Fa impressione – e fa male – ascoltare Barack Obama che annuncia enfatico e solenne l’uccisione di Osama Bin Laden. Fa impressione assistere alle scene di giubilo negli Stati Uniti per la strage compiuta in Pakistan da un commando di killer inviato dal governo di Washington.

L’una e l’altra – la dichiarazione del presidente, le feste di strada – sono espressione di barbarie. E’ la nostra barbarie. Con l’aggravante d’essere sostenuta, motivata, giustificata con argomenti come la democrazia, la civiltà, i valori dell’umanesimo occidentale, tutti concetti e parole che suonano vuoti perché sono ormai vuoti. Tutte le regole, anche le deboli regole del diritto internazionale, vengono violate e si compiono omicidi e stragi mirate senza vergogna, con l’arroganza estrema che deriva dal dominio militare e geopolitico sul pianeta.

La barbarie siamo noi e diventa sempre più difficile, quasi patetico, occuparsi – come si tenta di fare in questo blog – delle libertà civili violate, dei diritti conculcati, tutto in nome di un’idea di libertà e di democrazia sempre più astratta, sempre più lontana dal senso comune delle persone, sempre più esclusa dal discorso pubblico.

Siamo già immersi, in queste ore tragiche, in una retorica mediatica e politica insopportabile, che vorrebbe giustificare l’ingiustificabile. Ascoltare Barack Obama, l’uomo che per un attimo aveva fatto intravedere un orizzonte di speranza al mondo, che presenta tronfio e soddisfatto come un atto di giustizia l’impresa compiuta dal suo commando di killer, è un’esperienza che dovrebbe scuotere, far percepire l’abisso. L’intervento del presidente viene invece interpreato come un atto di giustizia, come un successo politico.

Di che stiamo parlando? Che vuol dire democrazia? Che vuol dire giustizia? Forse abbiamo bisogno di silenzio, per pensare meglio quel che ci accade intorno, per avere pensieri più profondi, per vivere fino in fondo la solitudine e l’isolamento che si provano in queste ore davanti al trionfo della barbarie.

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