Nel 2013 gli investimenti diretti in uscita dalla Cina sono aumentati del 15 per cento per un totale di oltre 100 miliardi di dollari. Non solo petrolio, gas e beni alimentari. Ma tecnologie. L’officina del mondo si sta rapidamente meccanizzando. Un cambiamento strutturale che potrebbe oggi avere un ruolo propulsivo sullo sviluppo africano..

Alessia Amighini per “Il Foglio

CNOOC

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I crescenti appetiti cinesi sono sempre più soddisfatti quando fanno shopping all’estero. Secondo l’ultimo World Investment Report 2014 dell’Unctad – presentato a Roma a inizio mese – gli investimenti diretti in uscita dalla Cina sono cresciuti per la prima volta più di quelli in entrata.

Nel 2013 questi ultimi sono aumentati del 15 per cento per un totale di oltre 100 miliardi di dollari, grazie al buon numero di acquisizioni messe a segno dalle imprese cinesi, come l’accordo tra Cnooc (China National Offshore Oil Corporation, di proprietà pubblica) e la canadese Nexen (del valore di 15 miliardi di dollari, il più grande mai realizzato dai cinesi in tutto il mondo) e tra Shauanghui e l’americana Smithfield Food (5 miliardi di dollari, il più grande mai realizzato negli Stati Uniti).

nexen

nexenNEXEN

La voracità cinese non è diretta soltanto a petrolio, gas e beni alimentari. Quella di Pechino è soprattutto fame di conoscenza: l’espansione cinese nei paesi industriali è avvenuta soprattutto per soddisfare il crescente bisogno di accedere a tecnologie che in casa la Cina non è (ancora?) in grado di produrre, ma che sono indispensabili per poter competere a livello internazionale.

Della rapida espansione delle imprese cinesi oltre i confini nazionali attraverso fusioni e acquisizioni si discute da circa un decennio, negli Stati Uniti e in Europa – sedi delle principali scalate da parte di imprese cinesi – soprattutto sottolineando il rischio di perdita della leadership tecnologica occidentale in settori di rilevanza strategica come l’energia, le telecomunicazioni e i trasporti.

SMITHFIELD FOODS

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Le numerose acquisizioni, unite ai forti investimenti in ricerca e sviluppo, finanziati dall’enorme liquidità di cui dispongono le imprese cinesi, soprattutto quelle di proprietà pubblica, stanno portando la Cina a risalire la scala dello sviluppo tecnologico in molti settori. L’upgrading tecnologico richiede il ricorso a metodi di produzione che utilizzino più capitale e meno lavoro, cioè più macchinari e meno lavoratori.

Finora la Cina è cresciuta grazie alla enorme disponibilità di manodopera, soprattutto giovane e a buon mercato, ma le cose stanno cambiando rapidamente. Anche nel paese più popolato del mondo, la manodopera inizia a scarseggiare. E i salari a crescere.

fabbrica Cinese

fabbrica CineseFABBRICA CINESE

Secondo proiezioni delle Nazioni Unite, la diminuzione della forza lavoro, già percepibile dal 2011, accelererà ulteriormente dal 2015. Per questo molte imprese hanno iniziato a meccanizzare le linee di produzione, in testa a tutti il gruppo Haier, il gigante dell’elettrodomestico guidato da Zhang Ruimin. Secondo la China Robot Industry Alliance, nel 2013 la Cina è diventata il più grande mercato per la robotica industriale – pari al 20 per cento della domanda mondiale, cioè 37.000 unità, che si stima diventeranno 290.000 nel 2030 – superando Giappone e Stati Uniti.

Così l’officina del mondo si sta rapidamente meccanizzando e sta portando il paese in una nuova fase di sviluppo. Da una fase iniziale dominata dalla manifattura a basso contenuto tecnologico, prezzi competitivi, scarsa qualità e forte crescita dei volumi di produzione, a una fase in cui per competere nel mondo è necessario investire sempre di più in tecnologia e qualità.

