Di Fidel Castro Ruz

L’Avana, 27 gen (Prensa Latina) “Il presidente venezuelano, Hugo Chavez, è stato sempre interessato in un accordo di pace vero in Colombia”, affermò il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro nel suo ultimo articolo. Di seguito Prensa Latina pubblica il testo completo della Riflessione del Comandante in Capo:
“Il presidente Chavez presentò davanti al Parlamento del Venezuela la sua relazione sull’attività realizzata nel 2011 ed il programma da eseguire nell’anno attuale. Dopo avere compiuto rigorosamente le formalità che sono necessarie in questa importante attività, parlò nell’Assemblea alle autorità ufficiali dello Stato, ai parlamentari di tutti i partiti, ed ai simpatizzanti ed avversari che il paese riunisce nel suo atto più solenne.

Il leader bolivariano è stato gentile e rispettoso con tutti i presenti come è abituale in lui. Se qualcuno gli chiedeva l’uso della parola per qualche chiarimento, gli concedeva immediatamente questa possibilità. Quando una parlamentare che l’aveva salutato gentilmente come altri avversari, chiese di parlare, interruppe la sua relazione e gli ha ceduto la parola, in un gesto di grande altezza politica. Richiamò la mia attenzione la durezza estrema con cui il presidente fu ripreso con frasi che misero a prova la sua cavalleria ed il suo sangue freddo. Quelsto costituiva un’indiscutibile offesa, benché non fosse l’intenzione della parlamentare. Solo lui ha potuto rispondere con serenità all’insultante qualifica di “ladro” che lei utilizzò per giudicare la condotta del presidente per le leggi e misure adottate.

Dopo essersi accertato sul termine esatto usato, rispose al sollecito individuale di un dibattito con una frase elegante e tranquilla “l’Aquila non caccia le mosche”, e senza aggiungere una parola, proseguì serenamente la sua esposizione.

Fu una prova insuperabile di mente agile ed autocontrollo. Un’altra donna, di indiscutibile stirpe umile, con emotive e profonde parole espresse lo stupore per quello che aveva visto e fece esplodere lì l’applauso dell’immensa maggioranza presente che per l’aspetto degli stessi, sembrava procedere da tutti gli amici e molti degli avversari del Presidente.

Più di nove ore investì Chavez nel suo discorso di resa dei conti senza che diminuisse l’interesse suscitato per le sue parole e, forse dovuto all’incidente, fu ascoltato per un incalcolabile numero di persone. Per me che molte volte abbordai ardui problemi in estesi discorsi facendo sempre il massimo sforzo affinché le idee che desiderava trasmettere si capissero, non riesco a spiegarmi come questo soldato di modesta origine era capace di mantenere con la sua mente agile e con il suo ineguagliabile talento tale spiegamento oratorio senza perdere la sua voce né diminuire la sua forza.

La politica per me è il combattimento ampio e risoluto delle idee. La pubblicità è compito dei pubblicisti che forse conoscono le tecniche per fare che gli uditori, spettatori e lettori facciano quello che è detto loro. Se tale scienza, arte o come lo chiamino, si impiegasse per il bene degli esseri umani, meriterebbero qualche rispetto; lo stesso che meritano quelli che insegnano alle persone l’abitudine di pensare.

Nello scenario del Venezuela si libera oggi un grande combattimento. I nemici interni ed esterni della Rivoluzione preferiscono il caos, come afferma Chavez, prima che lo sviluppo giusto, ordinato e pacifico del paese. Abituato ad analizzare i fatti successi durante più di mezzo secolo, e di osservare ogni volta con maggiori elementi di giudizio la rischiosa storia del nostro tempo ed il comportamento umano, uno impara quasi a predire lo sviluppo futuro degli avvenimenti.

Promuovere una Rivoluzione profonda non era compito facile in Venezuela, un paese di gloriosa storia, ma immensamente ricco in risorse di vitale necessità per le potenze imperialiste che hanno tracciato e tracciano ancora i modelli maggioritari nel mondo.

Leader politici allo stile di Romulo Betancourt e Carlos Andres Perez, non avevano le qualità personali minime per realizzare questo compito. Il primo era inoltre, eccessivamente vanitoso ed ipocrita. Ha avuto delle opportunità in eccesso per conoscere la realtà venezuelana. Nella sua gioventù era stato membro dell’Ufficio Politico del Partito Comunista del Costa Rica. Conosceva molto bene la storia dell’America Latina ed il ruolo dell’imperialismo, gli indici di povertà ed il saccheggio spietato delle risorse naturali del continente. Non poteva ignorare che in un paese immensamente ricco come Venezuela, la maggioranza del paese viveva in estrema povertà. I materiali filmici stanno negli archivi e costituiscono prove irrefutabili di queste realtà.

