di Mahmoud Jaran

Trascorsi ventidue anni dal famoso summit di Baghdad, i rais arabi tornano a riunirsi nella capitale irachena per discutere sugli ultimi avvenimenti che hanno scosso il mondo arabo. L’atmosfera politica non è cambiata: l’astio tra i “fratelli” regna ancora sul tavolo dei negoziati e le parole “delusione” e “inutilità” riassumeranno, come sempre, l’esito definitivo del summit.

Nel lontano 1990 erano presenti: un imprevedibile Saddam Hussein, il quale, alcuni mesi dopo, avrebbe sorpreso il mondo invadendo il Kuwait; un impaurito Gheddafi (per aver fornito a Tehran dei missili francesi finiti sulle strade di Baghdad); un indifferente Ben Alì ed un entusiasta Yasser Arafat, che portava in tasca una soluzione internazionale per la questione palestinese (ciò che ha dato poi luogo ai deludenti Accordi di Oslo).

Nel nuovo summit di Baghdad, avviatosi ieri, tutto il resto è inedito: l’Iraq non rappresenta più la spina dorsale della difesa del mondo arabo, ma è piuttosto un Stato altamente corrotto ed insicuro che riceve ordini da Washington e Tehran; la Siria, tema principale del vertice, è stata completamente esclusa; Egitto, Libia e Tunisia vengono rappresentati da una nuova classe dirigente salita al potere dopo le sommosse popolari del 2011.

In più, a differenza degli altri vertici, il numero della rappresentanza ufficiale degli Stati arabi si è ridotto da ventidue a dieci rais. C’era da aspettarselo: da una parte, il rischio attentati è talmente forte che solo pochi hanno il coraggio di visitare la città millenaria; l’improbabilità di trovare un accordo sulla exit strategy per la Siria, dovuta alle posizioni discordanti, ha scoraggiato i leader, i quali, invece di presentarsi personalmente, hanno preferito inviare i loro primi ministri, ministri degli esteri o alti funzionari.

Al cittadino arabo non resta quindi che sbadigliare per l’inerzia, poiché i suoi obiettivi differiscono anni luce da quelli dei partecipanti al summit. Le popolazioni vorrebbero che venissero prese decisioni forti e chiare sulla guerra civile siriana, sulle violazioni israeliane quotidiane a Gaza, nei Territori Occupati e soprattutto a Gerusalemme, sul conflitto tra i due Sudan, sulla carestia in Somalia e sull’indifferenza internazionale nei confronti della difficile situazione in cui vive la Libia post-gheddafiana.

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Mentre i media hanno messo in evidenza, dopo il primo giorno del summit, il successo a livello organizzativo, ma soprattutto di sicurezza, non giungeranno a noi, come al solito, notizie sui contenuti. Anche perché (non si sa perché nessuno lo voglia ammettere) la Lega Araba non ha più nessuna ragione d’esistere. I Paesi membri, legati esclusivamente da una questione linguistica, sono lontani tra loro in termini economici, politici, sociali, ma più di ogni altra cosa in termini di alleanze con il mondo “esterno”. Senza l’intervento di Washington, Parigi, Mosca e Pechino, infatti, nessuna decisione “araba” può essere presa in considerazione.

Un alto funzionario della Lega Araba di nome Ahmad Ben Hilli ha messo in risalto il valore simbolico insito nella scelta di Baghdad, quale capitale abbaside del mondo arabo-islamico, come luogo della riunione.

Ma è mai stato sufficiente, nella Storia, il valore simbolico? Atene si trova ora in bancarotta a danni dei cittadini greci; ed i sublimi palazzi di Roma ospitano, da mesi, una classe dirigente non eletta da nessuno.

Il simbolo, per carità, è importante, ma solo quando questo dice la verità: quella che più di 300 milioni di cittadini arabi aspettano di sentire sin dalla caduta dell’Andalusia.

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