Parlare di borghesia in un periodo come il nostro, in cui siamo sull’orlo di una guerra atomica, grazie alle continue guerre “umanitarie” atlantiche, e di una crisi finanziaria senza precedenti, può ai più superficiali sembrare un mero esercizio letterale. Ma purtroppo la nostra brutta, contraddittoria e storta società è fatta dei mali che da questa son derivati: liberalismo, marxismo, capitalismo e partitocrazia per citarne alcuni.
Giovanni Papini già a inizio del XX secolo delinea chiaramente nel “Dizionario dell’uomo selvatico” la figura del borghese: «Bor-ghe-se: ecco le tre sillabe con le quali è formato il nome. Egli ha falsificato gli eroi, ha corrotto i giudici, ha risuscitato la schiavitù, ha disonorato la libertà, ha sorpassato i campanili con le ciminiere, i santi con i banchieri, i poeti con gli cheffeurs, le cattedrali con le condutture delle sue latrine… Egli è il pontefice della menzogna, il dittatore della benzina, il monarca dei salami, il professore della ignominia, il persecutore del povero, il poeta dell’indigestione. Scaltro e imbecille, audace e vigliacco, profumato e puzzolente, ipocrita e cinico, padrone e servo…”.

Non bisogna fare il grossolano errore di collegare la borghesia semplicemente con le persone più abbienti, essere borghesi è prima di tutto un modo di pensare. Un’attitudine mentale. Caratteristica tanto del dottore quanto dell’operaio che non vede l’ora di diventare ricco appena gli si offre la minima possibilità. Borghesi sono l’impiegato, il muratore, il poliziotto, l’avvocato, un qualunque professionista. La borghesia è ovunque sia una proprietà da difendere contro gli interessi della comunità, per questo essa si identifica con il capitalismo.
Al borghese non piace il sacrificio sebbene sia disposto a sopportarlo nel momento in cui questo lo porta ad un guadagno immediato o comunque probabile. Non ha vere passioni, magari le ha avute ma sono state soffocate dagli interessi economici. Per questo rimpiange spesso il passato o una vita che non ha potuto vivere. In base alla circostanza in cui si trova è pronto a rivendicare o rinnegare, ad essere guerrafondaio o pacifista, liberale o conservatore. Non teme di cadere in contraddizione con la sua coscienza perché l’unica morale, l’unica giustizia a cui lui deve rendere conto è il dio Denaro. Disdegna la vita “scomoda”, non vuole né sorprese né avventure, cerca di controllare tutto il suo mondo, santifica valori e “idoli” che gli vengono imposti. Esalta la maggioranza, le notizie dei giornali da lui vengono sempre accolte come fossero delle verità indiscutibili, si tappa occhi e orecchie di fronte a tutto. Crede alle bugie più grossolane, non si domanda mai nulla e segue la corrente. Sempre.
La sua vita è vissuta chiuso in sé stesso, senza interesse per gli altri. Come alibi ha elaborato il concetto del privato e il conseguente ad esso benessere per la collettività: ritenendo che maggiore è il proprio guadagno maggiore è anche il benessere per le persone circostanti, si pulisce la coscienza. Fa però così nascere prevaricazione e sopraffazione. L’interesse del privato annienta il bene pubblico, condannando lo stato sociale a morte. Ma questo non è più un suo problema.
Come detto in precedenza l’essere borghesi è prima di tutto una mentalità e, in quanto tale, viene inculcata sin dalla nascita. Da ciò scaturiscono vite di frustrazione vissute all’interno di paletti imposti da altri, uno su tutti è che l’unico valore di metro per popoli e persone è il denaro. L’essere e l’avere coincidono: più hai più sei. Plagiati da questo credo molti giovani sacrificano nelle loro scelte professionali la felicità spirituale sull’altare del benessere materiale. Per la paura di non raggiungere uno standard di vita elevato vi è un numero impressionante di laureandi in giurisprudenza e nelle altre facoltà con un alto guadagno potenziale post-laurea. Non mossi da una passione ma solo da una speranza di guadagno sono pronti a trascorrere una vita piena di insoddisfazione in cambio soltanto di una macchina più veloce e una casa più grande o, più semplicemente, di una vita fatta di sterili sicurezze. Per timore di non poterli fare tutti milionari o per paura che siano di peso alla sua vita comoda, il borghese non vuole figli con cui trasmettere la felicità; essa è reale solo se condivisa, ma lui da condividere con loro ha solo il denaro.
“Vinca Francia o Spagna purché se magna” è il motto che accumuna tutti i borghesi. Essere antiborghesi oggi significa dunque rifiutare in ogni suo aspetto e minima rifrazione questo mondo di pensare così diffuso. La lotta contro il cancro borghese non può che essere radicale, non si deve fermare alla mera formalità retorica, deve essere un’azione quotidiana, una vita vissuta con coerenza. Solo creando un èlite di Uomini liberi dai vincoli imposti dal cancro borghese si può tornare a sperare in un cambiamento in direzione del Bene. Lo diceva il Capitano della Guardia di Ferro, Corneliu Zelea Codreanu, e le sue parole non sono mai state più attuali di adesso : “Il Paese va in rovina per mancanza di Uomini, non per mancanza di programmi”.

Commenta su Facebook