Come tante volte ha spiegato Chavez, il Venezuela durante più di mezzo secolo fu il maggiore esportatore di petrolio nel mondo; navi di guerra europee e yankee agli inizi del secolo XX intervennero per appoggiare un governo illegale e tirannico che consegnò il paese ai monopoli stranieri. È ben conosciuto che incalcolabili fondi uscirono per ingrossare il patrimonio dei monopoli e della stessa oligarchia venezuelana.

A me basta ricordare che quando visitai per la prima volta il Venezuela, dopo il trionfo della Rivoluzione, per ringraziare per la sua simpatia ed appoggio alla nostra lotta, il petrolio valeva appena due dollari il barile.

Quando viaggiai poi per assistere alla presa di possesso di Chavez, il giorno che giurò sulla “moribonda Costituzione” che sosteneva Calderas, il petrolio valeva 7 dollari il barile, nonostante i 40 anni trascorsi dalla prima visita e quasi 30 da quando il “benemerito” Richard Nixon aveva dichiarato che lo scambio metallico del dollaro smetteva di esistere e gli Stati Uniti cominciarono a comprare il mondo con carta. Per un secolo la nazione è stata somministratrice di combustibile economico all’economia dell’impero ed esportatrice netta di capitale verso i paesi sviluppati e ricchi.

Perché predominarono durante più di un secolo queste ripugnanti realtà?

Gli ufficiali delle forze armate dell’America Latina avevano le loro scuole privilegiate negli Stati Uniti, dove i campioni olimpici delle democrazia li educavano in corsi speciali destinati a preservare l’ordine imperialista e borghese. I golpe di Stato sarebbero benvenuti purché fossero destinati a “difendere le democrazie”, preservare e garantire un ordine tanto ripugnante, in alleanza con le oligarchie; se gli elettori sapevano o no leggere e scrivere, se avevano o no case, impiego, servizi medici ed educazione, non aveva importanza purché il sacrosanto diritto alla proprietà fosse sostenuto. Chavez spiega magistralmente queste realtà. Nessuno conosce come lui quello che succedeva nei nostri paesi.

Ciò che era ancora peggio, il carattere sofisticato delle armi, la complessità nello sfruttamento e l’uso dell’armamento moderno che richiede anni di apprendistato, e la formazione di specialisti altamente qualificati, il prezzo quasi inaccessibile delle stesse per le economie deboli del continente, creava un meccanismo superiore di subordinazione e dipendenza. Il Governo degli Stati Uniti attraverso meccanismi che non consultano neanche i governi, traccia modelli e determina politiche per i militari. Le tecniche più sofisticate di torture si trasmettevano al chiamati corpi di sicurezza per interrogare quelli che si ribellavano contro l’immondo e ripugnante sistema di fame e di sfruttamento.

Nonostante questo, non pochi ufficiali onesti, disgustati per tante sfrontatezze, cercarono coraggiosamente di sradicare questo tradimento disgraziato alla storia delle nostre lotte per l’indipendenza.

In Argentina, Juan Domingo Peron, ufficiale dell’Esercito, è stato capace di progettare una politica indipendente e di radice operaia nel suo paese. Un sanguinante golpe militare lo ha abbattuto, lo ha espulso dal suo paese, e lo mantenne esiliato dal 1955 fino al 1973. Anni più tardi, sotto l’egida degli yankee, assaltarono di nuovo il potere, assassinarono, torturarono e fecero scomparire decine di migliaia di argentini, e non furono nemmeno capaci di difendere il paese nella guerra coloniale contro l’Argentina che l’Inghilterra portò a termine con l’appoggio complice degli Stati Uniti e lo sbirro Augusto Pinochet, con la sua coorte di ufficiali fascisti formati nella Scuola de Las Americas.

In Santo Domingo, il Colonnello Francisco Caamaño Deñò; in Perù, il Generale Velazco Alvarado; in Panama, il Generale Omar Torrijos; ed in altri paesi capitani ed ufficiali che sacrificarono anonimamente le loro vite, furono le antitesi delle condotte traditrici personificate in Somoza, Trujillo, Stroessner e le sanguinarie tirannie dell’Uruguay, Salvador ed altri paesi del Centro America ed America del Sud. I militari rivoluzionari non esprimevano teoricamente punti di vista elaborati nei dettagli, e nessuno aveva il diritto ad esigerli, perché non erano accademici educati in politica, bensì uomini con senso dell’onore che amavano il loro paese.

