di Gianni Tirelli

Confrontando e comparando attraverso alcuni parametri di riferimento oggettivi, la condizione e lo stile di vita dell’uomo della pietra con l’individuo tecnologico dell’era moderna, saremo in grado di ricavarne il livello di libertà, e di felicità raggiunti dall’uno o dall’altro, nelle loro diverse circostanze temporali.
La consapevolezza di se e delle cose, è il gradino più alto della conoscenza. E quanto più è filtrata dalle tutte le intrusioni di natura didattica, culturale, informatica, tecnologica, psicologica e nozionistica, tanto più la libertà mentale dell’uomo sarà prossima alla verità.
La sfera della consapevolezza dunque, si amplia e si espande, nella misura in cui il nostro rapporto con la realtà, è libero da ogni tipo di sollecitazione, debolezza e dipendenza, e da ogni altro condizionamento che intervenga ad inquinare quel processo primigenio (logico e istintuale), che ci conduce alla radice (all’essenza) della verità, fugando ogni relativizzazione, contaminazione, e giudizio soggettivo.
Pertanto, il grado stabilizzato di felicità da noi raggiunto, è direttamente proporzionale al nostro livello di consapevolezza.
Diversamente dall’uomo preistorico, e in netta antitesi, la nostra esistenza è obnubilata da una serie infinita di ipotesi, di congetture, invenzione e tecnicismi, che ci precludono inevitabilmente la possibilità e la capacità di determinare quella presa di coscienza, necessaria e deputata al risveglio di una consapevolezza acritica.

Affermare che l’uomo cibernetico del nostro tempo sia l’espressione massima del suo ego, è una conclusione inattendibile e incongruente.
Contrariamente a tali congetture, l’individuo robotizzato delle società moderne, non ha alcun Ego, non essendo in possesso di alcun parametro di solido riferimento attraverso il quale addivenire a delle scelte oggettive!!
Viviamo nel totale relativismo, etico, morale affettivo e spirituale!! Non serviamo più a nulla, non abbiamo scopi, vere motivazioni, se non la meccanica spinta alla mera sopravvivenza, condizionata da un residuo istinto di auto/conservazione che si va spegnendo, e che porterà una gran parte dell’umanità ad un suicidio di massa.

Viviamo e ci comportiamo contro natura. Questo accade perché, oggi, ogni comportamento, motivazione e scelta, non sono rivolti al benessere, al bisogno primario e alla felicità dell’individuo, ma al mero e banale profitto materiale e psicologico – alla soddisfazione di dipendenze, e al ricorso di attenuanti, addotte al fine di relativizzare, giustificare le nostre debolezze strutturali.
La visione del mondo “dell’uomo della pietra”, era diretta, simbiotica e mutualistica, interagendo con la natura (la terra) come il solo, unico interlocutore e mediatore affidabile e indiscutibile, fonte di consapevolezza, e quindi di saggezza e di pura conoscenza. Una condizione di privilegio, che gli assicurava uno stabile e durevole livello felicità, e dove il “libero arbitrio” si rattrappiva sui bisogni primari e sull’istinto di autoconservazione.

Questo secolo ci ha derubato di ogni residua consapevolezza, e così trasfigurato la felicità in una sorta di isterico e schizofrenico sbalzo di umore, che subito scompare per fare posto al dubbio e alla paura, fin dentro un frustrante e patologico stato d’angoscia esistenziale.
Un’umanità di individui snaturati e smarriti, più concentrati sul male che possono fare agli altri, che il bene a loro stessi.

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