La crisi finanziaria continua a produrre effetti profondamente negativi sull’economia reale, il sistema del welfare, il benessere delle persone: conoscerne i meccanismi e saper orientare le proprie scelte verso una finanza responsabile diventa uno strumento indispensabile per la cittadinanza attiva. Ecco un commento del direttore di Valori dalla nuova sezione del sito di Banca Etica dedicata alla crisi.
La crisi che ha investito l’Italia ha un mandante: la finanza ombra che ha letteralmente stravolto il sistema finanziario borsistico e obbligazionario e rischia di produrre danni incalcolabili.

Durante la tempesta perfetta che si è abbattuta sulla Borsa e sui titoli di stato italiani molti hanno genericamente gridato al ruolo della speculazione e la Consob ha tentato di arginare il fenomeno con un piccolo provvedimento di “trasparenza” che ha permesso di rilevare che solo lo 0,16% delle contrattazioni era riconducibile alle vendite allo scoperto. Ma verificare quanti e quali operatori hanno scelto di scommettere sul ribasso dei titoli azionari mentre la metà del mercato viene gestito da soggetti al di là delle regole è come somministrare antibiotico ad un malato colpito da un virus: lo si indebolisce senza combattere l’intruso.

Per capire di che cosa stiamo parlando basta qualche dato: durante il lunedì nero 11 luglio ad esempio, sul Chi-X (mercato parallelo gestito da Nomura) per il titolo Intesa SanPaolo sono passati di mano oltre 80 milioni di pezzi, rispetto ai 300 milioni circa di piazza Affari (quasi il 30% di quanto scambiato dal titolo in Borsa Italiana); aggregando anche altre piattaforme alternative (in gergo chiamate MTF – Multilateral Trading Facility) come Bats e Turquoise, il valore si avvicina al 50%. Per Unicredit la quota scambiata su tali mercati alternativi è risultata nella giornata di lunedì prossima al 25% di quanto fatto in Borsa.

Il vero male è quindi quello della cosiddetta finanza ombra. Valori nel dicembre del 2008 aveva già segnalato la gravità e pericolosità di questo mercato parallelo reso possibile negli Stati Uniti e in Europa dalla furia della deregulation iniziata alla fine degli anni ’80. Si chiamano Turquoise, Baikal, RiverCross. Nomi che evocano mari trasparenti, laghi profondi e puliti, fiumi alpini a cui ci si può dissetare.
In realtà sono quanto di più oscuro abbiano prodotto i mercati finanziari.

Tanto che, in gergo, sono indicati come “dark pools” (pozze scure): borse alternative dove si possono negoziare grandi quantitativi di azioni senza che nessuno riesca a vedere i prezzi intermedi della contrattazione. Si vede solo il prezzo finale, quando i giochi sono fatti.
Le dark pools hanno cominciato a proliferare in Europa dal 2007, dopo l’approvazione della normativa europea sui mercati finanziari Mifid che abolisce l’obbligo di concentrazione delle negoziazioni nei mercati regolamentati ed introduce nuovi sistemi di scambio.
I cosiddetti Alternative Trading Systems o ATS (il nome ufficiale delle dark pools), che dovrebbero garantire la “best execution”, l’esecuzione delle negoziazioni alle migliori condizioni possibili per i clienti. Uno dei principi cardine della Mifid. In pratica, se prima ci si rivolgeva a una banca per comprare 20.000 azioni di Eni, la banca le poteva negoziare solo ai prezzi stabiliti dalla Borsa Italiana. Ora lo può fare anche passando per una borsa alternativa, che offre la possibilità di spuntare prezzi migliori. Ed è su queste piattaforme che è andato in scena l’attacco speculativo nei confronti dell’Italia.

Per difendere il sistema Paese e l’euro stesso è indispensabile vietare queste “armi di distruzione di massa” che portano la firma di Goldman Sachs, Nomura, Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Merrill Lynch, Morgan Stanley e UBS solo per citare i principali operatori, gli stessi che in larga misura sono stati salvati dal fallimento con danaro dei contribuenti che ora sono anche costretti a pagare il risanamento dei conti degli stati peggiorati per effetto della crisi.

di Andrea DI STEFANO
Direttore dei periodici Valori

(da Banca Etica)

15 Luglio 2011
Andrea Di Stefano distefano@valori.it
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