio. Una spada di Damocle che destabilizza e condiziona le nostre scelte quotidiane, i rapporti con gli altri e, si accanisce su quell’equilibrio spirituale che è alla base di ogni autentica felicità.

I sorrisi smaglianti e commoventi di bambini senza pane e senza acqua e, di altri, affetti dalle più diverse patologie da denutrizione e di natura igienico-sanitarie, sono il prodotto miracoloso di una filosofia dell’anima, applicata al quotidiano dove, la convinzione naturale e logica, di un altro mondo, giusto e ricco di promesse, edulcora e sdrammatizza ogni avversità terrena, fino ad accettarla come necessaria. Questo perché, la loro condizione (qualunque sia), non prescinde mai dalla Fede essendo, l’una, complementare all’altra. La fusione di due metalli, in una lega inossidabile e indissolubile, impermeabile ad ogni paura e debolezza.
La paura della morte è la paura della vita, e la gioia di vivere non corrisponde alla paura di morire.
Noi occidentali, diversamente, oberati da comodità invalidanti e concentrati a tempo pieno, sui modelli di un’esteriorità effimera e voluttuaria, abbiamo tradito i presupposti stessi dell’esistenza, snaturando la nostra funzione primaria di servi del mistero, per precipitare dentro il buio della nostra stupidità.
La paura della morte, è il prezzo della nostra codardia. Se non siamo in grado di recuperare (e non lo siamo) tutte quelle scale di valori e di principi etici, che abbiamo mercificato in cambio di vizio, perversione, indolenza e vanità, la Grande Paura avvolgerà per sempre i nostri cuori e, in nessuna altra dimensione, troveremo conforto ai morsi della nostra disubbidienza.
L’individuo, spiritualmente in armonia, con le ragioni della vita, accetta la morte come un atto dovuto, supremo gesto di giustizia, paradigma di vittoria, che ci libera da quell’involucro di materia, bio-degradabile, deputato a alla purificazione della coscienza, per mondarci da ogni paura e renderci, così, degni, di entrare in contatto con il sovrannaturale. La paura, coincide con la perdita della speranza e con l’impossibilità di intravedere un futuro.
Atei, credenti e agnostici, non sono che le sigle a marchio di una paura più profonda, causa di infelicità e rancore. In verità, l’uomo di questo secolo, non é che un idolatra da quarto soldi, in perpetua adorazione di un mondo che ha mitizzato vergogne, menzogne e infamia.
L’uomo libero è il solo a decidere della propria morte. In lui è un bisogno ineludibile che, presto o tardi, dovrà soddisfare.

Per tanto ingrazio Dio per la morte che cancella ogni potere, che tace ogni menzogna, vergogna, dissolve ogni paura, dolore, ansie e passioni. Ringrazio Dio per la morte che da respiro alla mia vita.

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