(di Giampiero Venturi)
27/03/17

Parlando della Francia, nell’iconografia collettiva spesso campeggia Parigi. In realtà Parigi rappresenta la lumière di un progresso fastoso, sfaccettato dai mille riflessi di una grandeur divenuta via via decadente. Tra periferie in fiamme e identità diluite, la Francia vera è altrove, rien à dire… Fatta eccezione per sei aree urbane che superano il milione di abitanti, la maggior parte dei 67 milioni di francesi vive in villes medio e piccole assimilabili alle nostre città di provincia.

L’ossatura territoriale dello Stato non a caso continuano a farla i Dipartimenti, espressione di una realtà territoriale non frazionata dalle identità locali sovrapposte nei secoli.

La Francia è la Nazione per antonomasia, dove ogni tentativo di riforma indirizzata al decentramento lascia il tempo che trova. Basti pensare che le Regioni, primo livello amministrativo del Paese, dal 2016 sono state riorganizzate con accorpamenti che ne ha ridotto drasticamente il numero (da 18 a 13). Alla faccia dei regionalismi e dei federalismi, il potere centrale mantiene ancora la capacità di gestire secondo convenienza ogni modalità di devolution.

La Francia del resto, come identità unitaria, esiste dal tempo dei Merovingi. L’idea di Stato strutturato su un popolo e un territorio non è mai venuta meno nei secoli. Da Francesco I a Re Sole, da Napoleone a Charles de Gaulle: si alternano le dinastie e cadono le corone, ma quel blocco esagonale di colore verde che troneggia nell’Europa Occidentale è rimasto più o meno sempre identico.

I dati parlano chiaro: quasi un quarto della produzione agricola dell’Unione Europea viene dalla Francia, che rimane il Paese traino del settore primario continentale; più della metà degli imprenditori agricoli francesi ha meno di 50 anni.

Ben lontano dalla globalizzazione delle grandi città e dalla rabbia rap-maghrebina delle banlieues, esiste un Paese profondo che nei media convenzionali non appare mai. Un Paese, che fatte salve istanze identitarie sporadiche, rimane sostanzialmente un blocco omogeneo: a parte le rivendicazioni della Bretagna, della rediviva Occitania e dell’Alsazia, buone più che altro a valorizzare il turismo sul territorio, l’unica forma di vero indipendentismo rimane isolato in Corsica.

Ne si prende atto viaggiando lungo una départementale qualunque: piaccia o non piaccia, il Paese che ogni giorno onora il soldato Chauvin con più della metà delle auto circolanti di marca Renault, Peugeot o Citroen, vive motu proprio. O almeno così è stato per secoli.

Cosa succede ora?

C’è una Francia numerosa, discreta, lontana dalle luci della ribalta che ha cominciato a fare rumore. La Parigi dell’ultimo scorcio di secolo non lo ha capito a sufficienza continuando ad allontanare i cittadini dalla politica tradizionale.

Nella storia del Paese, il distacco dalle élite al potere ha avuto sbocchi spesso drammatici e ancora più spesso contraddittori, anche in archi ristretti di tempo. Negli ultimi 20 anni però l’andamento è stato a senso unico: gli scandali, il mal costume e le scelte politiche di una classe dirigente ormai espressione solo di se stessa, hanno distolto milioni di uomini e donne dalle istituzioni. Se in molti altri Paesi il dato potrebbe non sorprendere, in Francia è certamente un campanello d’allarme sociale di enorme rilievo.

La mancanza di figure carismatiche di peso, sempre importanti nei momenti topici della storia transalpina, ha dato il colpo di grazia: in sostanza, il Paese in cui oggi vivono i francesi non è il luogo ideale in cui gli stessi si sentono rappresentati.

La domanda è inevitabile: la febbre alta dell’UE c’entra qualcosa?

Nel bene o nel male gli ultimi due presidenti “francesissimi”, Mitterand e Chirac, seppur da punti di vista opposti, avevano dato continuità ad un senso vago di distinzione a cui il citoyen medio francese ha sempre tenuto tantissimo. La proverbiale “puzza sotto al naso” altro non è stata per secoli che la certezza della propria identità francese, per tutti gli altri spesso riducibile a un fastidioso senso di superiorità. La Storia ha fornito un non trascurabile supporto a tutto questo, è innegabile.


Cos’è rimasto di tutto ciò?

Quando nel ’67 De Gaulle, nonostante il grosso debito con l’altra sponda dell’Atlantico, sospese la Francia dalla NATO, non fece altro che dare voce ad un ceto medio molto sensibile all’idea di unicità francese. Lo stesso non si può dire per Sarkozy che mentre si cimentava a traghettare il Paese in un sistema euroglobale ogni giorno meno popolare, fece l’esatto contrario, riportando Parigi nell’Alleanza. Magari non c’entra, ma val la pena sottolineare che mentre oggi Charles De Gaulle dà il nome a strade, ponti, edifici, ospedali, scuole (e all’unica portaerei francese in servizio…), è difficile immaginare lo stesso per Sarkozy tra cinquant’anni.

Oggi si assiste ad uno scollamento doppio, tra i partiti istituzionali e il cuore del Paese: da un lato il distacco delle periferie urbane multietniche aliene ormai da ogni forma solo pensabile d’integrazione; dall’altra la deriva progressiva del Paese profondo, che si rifiuta di confondersi in un’identità europea calata dall’alto e poco rappresentativa.

Le elezioni presidenziali del 2017 si affacciano dunque su uno scenario inquietante. Chiunque vinca fra i partiti europeisti istituzionali, il salasso di consensi sarà enorme. Sotto la copertura di una rete mediatica mainstream ormai oltre la linea del grottesco e di un sistema elettorale maggioritario puro, si continuerà a parlare quindi di Europa dei valori e di orizzonti possibili senza un progetto sostenibile o quantomeno credibile.

La Francia oggi è la quinta potenza economica del mondo. Ogni anno spende per la difesa mille dollari per ogni abitante (dati SIPRI), rimanendo abbondantemente sopra il 2% del PIL (quasi il doppio dell’Italia). Come terza potenza nucleare del globo si chiede cosa le riserverà il domani: il piano inclinato su cui giace, oltre alla germaneurocrazia, porterà anche la sua definitiva dissoluzione?

Fra i candidati più probabili alla vittoria frutto di un inevitabile inciucio elettorale c’è proprio Macron, uno dei sostenitori dell’idea che la Francia, polo geopolitico da più 1000 anni, debba essere considerata come spazio e non più come nazione.

La Francia è tra i Paesi fondatori dell’Unione ma anche quello che ha sofferto di più lo strapotere tedesco a Bruxelles e le imposizioni ad esso legate. Le sue prospettive sono davvero legate irrimediabilmente ai destini torbidi dell’attuale “famiglia di popoli”?

Quel che accadrà alle presidenziali di aprile è abbastanza prevedibile. Quel che spaventa è cosa NON accadrà dopo.

(immagine: La liberté guidant le peuple – E. Delacroix)

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