La notte fra domenica 20 e lunedì 21 agosto del 1911 viene rubata dal Louvre di Parigi la Gioconda di Leonardo Da Vinci. Allarme mondiale per due anni, polizia nel panico, arrestato un poeta (Guillaume Apollinaire) e indagati i suoi amici (fra cui Pablo Picasso). Si sospetta un po’ di tutti (dall’impero tedesco ai mercanti d’arte) fino alla soluzione, disarmante nella sua semplicità, come elementare fu la tecnica del furto.

Una vicenda che sembra scritta da uno sceneggiatore (più volte infatti è finita al cinema o in tv) in stato di grazia – o di ubriachezza – ma che è invece tutta vera e nota: dunque dà poco gusto a chi deve, 100 anni dopo, raccontarla. Se non si vuole giocare al Dan Brown (no grazie: dovessi essere un Brown preferirei Dee o Fredric) e frullare qualche mistero fra Leonardo, Templari, Opus Dei, Gesù sposato con Maddalena eccetera, in effetti bisogna ammettere che la storia è quasi perfetta così.

Il furto è commesso da Vincenzo Peruggia, un italiano che, dopo aver fatto il decoratore e l’imbianchino, aveva lavorato come impiegato al Louvre. Proprio lui aveva montato la teca sotto cui era la Gioconda. Eppure quasi nessuno lo sospetta. Se ne esce dal museo con il quadro sotto il cappotto. Racconterà poi di aver sbagliato tram e alla fine di aver preso un taxi per andare nella pensione dove vive. La stanza di Peruggia viene perquisita ma in modo talmente superficiale che il verbale viene steso proprio sul tavolo dove è nascosta Monna Lisa, sorridente in questo caso non solo per obbligo storico. Se gli investigatori avessero conosciuto «La lettera rubata» di Edgar Allan Poe avrebbero trovato il quadroproprio sotto il naso.

E’ un copista, Louis Beroud, che aveva il permesso per riprodurre l’opera, a scoprire il furto. Si ipotizza di tutto: dal pazzo, a una banda di ricattatori a una congiura anti-francese. In realtà la polizia, anzi la gendarmeria, non cava un ragno dal buco. Il 7 settembre viene arrestato Apollinaire, poeta ma anche provocatore, giudicato di dubbia moralità persino nella libertina Parigi e anzi dichiarato pornografo. Sembra il colpevole perfetto: ha pubblicamente sostenuto (come Marinetti e altri) che bisogna distruggere le opere d’arte classiche per lasciar spazio a quelle moderne e soprattutto c’è una donna – la sua amante – che l’accusa del furto. Si trovano anche due statuette effettivamente trafugate al Louvre ma poi la colpa viene data al segretario di Apollinaire. Bolle di sapone.

Dopo aver lavorato tranquillamente, Peruggia torna nel paese natio, a Luino. A quanto pare nessuno si interessa a lui.

Passano i mesi e l’opera di Leonardo resta introvabile. Ormai si dà per certo che è perduta: al Louvre viene persino sostituita con il Ritratto di Baldassarre Castiglione del Raffaello. Monna Lisa è distrutta? O forse rinchiusa nell’inaccessibile castello di qualche super-ricco? In realtà il quadro è nella cucina del Peruggia. Un privilegio raro: dopo i re di Francia, solo Napoleone ebbe la possibilità di tenersi in casa (in stanza da letto per l’esattezza) la Gioconda.

L’11 dicembre 1913 a Firenze il colpo di scena: il ladro è arrestato, il quadro recuperato intatto. Peruggia cerca di venderlo all’antiquario Alfredo Geri che inizialmente pensa a un mitomane o a un falsario ma nel dubbio fa esaminare il dipinto da Giovanni Poggi, direttore degli Uffizi scoprendo così che è l’originale. L’ingenuo Peruggia lascia il quadro al possibile acquirente. Poche ore dopo i carabinieri lo ammanettano.

La nuova celebrità di Monna Lisa regala qualche briciola anche all’albergo dove avviene l’incontro fra Peruggia e l’antiquario: così il Tripoli (nome alla moda, vista la recentissima conquista coloniale italiana) muterà il suo nome in Hotel Gioconda.

Non va troppo male al Peruggia. Al processo viene definito «ritardato mentalmente» dal suo difensore il quale gioca una carta spettacolare. Chiede e ottiene il permesso di rivolgere un quesito all’imputato. La domanda – una sorta di trabocchetto che ancora oggi gode di popolarità – è questa: «Sul ramo di un albero ci sono due uccelli. Se il cacciatore spara e ne uccide uno, quanti ne restano?». Peruggia risponde «uno» (come farebbe chiunque distratto e/o frettoloso) e il difensore ha buon gioco a sostenere che solo un infermo di mente può pensare che l’altro uccello sia rimasto lì dopo lo sparo.