Zhang Ruimin

ZHANG RUIMIN

L’introduzione di tecnologie avanzate di produzione nella manifattura è uno degli ingredienti principali del cambiamento strutturale che sta interessando l’economia cinese, insieme agli investimenti in infrastrutture tecnologiche, di comunicazione e di trasporto, all’aumento della produttività del settore agricolo grazie alla meccanizzazione di semine e raccolti, e alla progressiva urbanizzazione che permette a milioni di lavoratori rurali di passare dall’agricoltura alla manifattura e ai servizi e di trovare occupazioni meglio retribuite in città.

Un nuovo modello di produzione che vede molti settori industriali superare la soglia critica al di là della quale i costi di produzione superano i guadagni di produttività. Di conseguenza, le produzioni intensive in manodopera che competono soltanto perché sono a buon mercato sono sempre meno profittevoli, e iniziano a essere trasferite in paesi a un livello più arretrato di sviluppo industriale, come alcuni stati del sud-est asiatico (per esempio il Vietnam) e gran parte dei paesi africani.

E’ proprio in molti paesi africani che le imprese cinesi stanno trasferendo la produzione di alcuni settori ad alta intensità di manodopera, come il tessile-abbigliamento e la lavorazione di metalli e minerali.

In modo analogo, il Giappone negli anni 60 e la Corea del sud e Taiwan in decenni successivi hanno spostato la manifattura leggera nei paesi del sud-est asiatico e successivamente nella stessa Cina, dando avvio al loro processo di industrializzazione – un modello di sviluppo teorizzato con il nome di “flying geese” (dalla formazione che le anatre assumono in volo per facilitare quelle in posizione arretrata, e dall’avvicendamento tra la capofila e le altre).

Il cambiamento strutturale in Cina potrebbe oggi avere un ruolo propulsivo sullo sviluppo africano, anche se finora, quantomeno in occidente, sono stati più dibattuti i potenziali effetti negativi: gli investimenti cinesi in Africa – uniti alle importazioni africane di beni dalla Cina – potrebbero spingere le più deboli e meno competitive imprese africane fuori dal mercato.

Tuttavia, sono molti i canali attraverso i quali la presenza cinese in Africa può favorire il cambiamento strutturale. Quelli di cui si parla più spesso sono: creazione d’infrastrutture – che concentrano l’attenzione cinese, dopo vari decenni di sotto-investimento da parte dell’aiuto allo sviluppo tradizionale – aumento della capacità produttiva e dell’occupazione, trasferimento tecnologico e sviluppo del capitale umano.

Ma anche aumento della varietà e della qualità dei beni prodotti e accesso ai mercati più ricchi dove i produttori cinesi, a differenza di quelli africani, sono già presenti con le loro catene produttive e distributive. Fino a oggi, i principali obiettivi degli investimenti diretti cinesi in Africa sono state le risorse naturali.

Il settore minerario ha ricevuto il maggior numero di capitali cinesi nel decennio scorso, ma da qualche anno è aumentato il peso dell’industria leggera rispetto ai settori estrattivi. E’ sempre forte il sostegno di Pechino alle imprese a capitale pubblico a favore di una loro espansione in Africa – attraverso le banche di sviluppo che finanziano le numerose Special economic zones in Egitto, Etiopia, Mauritius, Mozambico, Nigeria, Sudafrica e Zambia – ma il target è l’apertura di imprese cinesi nelle produzioni ad alto contenuto di manodopera.

operai africani

OPERAI AFRICANI

L’Africa inoltre sta diventando un mercato di consumo a pieno titolo. Oltre un miliardo di consumatori africani, da sempre trascurato dalle grandi catene retail e dai produttori di beni di consumo, più interessati ai mercati emergenti asiatici, sta rapidamente aumentando il proprio potere di acquisto. Molti paesi africani diventano perciò interessanti mercati di esportazione, oppure sedi di produzione più profittevoli per le imprese straniere, sia per servire i mercati locali, sia per esportare su mercati terzi.

Il risultato potrebbe essere una nuova fase di sviluppo dell’Africa attraverso lo spostamento dall’Asia di produzioni a basso contenuto tecnologico, ma con grandi opportunità di impiego per i lavoratori africani, e grandi potenzialità di trasferimento di capacità produttiva nelle nascenti economie del continente.

Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/cina-vicina-all-africa-dragone-si-comprato-oltre-100-81220.htm

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