di: Filippo Ghira
f.ghira@rinascita.eu
Il rendimento dei titoli decennali del debito greco ha toccato ieri mattina quota 13,93%, per poi scendere al 13,81%. Si tratta del livello più alto dall’introduzione dell’euro. Un’impennata che testimonia dell’azione della speculazione internazionale determinata a far scendere il valore di mercato dei Bot greci e allo stesso tempo farne salire i rendimenti. Il tutto per creare ulteriori difficoltà al governo socialista di Gheorgos Papandreou nel restituire sul lungo termine capitale ed interessi.
Certo, la speculazione ha avuto abbondante materiale a disposizione sul quale lavorare considerato che da diversi giorni circolano insistenti voci su un intervento dell’Unione europea e del Fondo monetario internazionale sulla ristrutturazione del debito greco. Ristrutturazione che significa in buona sostanza che il debito a breve verrebbe trasformato in debito a lungo termine per offrire un po’ di respiro ad un Paese che davvero non ce la fa a rimettersi in piedi.
Ed anche le smentite su questo piano di ristrutturazione sono servite a poco. Semmai sono state interpretate come la conferma che Atene si trova in una situazione di quasi bancarotta anche perché è la Germania a spingere in tal senso, suggerendo che il Fondo europeo salva Stati possa comprare una parte dei titoli greci. Mentre gli stessi giudizi delle agenzie di rating Usa implicano che una ristrutturazione ci sarà in quanto essa è inevitabile.
Il portavoce del governo greco ha spiegato che l’esecutivo non lavora per una ristrutturazione ma continua gli sforzi per le riforme e la competitività che sono l’unica risposta che si deve dare. Oltretutto, ha insistito il governatore della Banca centrale greca, Gheorgos Provopoulos, una ristrutturazione non è né necessaria, né   desiderata perché avrebbe gravi conseguenze per il settore assicurativo, per i fondi pensione e per gli investitori privati che hanno acquistato titoli greci. Il governo, messo alle strette dagli usurai della Ue e del Fmi (i prestiti concessi scontano un interesse del 6,2%) si è piegato e ha varato un “rigoroso” piano di austerità, fatto di congelamento dei salari dei dipendenti pubblici e delle pensioni, unito alle privatizzazioni delle aziende pubbliche operanti nel settore dell’energia e delle telecomunicazioni. I settori, detto per inciso, che più hanno a che fare con la sovranità nazionale.
Smentite sono venute anche dalla Francia, con il ministro delle Finanze, Christine Lagarde, che ha escluso nel modo più assoluto l’ipotesi di ristrutturare il debito di Atene,. visto che il Paese ha iniziato ad applicare e a rispettare un programma di riforme. Quindi, toccando la questione centrale, Lagarde ha escluso che si possa arrivare ad un doppio euro per i Paesi in difficoltà (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, i cosiddetti Pigs come li ha definiti la stampa anglosassone). Una ristrutturazione del debito di questi Paesi, ha avvertito, sarebbe catastrofica. L’obiettivo dell’Unione deve essere semmai quello di rafforzare la competitività di tutti i Paesi dell’Eurozona. Stessi concetti sono stati illustrati da una portavoce della Commissione europea.
La maxi-manovra che verrà annunciata dopo Pasqua da Papandreou, con  nuove misure di rigore che dovrebbero permettere ad Atene di tornare a collocare con tranquillità i propri titoli di Stato sui mercati finanziari, sarà costituita di  privatizzazioni per 50 miliardi di euro entro il 2015 e di tagli al deficit da 26 miliardi. Nonostante le sue dimensioni, la manovra non ha però convinto i mercati e gli speculatori, sostenuti dai giornali di riferimento come Financial Times e Wall Street Journal, hanno trovato terreno fertile sul quale operare. La Grecia non è comunque l’obiettivo della speculazione ma il mezzo per arrivare a colpire l’euro. Si vuole infatti partire dai quattro Paesi con le finanze pubbliche più disastrati per creare una crepa insanabile nell’edificio della moneta unica. Anche i risultati delle elezioni politiche finlandesi con il successo dei nazionalisti, contrari a salvare i Paesi Pigs in difficoltà, testimonia di uno stato d’animo di sfiducia sempre più diffuso che i governi, con l’aumento della povertà, non riescono a gestire.
Ieri si è aperto un nuovo fronte, quello spagnolo. I risultati delle aste dei nuovi titoli pubblici di Madrid, per quasi 5 miliardi di euro, sono stati inferiori alle attese, sia per quelli a 12 che a 18 mesi, tanto che i tassi di interesse offerti hanno registrato un forte rialzo (intorno al 30%) rispetto alle ultime emissioni dello stesso tipo.
Sul fronte irlandese, le agenzie di rating Usa hanno abbassato il giudizio su diverse banche e di conseguenza sull’affidabilità dei titoli di Stato a causa dei maggiori costi , rispetto al previsto, che Dublino dovrà sopportare per una loro ricapitalizzazione.
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