Ha suscitato molta impressione l’ondata di riprovazione che nei social network ha investito i tafferuglisti che si sono scontrati con la polizia in occasione dell’Expo milanese. Occorre però domandarsi se questa ondata esprima davvero un’opinione diffusa, oppure sia soltanto un effetto della manipolabilità degli stessi social network.
In questo periodo è di moda irridere alla “rivoluzione da tastiera”; d’altra parte la tastiera ha costituito davvero una rivoluzione, anche se nello stretto ambito dell’informazione. Nel 1999 internet era ancora poco diffuso, perciò l’aggressione della NATO contro la Serbia poté avvalersi di un supporto propagandistico assolutamente incontrastato. Molte riviste di opposizione, in nome del libero dibattito, diedero inoltre largo spazio alle tesi anti-Milosevic, in modo che alla fine gli spazi si chiusero per quei pochi che avrebbero voluto esprimere un dissenso. Se si confronta quanto accaduto negli anni della guerra nella ex Jugoslavia con la vicenda della Libia prima e della Siria poi, si può valutare quanto la possibilità di usare internet abbia inciso nel formare un’opinione contraria alla guerra; un’opinione certamente minoritaria, ma comunque documentata, e spesso tale da mettere in crisi la propaganda ufficiale. Lo stesso accadde per l’Iran, con le mistificazioni legate ai nomi di Neda e Sakineh, lanciate sì su internet, ma sulla stessa rete poi demistificate. Gli interessi affaristici legati ad Internet hanno reso sinora poco praticabili i piani di irreggimentazione della rete, perciò, per ora, questa nicchia di informazione sopravvive. L’aspetto molto più manipolabile della rete riguarda invece i commenti, che possono essere lanciati a centinaia e migliaia, senza però che ci sia la reale possibilità di un controllo delle fonti; quindi pochi operatori di professione possono creare l’impressione di un’ondata di opinione.
C’è quindi da dubitare dell’ipotesi che gli scontri di Milano abbiano davvero suscitato tanto sdegno. Si possono anche avanzare tutti i sospetti possibili e immaginabili sull’effettiva natura dei cosiddetti Black Bloc. Ma la questione delle infiltrazioni e delle provocazioni da parte della polizia e dei servizi segreti può costituire un valido motivo per demistificare le emergenze di ordine pubblico e di terrorismo, ed anche per screditare ipotesi di lotta armata; ma certo non potrebbe essere usata a sostegno di una “condanna della violenza”. Un sistema di potere che irride alle manifestazioni pacifiche e spesso le aggredisce, che equipara le critiche a sabotaggi, che concepisce ogni “riforma” come un atto di guerra civile contro una categoria, che etichetta inoltre come “populismo” qualsiasi espressione elettorale contraria allo strapotere degli organismi sovranazionali, è di fatto un potere che chiude la strada ad ogni mediazione sociale.
Tra l’altro le democrazie non rinunciano all’assassinio come normale strumento di lotta politica; anzi lo praticano con maggiore disinvoltura sotto la finzione dello Stato di Diritto. L’attuale Presidente della Repubblica aveva un fratello che è stato ucciso in circostanze rimaste ancora misteriose, ed inoltre tutta la storia della fine della cosiddetta Prima Repubblica è costellata di strani suicidi e di provvidenziali incidenti.
Ma nemmeno in questo settore l’Italia è più all’avanguardia. Il primo atto della rinata democrazia cecoslovacca fu l’assassinio nel 1992 dell’eroe nazionale Alexander Dubcek, contrario alla separazione del Paese e leader di un partito socialdemocratico considerato non abbastanza favorevole alle privatizzazioni. Quell’eroe della “Primavera di Praga” del 1968, che per venti anni il KGB non aveva osato toccare, fu eliminato sbrigativamente in “democrazia”. Dubcek fu dapprima “incidentato”, poi trasportato in un ospedale ceco incredibilmente lontano dal luogo dell’incidente, e successivamente privato delle necessarie cure. La magistratura ceca ignorò le proteste della famiglia di Dubcek ed affossò ogni indagine. Se le stesse circostanze si verificassero nell’attuale Russia, i media occidentali non esiterebbero ad incolpare Putin.
La democrazia elettorale viene sistematicamente irrisa dagli organismi internazionali e considerata un orpello del passato nei documenti della multinazionale JP Morgan. Il sedicente “neoliberismo” (in realtà assistenzialismo per ricchi) ha diffuso e consolidato una concezione astratta e idealizzata della politica, alla quale si nega ogni funzione di gestione dell’economia, in nome dell’unico compito di “dettare le regole”. Una politica “povera”, perciò incapace di contrastare lo strapotere delle multinazionali.
La democrazia viene però resuscitata come mito ogni volta che possa andare a sostegno delle tesi ufficiali. La vittoria elettorale del conservatore Cameron nel Regno Unito è stata presentata come un sostegno popolare e democratico alle “politiche di austerità”, cioè ai progetti di privatizzazione della sanità e della previdenza cari alle banche ed alle compagnie assicurative. Non sono però mancate letture più articolate. Il giornale “Il Fatto Quotidiano” ha lanciato un’interpretazione del voto britannico basata sulle analisi dell’economista Paul Krugman, che ha accusato Cameron di aver truccato i dati economici per legittimare i suoi tagli allo Stato sociale. L’articolista fa il resto, suggerendo che la colpa sia in definitiva degli astensionisti, che, pur non credendo a Cameron, poi non sono andati a votare. Insomma, anche se la percentuale del 66% dei votanti è considerata un record nel Regno Unito, quando si perdono le elezioni la colpa è comunque di chi non crede nella democrazia.
In realtà le interpretazioni potrebbero anche essere diverse. La Gran Bretagna ha vissuto per mesi uno psicodramma mediatico sulla possibile secessione della Scozia, una secessione poi respinta nel solito referendum “democratico”. Che il Regno Unito fosse disposto davvero a lasciar andare via la Scozia, fa parte delle ipotesi irrealistiche a puro diletto dei media. Certo è che il clima nazionalista ha danneggiato il Labour Party in una delle sue roccaforti elettorali, cioè proprio la Scozia. Anche il decennio del regime thatcheriano si fondò su espedienti analoghi, come il favorire la secessione socialdemocratica nel Partito Laburista.
La cosiddetta democrazia difficilmente si sostanzia in una politica precisa, ma si esprime attraverso speranze e nostalgie. Le speranze giocano sempre più al ribasso, mentre le nostalgie tendono a diventare sempre più scadenti. Il riciclaggio mediatico del Buffone di Arcore può essere considerato un tipico esempio di operazione-nostalgia. Alla voce dello stesso Buffone è stato affidato un messaggio di buonsenso, come la condanna dell’assenza dei leader occidentali alle manifestazioni russe per la vittoria nella seconda guerra mondiale. Una posizione di buonsenso viene però automaticamente screditata se identificata con il Buffone, ed è proprio questo lo scopo che si voleva raggiungere.
Il rischio è che le opposizioni si abituino a vedere nella sua figura l’ultimo baluardo di un potere elettoralmente legittimato. In nome di un “almenismo” sempre più diffuso, si può argomentare che “almeno” il Buffone era eletto dal popolo. Una memoria annebbiata potrebbe inoltre far smarrire gli aspetti di continuità dei governi degli ultimi venticinque anni ed alimentare nostalgismi.
Ma se oggi non c’è più il Buffone di Arcore, c’è comunque un nuovo Buffone. Non vale nemmeno più la pena di chiamarli per nome. Tanto vale denominarli in blocco come il “Buffone di Turno”.

 

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