Stefano Massini Giunto all’ultima pagina de Il denaro, mi scopro a formulare due pensieri. Il primo: un’opera di sorprendente attualità. Il secondo: quanto è banale ragionare in termini di attualità. Perché in fondo cosa ci fa apparire così vicino questo romanzo del 1891, se non il fatto che ci trascina nei meandri di una finanza rampante, destinata a una titanica implosione? Il nostro oggi descritto da una penna di ieri. Ma se è così, mi chiedo se non ci siano significati più profondi dietro l’abbaglio momentaneo di un passato che – toh! si soprappone millimetricamente al presente.
Che poi, va detto, nel caso di questo inesplorato Zola le simmetrie hanno in effetti un clamore inquietante. Il protagonista, per iniziare: Aristide Saccard non fa mistero

d’essere uno spregiudicato lupo di quella Wall Street parigina che pompava capitali a una Francia bulimica, e già qui il dejà-vu si fa sentire, con quelle caotiche contrattazioni nella sala di Palazzo Brongniart dove non ci stupiremmo di veder saltar fuori una quotazione del Nasdaq o del Dow Jones.

Figuriamoci con quel che segue. Perché il nostro mefistofelico Saccard — un Dominique Strauss-Kahn a cui non difettano prodezze da satiro — si lancia corpo e anima nell’impresa prometeica di offrire alla cristianità il divino fuoco del capitale, sotto il logo di una roboante Banque Universelle. Il bello è che Saccard fa abboccare all’amo una nutrita schiera di danarosi partner, nessuno dei quali si fa nascere un’ombra di dubbio davanti a un piano di intenti così sovresposto (fra gli obiettivi del neonato tesoro del Santo Sepolcro c’è perfino l’insediamento del papato a Gerusalemme). Dalle stalle alle stalle, poi, com’è noto, il passo è microscopico, e quando la diga dell’alta finanza collassa, il disastro si abbatte con proporzioni bibliche sulle valli sottostanti.
Ecco: questo il disegno della trama, corredato da un catalogo di vivacissimi ritratti, pochade e squarci romanzeschi, scene di vita da un’inedita Ville Lumière che sembra la Gotham City della finanza, fra loschi affaristi, procaci matrone, deputati in conflitto d’interessi, marxisti visionari, giornalisti prezzolati in vena di fake news e un mitologico banchiere ebreo che si nutre di solo latte.
Ora, è fin troppo evidente che non possiamo non percepire familiare il crac di questo immaginario Banco Ambrosiano elevato al cubo su scala planetaria, riconoscendone la parabola in quelle più recenti di numerose Lehman Brothers, al cui affollato cimitero si deve in parte l’opprimente senso di lutto di un Occidente divenuto becchino di se stesso.
La visione sembra insomma profetica, ma il punto è che — a ben guardare — c’è molto altro dietro questa ennesima cronaca di un tracollo: il bisturi di Zola sa andare a fondo soprattutto quando tratteggia — al di là delle banche, al di là della Borsa — una Sodoma e Gomorra sull’orlo del baratro, giungla morale in cui ogni limite è saltato in nome dell’interesse, lasciando un’intera comunità umana alla mercé di una ricchezza liquida. Il vero protagonista qui è lui: il denaro, divenuto non solo un veicolo di baratto (tale era ed è, ricordiamolo), quanto lo specchio imprescindibile in cui trovare la propria identità.
In queste seicento pagine di spietato grido d’allarme, non c’è cosa che non sia vendibile o comprabile: al gran bazar dell’Occidente (la definizione è di Zola) tutto è apprezzabile solo se prezzabile, si contabilizzano affetti, amicizie, figli, e naturalmente i corpi, come ferocemente descritto quando la giunonica signora Jeumont fa alzare e abbassare le quotazioni di una notte in sua compagnia, col beneplacito del marito. Cos’è questo se non lo sguardo di Zola su un futuro (oggi) in cui le finanziarie regnano sovrane distribuendo a folle di precari un’illusione di ricchezza, condizione indispensabile per sopravvivere in un’era immolata al mercimonio, in cui un multimiliardario espugna la Casa Bianca ostentando come credenziali una flotta di jet privati e ville faraoniche?
Cos’è questo se non un caveat lanciato 130 anni fa contro l’esplosivo imporsi del prodotto sul produttore, spostando il baricentro civile di una comunità dall’agorà al mercato? Per cui, nel leggere il passaggio in cui la mite Caroline intuisce in un tramonto l’«imminente fine di un mondo», sorge il dubbio che Zola non si riferisca al sistema delle banche quanto al crepuscolo di un’umanità monetizzata.
Ecco la mendace illusione dell’attualità: un libro sembra parlarci principalmente di vertigini bancarie e in questo troviamo la traccia di un’Europa avvitata al tango degli spread, ma fra le righe si intuisce un’altra amara verità: Zola parla di noi, sì, nella transizione da esseri umani a esseri commerciali, misurabili in potere d’acquisto. E quanto alla Banque Universelle, essa in fondo non è fallita: ci stiamo tutti dentro, si chiama pianeta terra.
Commenta su Facebook