di Salvo Ardizzone

Nell’intricata vicenda siriana, quello dei curdi è uno dei nodi più spinosi: le Ypg, le Unità di protezione popolare, si sono battute contro “ribelli” qaedisti e Isis per liberare il Rojava, il Kurdistan iracheno; adesso controllano quasi tutto il confine turco-siriano, impedendo il passaggio di uomini e mezzi destinati al Daesh ed alle altre bande di takfiri, ed ora vogliono mettere a frutto questi successi ottenuti grazie all’appoggio di Russi e Americani.

Per la Turchia è un incubo veder sorgere un’entità curda ai propri confini, una realtà controllata dal Pyd (Partito dell’unione democratica), in pratica una filiazione del Pkk. La nascita di quell’entità, non solo costituisce un “santuario” per i miliziani curdi che combattono Ankara, ma sancisce la fine del sogno di Erdogan di un’entità  turcomanna che comprenda il nord della Siria e da lui dominata.

Per questo la Turchia ha reagito con estrema violenza quando le Ypg s’avvicinavano all’ultimo tratto di confine per ricongiungersi a un’enclave curda più a occidente; per questo ha chiesto insistentemente agli Usa, senza ottenerla, la creazione di un’area cuscinetto, controllata ufficialmente dai “ribelli” turcomanni, ma nella realtà assoggettata ad Ankara; per questo preme perché le Ypg vengano dichiarate organizzazione terroristica al pari del Pkk.

Il fatto è che Washington ha bisogno di avere alleati sul campo per avere una qualche voce in capitolo; falliti miseramente i tentativi di creare milizie proprie, ha ripiegato sulle Ypg, armandole ed appoggiandole contro l’Isis, ed ottenendo l’uso di alcune basi nei territori da loro controllati. Ma gli Usa devono comunque agire con prudenza per non suscitare le ire di Erdogan.

Preoccupazione che non ha il Cremlino: rapporti con i curdi l’Fsb (l’erede del Kgb) ne ha sempre avuti, e dopo l’abbattimento del Su-24, nel novembre scorso, quei contatti si sono tramutati in appoggio pieno con raid aerei e massicce forniture di armi (al momento, circa il 50% degli armamenti delle Ypg sono russi). Ed è per la medesima ragione che, mentre Washington esita dinanzi al veto di Ankara, è Mosca a premere perché i curdi del Pyd vengano ammessi alle trattative in corso a Ginevra.

In questo quadro che le vede blandite, o quanto meno appoggiate da partner potenti, le autorità del Rojava hanno cominciato a pensare al dopo, iniziando consultazioni con le popolazioni che popolano i loro territori (arabi e cristiani siriani oltre che, ovviamente, curdi).

Influenzate dal pensiero di Abdullah Ocalan (il leader del Pkk in carcere dal 1999), pensano ad un federalismo su base comunitaria e non geografica, una sorta di confederazione di strutture orizzontali di autogestione piuttosto che la creazione di un’entità con precisi confini geografici in stile Kurdistan iracheno (con cui i rapporti sono quantomeno critici). In questo modo contano di unire anche le comunità al di fuori dal Rojava, all’interno di una comunità curda che finisce per essere aperta a nuove adesioni.

Agli occhi della Turchia sarebbe un’intollerabile minaccia di espansione presso le proprie comunità curde, costituendo per esse un’attrazione irresistibile; ma una simile creatura verrebbe malvista anche a Damasco, che accetterebbe un decentramento di poteri, magari spinto, ma in un federalismo come che sia vedrebbe i presupposti per una spartizione della Siria, ciò contro cui ha combattuto per cinque anni.

Comunque sia, i curdi intendono cogliere l’occasione di capitalizzare sia il sostegno della Russia, che in questo modo avrebbe un’ulteriore pedina nell’area, sia quello Usa che, privi di qualunque altra sponda, intendono usare la carta curda in Siria e in Iraq.

Come si vede la partita siriana, dopo aver seminato morte e immani distruzioni, è ancora ben lontana dall’aver trovato una sua sistemazione.

Fonte: Il faro sul mondo

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