Tuttavia, bisogna vedere fino a dove erano capaci di arrivare per i sentieri della Rivoluzione uomini di tendenza onesta che ripudiano l’ingiustizia ed il crimine.

Il Venezuela costituisce un brillante esempio del ruolo teorico e pratico che i militari rivoluzionari possono svolgere nella lotta per l’indipendenza dei nostri paesi, come già lo fecero due secoli fa sotto la geniale direzione da Simon Bolivar.

Chavez, un militare venezuelano di umile origine, irrompe nella vita politica del Venezuela inspirato nelle idee del liberatore dell’America. Su Bolivar, fonte inesauribile di ispirazione, Martì ha scritto: “vinse battaglie sublimi con soldati scalzi e mezzo nudi […] non lottò mai tanto, né lottò meglio, nel mondo per la libertà…”

“… di Bolivar, ha detto,  si può parlare con una montagna per tribuna […] o con un mazzo di popoli liberi nel pugno…”

“… quello che lui non lasciò fatto, fino ad oggi ancora resta senza essere risolto; perché Bolivar deve fare ancora molto in America.”

Dopo più di mezzo secolo fa l’insigne e premiato poeta Pablo Neruda scrisse su Bolivar un poema che Chavez ripete frequentemente. Nella sua strofa finale espressa:

“Io conobbi a Bolivar una mattina lunga,

a Madrid, nella bocca del Quinto Reggimento,

Padre, gli dissi, sei o non sei o chi sei?

E guardando la Caserma della Montagna, disse:

‘Sveglio ogni cento anni quando sveglia il popolo ‘.”

Ma il leader bolivariano non si limita all’elaborazione teorica. Le sue misure concrete non si fanno aspettare. I paesi caraibici anglofoni, ai quali moderne e lussuose navi crociere yankee, disputavano il diritto di ricevere turisti nei loro hotel, ristoranti e centri di ricreazione, non poche volte di proprietà straniera ma che almeno generavano impiego, ringrazieranno sempre il Venezuela per il combustibile somministrato con agevolazioni speciali di pagamento, quando il barile ha raggiunto prezzi che a volte superavano i 100 dollari.

Il piccolo Stato del Nicaragua, patria di Sandino, “Generale degli Uomini Liberi”, dove la CIA attraverso Luis Posada Carriles, dopo essere stato riscattato da una prigione venezuelana, organizzò lo scambio di armi per droga che costò migliaia di vite e mutilati a questo eroico paese, ha ricevuto anche l’appoggio solidale del Venezuela. Sono esempi senza precedenti nella storia di questo emisfero.

Il rovinoso Accordo di Libero Commercio che gli yankee pretendevano imporre all’America Latina, come hanno fatto col Messico, convertirebbe i paesi latinoamericani e caraibici non solo nella regione del mondo dove peggiore è distribuita la ricchezza, che lo è già, ma anche in un gigantesco mercato dove fino al mais ed altri alimenti che sono fonti storiche di proteina vegetale ed animale sarebbero rimpiazzati dalle coltivazioni sovvenzionate dagli Stati Uniti, come già sta succedendo in territorio messicano.

Le automobili comuni ed altri beni rimpiazzano quelli dell’industria messicana; tanto le città come i campi perdono la loro capacità di impiego, il commercio di droga e delle armi cresce, giovani quasi adolescenti con appena 14 o 15 anni, in numero crescente, sono convertiti in temibili delinquenti. Non si aveva mai visto prima che autobus o altri veicoli strapieni di persone, che perfino pagarono per essere trasportati all’altro lato della frontiera alla ricerca di impiego, fosse sequestrati ed eliminati in massa. Le cifre conosciute crescono di anno in anno. Più di 10 mila persone stanno perdendo la vita ogni anno.

Non è possibile analizzare la Rivoluzione Bolivariana senza prendere in considerazione queste realtà.

Le forze armate, in tali circostanze sociali, si vedono forzate ad interminabili e sfinenti guerre.

L’Honduras non è un paese industrializzato, finanziario o commerciale, neanche un grande produttore di droga, tuttavia alcune delle sue città rompono il record di morti per violenza a causa delle droga. Lì si erge invece lo stendardo di un’importante base delle forze strategiche del Comando Meridionale degli Stati Uniti. Quello che lì succede e sta succedendo già in più di un paese latinoamericano è il dantesco quadro indicato, dei quali alcuni paesi, hanno cominciato ad uscire. Tra loro, ed in primo luogo Venezuela, ma non solo perché possiede abbondanti risorse naturali, bensì perché li riscattò dall’avarizia insaziabile delle multinazionali straniere ed ha impiegato considerabili forze politiche e sociali capaci di raggiungere grandi risultati. Il Venezuela di oggi è un altro molto distinto che ho conosciuto soli 12 anni fa, ed allora mi impressionò già profondamente, vedendo che come un’Araba Fenice risorgeva dalle sue ceneri storiche.