La sentenza riconosce all’imputato molte attenuanti anche per una (sincera o studiata a tavolino?) esibizione di patriottismo. Il Peruggia afferma che il quadro era stato rubato da Napoleone all’Italia e dunque era un dovere morale riportarlo in patria. Lui non voleva arricchirsi ma solo avere 500mila lire per “rifarsi delle spese”. In realtà il quadro fu venduto da Leonardo a Francesco I nel 1516 (per 4mila ducati d’oro, una bella cifra) ma all’opinione pubblica, che simpatizza per Peruggia, questo importa ben poco. I giudici sono clementi: un anno di carcere poi ridotto a soli 7 mesi. Al momento della liberazione Peruggia riceve i frutti di una colletta popolare, 4500 lire. E’ quasi un eroe.

La vicenda del furto è tutta qui. Resta da parlare del quadro.

Sculture e quadri famosi sono stati spesso rubati (nel 1969 a Palermo è sparita nel nulla una «Natività» del Caravaggio) ma in nessun caso vi fu l’attenzione quasi morbosa che da sempre suscita la Gioconda. Difficile spiegare perché. Si sa tutto praticamente di questo dipinto eppure si continua a immaginarlo come misterioso. Monna (cioè madonna, dunque signora) Lisa è certamente Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo e Leonardo abitava a un passo dalla sua casa. Per molti quel sorriso resta incomprensibile o inquietante. Forse è addirittura di un uomo; a conferma che Leonardo fosse un omosessuale. O magari è il volto di un alieno svelando che il pittore-inventore non è nato a Vinci ma arrivato dalle stelle (o dal futuro).

Se la Gioconda è famosa e se la si vuole misteriosa, allora ecco il bersaglio ideale di parodie, di facili pubblicità, di contestazioni o di aggressioni del «mister x» di turno. Di interpretazioni abbastanza rispettose come quella paffuta del Botero; di citazioni ironiche fra cui «Sei bella, sei tonda come la Gioconda» cantata dai Liftiba.

Già nel 1883, Eugène Bataille realizza una «Monna Lisa che fuma la pipa» per l’esposizione delle «Arti Incoerenti». Nel 1919 Marcel Duchamp propone una Gioconda «rivista» con baffi e pizzetto. Intitola «L. H. O. O. Q.»: nel francese parlato suona come «Elle à chaud au cul», espressione popolare (da noi si usa «ha pepe al culo») per dire «è eccitata». Andy Warhol preferisce ricolorarla in una celebre serie intitolata «30 volte è meglio di una». Siamo o no nell’epoca della riproducibilità di ogni opera d’arte?

Fu invece Salvador Dalì a cercare una spiegazione psicanalitica, quasi una paradossale giustificazione, alle numerose aggressioni (acidi nel 1956 e sassate qualche anno dopo) di cui Monna Lisa fu vittima.«Molte persone se la sono presa con la Gioconda, anche lapidandola, caso tipico di flagrante aggressione contro la propria madre. Leonardo, inconsciamente, ha dipinto un essere che riveste tutti gli attributi materni. Ha due grandi seni e posa su chi la contempla uno sguardo totalmente materno. Però sorride in modo equivoco. Cosa succede al povero infelice che è posseduto dal complesso di Edipo? Entra in un museo, una casa pubblica. Nel suo subcosciente, è un bordello e qui vede il prototipo di tutte le madri. La presenza angosciante di sua madre che gli lancia uno sguardo dolce e gli rivolge un sorriso equivoco, lo spinge a un atto criminale. Commette un matricidio, prendendo la prima cosa che gli capita fra le mani, un ciottolo, e rovinando con esso il quadro».

Se dobbiamo dar retta a questa tesi, di mamma ne è rimasta una sola, è assai inquietante e sta al Louvre. In effetti il geniale e beffardo Salvador Dalì scavò molto nel subcosciente. Addirittura fece progettare un batiscafo sperimentale per viaggiare nelle profondità marine e poi da lì proseguire sino a raggiungere… l’inconscio. Il batiscafo però non resse alla pressione marina e l’ardita impresa si chiuse lì.

Se di mamma (forse) ce n’è una sola, di Gioconda ve n’è più di una. Proprio qualche giorno fa, su codesto blog, ho raccontato di un’altra Gioconda (Belli) e di un suo straordinario romanzo «Nel paese delle donne» che assai vi ri-consiglio.

PICCOLA NOTA

Una versione più breve di questo mio articolo è uscita sul quotidiano «Unione sarda» il 19 agosto. (db)

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