La “questione curda” riveste come non mai un fattore di instabilità e di conflitto nello scacchiere vicinorientale. Viene spesso sottovalutata o deliberatamente occultata la strategia statunitense e israeliana di frammentazione dell’area, similmente a quanto accaduto – per esempio – nei Balcani; tale strategia è alla base dell’imbarbarimento della convivenza fra i popoli e di uno stato di conflitto permanente di cui non si vede l’esito finale, se non una generale dissoluzione e Paesi in ginocchio.

E’ quanto previsto e rappresentato nel 1982 da Oded Yinon – giornalista israeliano allora vicino al ministero degli Esteri di Tel Aviv – su Kivunin, periodico del Dipartimento dell’informazione e dell’organizzazione sionista mondiale. In un saggio intitolato “Una strategia per Israele negli anni Ottanta del Novecento” egli indicava come compito fondamentale la distruzione degli Stati della regione da sostituire con più piccole e ininfluenti entità, sfruttando a questo fine le divisioni etniche e religiose. Tali divisioni andavano enfatizzate ed esasperate, secondo quanto già auspicato negli anni Cinquanta da Ben Gurion a proposito del Libano in particolare.

Yinon scriveva che il mondo arabo/musulmano era il maggior pericolo per Israele e andava affrontato già nel breve periodo: “Il mondo arabo è costruito come un castello di carte, messo insieme dagli stranieri (Francia e Gran Bretagna negli anni Venti) senza tener conto dei desideri degli abitanti; è stato diviso in diciannove Stati, tutti formati da una combinazione di minoranze e gruppi etnici fra loro ostili”. Il saggio esamina attentamente le composizioni interne di ogni Stato islamico – non soltanto di quelli arabi, in realtà – scorgendo in tali variegate e complesse composizioni delle opportunità: una possibilità, per Israele, di espandere le proprie dimensioni.
Occorre quindi – precisa Yinon – la formazione di “Stati deboli, con poteri ben localizzati e senza un governo centralizzato: questa è la chiave di uno sviluppo storico”.

Ma questa strategia, che Israele ha direttamente o indirettamente perseguito nei decenni a seguire, si sposa perfettamente con la strategia perseguita dagli Stati Uniti nel cuore del continente euroasiatico: i Balcani, il sanguinosissimo conflitto Iraq/Iran (pianificato e sostenuto dal Pentagono), l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria.

Il saggio apparso su Kivunin anticipa gli avvenimenti: “Qualsiasi tipo di scontro tra Paesi arabi ci aiuterà nel breve termine e ridurrà il percorso verso il più importante traguardo di frantumare l’Iraq, così come la Siria e il Libano”: è quanto la politica occidentale – Stati Uniti naturalmente in primis – si è incaricata di trasformare in realtà, con cinismo e grande enfasi sul ruolo dei Liberatori.

Accennavamo all’inizio alla questione curda perché in questo contesto essa riveste effettivamente un’importantissima funzione: mettere a repentaglio l’integrità territoriale di ben quattro Stati, Turchia, Iraq, Iran e Siria, provocando il caos e la dissoluzione del “tutti contro tutti” – le prime vittime di tanto sfacelo sono probabilmente proprio i curdi.

La Turchia allineandosi ai piani occidentali di “cambio di regime” in Siria è caduta in pieno nella trappola: i nemici ora sono tanti (Daesh, i separatisti curdi, Assad) e tutti alle porte, e il governo sembra veramente non avere strategie di uscita o scelte autorevoli da sostenere sul campo.

 

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