Alludendo al misterioso computer di Raul Reyes, nelle mani degli Stati Uniti e la CIA, a partire dall’attacco organizzato e somministrato da loro in pieno territorio ecuadoriano che assassinò il sostituto di Marulanda e vari giovani latinoamericani disarmati, hanno lanciato la versione che Chavez appoggiava “l’organizzazione narco-terrorista delle FARC”. I veri terroristi e narcotrafficanti in Colombia sono stati i paramilitari che somministravano ai trafficanti nordamericani la droga che si vende nel maggiore mercato di stupefacenti del mondo: gli Stati Uniti.

Non parlai mai con Marulanda, ma sì con scrittori ed intellettuali onesti che arrivarono a conoscerlo bene. Analizzai i suoi pensieri e la sua storia. Era senza dubbio un uomo coraggioso e rivoluzionario, fatto che non vacillo in affermare. Spiegai che non coincideva con lui nella sua concezione tattica. A mio giudizio, due o tre mila uomini sarebbero stati più che sufficienti per sconfiggere nel territorio della Colombia un esercito regolare convenzionale. Il suo errore era concepire un esercito rivoluzionario armato con quasi tanti soldati come l’avversario. Questo era sommamente costoso e virtualmente impossibile da maneggiare.

Oggi la tecnologia ha cambiato molti aspetti della guerra; anche le forme di lotta cambiano. In realtà il confronto delle forze convenzionali, tra potenze che possiedono l’arma nucleare, è diventato impossibile. Non bisogna possedere le conoscenze di Albert Einstein, Stephen Hawking e migliaia di altri scienziati per comprenderlo. È un pericolo latente ed il risultato si conosce o si dovrebbe conoscere. Gli esseri pensanti potrebbero tardare milioni di anni per ritornare a popolare il pianeta.

Nonostante tutto, sostengo il dovere di lottare, che è qualcosa di per sé innato nell’uomo, cercare soluzioni che gli permettano un’esistenza più ragionata e degna.

Da quando conobbi Chavez, già nella presidenza del Venezuela, dalla tappa finale del governo di Pastrana, lo vidi sempre interessato per la pace in Colombia, e facilitò le riunioni tra il governo ed i rivoluzionari colombiani che hanno avuto per sede Cuba, e si capisca bene, per un accordo vero di pace e non una consegna delle armi incondizionata.

Non ricordo di avere mai ascoltato Chavez promuovere in Colombia un’altra cosa che non fosse la pace, e nemmeno menzionare Raul Reyes. Abbordavamo sempre altri temi. Lui apprezza particolarmente i colombiani; milioni di loro vivono in Venezuela e tutti si avvantaggiano con le misure sociali adottate dalla Rivoluzione, ed il popolo della Colombia l’apprezza quasi tanto quanto quello del Venezuela.

Desidero esprimere la mia solidarietà e stima al Generale Henry Rangel Silva, Capo del Comando Strategico Operazionale delle forze armate, ed appena designato Ministro per la Difesa della Repubblica Bolivariana. Ho avuto l’onore di conoscerlo quando diversi mesi fa visitò Chavez a Cuba. Potei apprezzare in lui un uomo intelligente e sano, capace e contemporaneamente modesto. Ascoltai il suo discorso sereno, coraggioso e chiaro, che inspirava fiducia.

Diresse l’organizzazione della sfilata militare più perfetta che ho visto di una forza militare latinoamericana che speriamo serva da spunto ed esempio ad altri eserciti fratelli.

Gli yankee non hanno niente a che vedere con quella sfilata e non sarebbero capaci di fare qualcosa migliore.

È sommamente ingiusto criticare Chavez per le risorse invertite nelle eccellenti armi che si esibirono. Sono sicuro che non si useranno mai per aggredire un paese fratello. Le armi, le risorse e le conoscenze dovranno camminare per i sentieri dell’unità per formare in America, come sognò Il Liberatore, “…la più grande nazione del mondo, meno per la sua estensione e ricchezza che per la sua libertà e gloria.”

Tutto c’unisce più che ad Europa od agli stessi Stati Uniti, eccetto la mancanza di indipendenza che ci hanno imposto per 200 anni.

Fidel Castro Ruz

25gennaio 2012

Fonte: http://www.prensa-latina.it/index.php/pl-reflexiones/732-la-genialita-di-chavez?opcion=pl-ver-noticia

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