La prova definitiva che Renzi sia semplicemente un pupazzo, è arrivata con la “sua” proposta di seppellire il contratto collettivo di lavoro e di avviare contratti aziendali. I media hanno annunciato l’evento con i soliti toni trionfalistici e fuorvianti, come “sfida ai sindacati”, presentando anche il solito Marchionne come l’alfiere ed il profeta dell’iniziativa.
Se i sindacati, per una volta tanto, non volessero stare al gioco delle parti, potrebbero facilmente rivelare chi è invece il vero autore della proposta della contrattazione aziendale in deroga ai contratti nazionali, e cioè il Fondo Monetario Internazionale. Lo scorso 18 settembre il quotidiano confindustriale “Il Sole-24 ore” aveva riportato con evidenza le “raccomandazioni” del FMI al governo italiano non solo sul restringimento della previdenza pubblica e sulle privatizzazioni, ma anche sull’avvio di una contrattazione aziendale a scapito del contratto collettivo.
In effetti il FMI aveva pubblicato un ampio documento/direttiva a riguardo già nel 2012, indirizzandolo all’intera Unione Europea. Il documento era stato oggetto di una discussione dei sindacati a livello internazionale. L’osservazione più ovvia era che il documento si dimostrava incapace di fornire qualsiasi sostegno statistico riguardo ai presunti effetti positivi dei contratti aziendali sulla produzione e sull’occupazione. Tutto il documento si avvita retoricamente intorno ad una tautologica riaffermazione della propria tesi: i contratti aziendali rilanciano la produzione e l’occupazione, e la prova consiste nel fatto che i contratti aziendali rilanceranno la produzione e l’occupazione.
Non si trattava però di una posizione ideologica fine a se stessa, ma di propaganda funzionale ad un’operazione di lobbying delle multinazionali. Il seppellimento della contrattazione collettiva, non seppellisce contestualmente solo il sindacalismo confederale, ma persino l’associazionismo industriale, che perde ogni funzione. La Confindustria già oggi si riduce ad una sotto-lobby finanziaria, ed anche associazioni meno note, ma altrettanto importanti, come la Confapi, perderebbero senso in assenza di un CCNL da firmare. Un’area di piccola e media impresa rimarrebbe senza ombrello contrattuale, divenendo preda del finto sindacalismo di organizzazioni criminali, e quindi bisognosa della “protezione” di compagnie multinazionali. L’esito scontato di una tale situazione sarebbe un ulteriore boom delle delocalizzazioni verso Paesi dell’Est Europa, diventati feudi di multinazionali come la Philip Morris. Il business delle delocalizzazioni di piccole e medie imprese è infatti gestito da multinazionali, che in tal modo esercitano un vero e proprio cannibalismo industriale.
Le “borghesie nazionali” si rivelano così ancora una volta un mito inconsistente, poiché è sempre la sudditanza all’imperialismo a fornire la coscienza di classe dei ceti padronali. Le cose non vanno diversamente per i partiti apparentemente più dotati di base sociale e radicamento territoriale. Sebbene Pier Luigi Bersani fosse un adepto super-allineato delle posizioni del FMI, è stato ritenuto ugualmente inaffidabile come potenziale Presidente del Consiglio. Ciò proprio a causa dei legami di Bersani con la piccola e media impresa, e non solo con la Lega delle Cooperative, ma anche con la Compagnia delle Opere. Che oggi il Partito Democratico si dimostri incapace di difendere persino la propria base finanziaria ed elettorale, dice parecchio sulla penetrazione del lobbying multinazionale.
Purtroppo il dibattito di opposizione già rischia di avviarsi verso la deriva delle preoccupazioni di carattere costituzionale. Certo, l’incostituzionalità della liquidazione del contratto collettivo è facilmente dimostrabile, ma l’incostituzionalità non ha mai impedito nulla in passato. La “più bella Costituzione del mondo” non contiene infatti alcuna normativa che limiti l’ingerenza dovuta alle organizzazioni internazionali ed ai trattati internazionali; per quanto riguarda questi ultimi, addirittura impedisce che vengano sottoposte a referendum abrogativo le leggi di ratifica dei trattati.
La Costituzione “più bella fiaba del mondo”, proposta in uno spettacolo di Roberto Benigni di due anni fa, si è risolta quindi in un’ulteriore infantilizzazione dell’opinione pubblica “progressista”, chiamata a “sognare” piuttosto che a guardarsi dall’invadenza crescente del lobbying inquadrato nelle organizzazioni internazionali come il FMI. Il riferirsi a categorie astratte come “democrazia”, “legalità” o “diritti”, esime appunto dal tener conto dei soggetti concreti come le lobby sovranazionali. La “Costituzione più bella del mondo” si è scordata dell’imperialismo. Non sorprende che oggi Benigni sia diventato persino un sostenitore della “cessione di sovranità”, secondo lui necessaria, ovviamente per continuare a “sognare”. I lobbisti sono un esercito che arruola anche parecchi insospettabili.
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