Non fossero stati sufficientemente chiari i dati diffusi la settimana scorsa sul crollo della produzione industriale, sul calo dell’export e sull’aumento della deflazione, arriva ora il report dell’Istat che analizza il trimestre dell’economia italiana. Le conclusioni sono nette: crescita zero della nostra economia, come non si registrava dal 2014. A fornire un ulteriore motivo d’inquietudine arriva poi l’aumento del deficit e del debito pubblico, logica conseguenza della contrazione del PIL. Il che, com’è noto, non favorisce certo la trattativa sulla possibilità di sforare il differenziale massimo del 3% tra deficit e PIL, previsto da Maastricht.

Per quanto la propaganda di Palazzo Chigi abbia cercato di spiegare i primi come elementi congiunturali, la condizione generale dell’economia italiana riassunta nell’elaborazione del trimestre di riferimento propone un quadro generale preoccupante. L’analisi sui nostri conti è ulteriormente preoccupante se misurata con quella registrata nell’eurozona, dove il segno della crescita, pur non impetuosa, appare però consolidato da due anni.

La battaglia in sede europea si complica. Non è questione di decimali: indipendentemente dall’urgenza di proporre un’attenuazione decisa del rigorismo monetarista da parte di Bruxelles, ad oggi, per quanto riguarda i conti italiani, non vi sono le condizioni per ritenere che una maggiore flessibilità sui bilanci (pure indispensabile) possa favorire, di per sé, la condizione generale dell’economia, privata di interventi strutturali.

Ora, a meno di non voler considerare anche i numeri come gufi antigovernativi, si può serenamente affermare che i dati diffusi in questi giorni indicano una oggettiva difficoltà per la sempre ipotizzata e mai avvenuta ripresa economica italiana. Emerge semmai, con evidenza difficile da contestare, proprio l’assenza di una strategia per le politiche economiche e sociali finalizzata alla ripresa.

Nessuna politica industriale degna di tal nome, solo atteggiamenti punitivi per lavoratori e sindacati; nessun ragionamento sulla razionalizzazione della spesa ma solo interventi di contrazione della stessa. Interventi di tipo elettoralistico, come quello sul Jobs Act, gli 80 Euro o l’abolizione delle imposte sulla prima casa, sono apparsi come interventi non solo congiunturali ma sbagliati. Perché destinati alla porzione di popolazione che meno ne necessitava, a fronte dell’immobilismo assoluto verso la fasce più deboli, rimaste così estranee alla ripresa dei consumi. Il che non ha certo aiutato la domanda interna, rimandando sine die l’appuntamento con l’innesco di un ciclo virtuoso.

Misure che hanno invece mostrato l’incongruenza con le politiche espansive che andrebbero destinate alla ripresa; l’abolizione della tassa sulla prima casa ha privato la fiscalità generale di circa 4 miliardi di Euro e i famigerati 80 euro hanno ulteriormente appesantito i conti pubblici senza che abbiano rappresentato un pur piccolo grimaldello per la spinta deflattiva, e non risulta che abbiano alterato in positivo le condizioni di chi li ha ricevuti.

Idem dicasi per il Jobs Act, che al netto della propaganda sul valore aggiunto che avrebbe rappresentato nella generazione di posti di lavoro, si è in realtà dimostrato strumento utile per ampliare i margini per le aziende e ridurre ulteriormente il valore del lavoro. Le aziende, peraltro, hanno avuto modo di ridurre il peso fiscale (ulteriore fardello per la fiscalità generale) attraverso ingegnerie furbe sulla pelle di chi si è visto fintamente licenziato e poi riassunto con contribuzione minore sugli oneri sociali e senza ricevere nessun beneficio sul piano salariale, nè maggiori garanzie sul tempo indeterminato.

Che una politica a guitti non fornisse garanzie nemmeno sul breve termine era scontato. E non è un caso che le ipotesi di crescita fornite dai diversi centri studi economici e dallo stesso governo si attendessero una crescita modesta, non oltre lo 0,6 per cento, in linea con quanto atteso in Europa. Solo che la crescita media dell’Eurozona, attesa intorno all’ 1,6%, è stata in qualche modo confermata dal dato trimestrale, che parla di un aumento del PIL pari allo 0,3% sul trimestre.

Ma l’Italia, come già negli anni scorsi, non riesce ad agganciare il pur lento trenino della ripresa. Il fatto che nemmeno questa misera elevazione in decimali sul trimestre abbia avuto luogo, che le previsioni di crescita diffuse dal Ministero dell’Economia e Finanza si sia ora riassestata per l’anno in corso su un auspicabile 0,6 per cento e che la stagnazione sia l’unica certezza su base costante, non fa che ribadire come nemmeno le più modeste previsioni di crescita italiana siano corroborate da una lettura incontrovertibile delle politiche governative.

Il bilancio del governo Renzi è uno dei più fallimentari degli ultimi dieci anni. Riforme costituzionali che portano dritta l’Italia verso una svolta autoritaria, politiche economiche che la spingono nel baratro e politiche sociali che vagano nel nulla, sono il triste e preoccupante esito di un governo incompetente ed arrogante, mai scelto dagli elettori e mai considerato in Europa.

La versione renziana della realtà italiana, costruita su un apparato di propaganda onnivoro e violento, ma completamente indifferente ai dati reali, ben rappresenta i fari del famoso Tir che indica la luce in fondo al tunnel.

di Fabrizio Casari

FONTE: AltreNotizie.org

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