Tiziano Ceccarelli :::: 14 settembre, 2012 :::: 

L’INTRIGO GIURIDICO INTERNAZIONALE DEL CASO ASSANGE – PARTE 1

Julian Assange, attualmente ”risiede” nell’Ambasciata dell’Ecuador a Londra, a poca distanza dalla sede di Scotland Yard.

 

Parte 1

Il re degli hacker è destinato a rimanere all’interno delle mura franche dell’ambasciata per molto tempo, almeno fin quando non si trovi una soluzione che rispetti il diritto internazionale, che convinca tutte le parti in causa e che gli permetta di salire su un aereo per raggiungere l’Ecuador –  dove potrebbe beneficiare della condizione di rifugiato diplomatico.

Il ministro degli esteri di Quito, attraverso le televisioni nazionali, ha dichiarato oramai da tempo che Julian Assange, l’uomo che attraverso il suo sito internet ha pubblicato 250mila documenti della diplomazia americana (e non solo), sarebbe stato accolto come rifugiato diplomatico nel proprio Paese.

La situazione è però molto più complessa e non riguarda esclusivamente l’Ecuador e l’Inghilterra, ci troviamo infatti dinanzi ad un labirinto giuridico con pesanti ripercussioni sul piano politico.

La Corte Suprema di Londra ha risposto positivamente alla richiesta di estradizione formulata da Stoccolma, che accusa il giornalista australiano di avere stuprato due donne. Assange dal canto suo si dichiara innocente ed afferma di trovarsi vittima di un complotto avente come ultimo fine l’estradizione negli Stati Uniti – qui potrebbe attenderlo persino la pena di morte[1] per aver violato segreti di Stato.

Secondo il Governo dell’Ecuador Julian Assange ha ”legittima ragione” a definirsi perseguitato proprio perché se venisse estradato in Svezia rischierebbe veramente di essere trasferito negli USA. Dal canto suo Washington, in una nota ufficiale, ha dichiarato di non riconoscere il concetto di asilo diplomatico[2].

La reazione Inglese si è mostrata al limite della scompostezza. Il Foreign Office ha comunicato (17/08/2012) a Quito di potersi avvalere di una legge del 1987 la quale stabilisce la possibilità di sospendere l’inviolabilità delle sedi diplomatiche in casi di eccezionali gravità [3] .

La risposta del Governo Correa non si è fatta attendere, prima con parole dure additando Londra di essere ancora legata ad una logica coloniale, poi con dichiarazioni più diplomatiche ricordando l’importanza della difesa della libertà e dei diritti dell’uomo.

Perchè l’Ecuador

Il 12 dicembre del 2008 il popolo ecuadoriano ha eletto come presidente del governo Rafael Correa che ha ereditato una situazione di certo non rosea del suo Paese. La prima mossa politica del neo presidente è stata un discorso che raccolse la curiosità di tutta la macro-area latinoamericana e che è stato trasmesso dalle tv di ogni Paese. In tale occasione Rafael Correa ha reso nota la decisione di cancellare il debito nazionale in maniera unilaterale con una motivazione ben precisa: il debito di 11 miliardi di Euro è immondo perché immorale [4].

Il Fondo Monetario Internazionale, dal canto suo, ha replicato a queste dichiarazione  per bocca di Dominique Strauss Kahn (allora segretario dell’ente) che ha confermato la cancellazione dell’Ecuador dal novero delle Nazioni civili e che non avrebbe mai più avuto alcun aiuto economico.

Il destino di questo piccolo Paese latinoamericano sembrava prendere una strada disastrosa mettendo in pericolo ogni possibilità di sostentamento della popolazione. Il giorno dopo, il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, è stato il primo a prende una posizione netta: il suo Paese avrebbe fornito all’Ecuador gas e petrolio a costo zero per un periodo della durata di dieci anni.

A poche ore da queste dichiarazioni fu il Governo brasiliano a mobilitarsi e lo annunciò pubblicamente il suo presidente Lula evidenziando come lo Stato carioca avrebbe inviato, sempre a costo zero, cento tonnellate al giorno di grano, soya, mais, riso e frutta per tutto il tempo necessario per far si che l’Ecuador potesse tornare ad una condizione economica stabile.

A tali iniziative non poterono non allinearsi altri Stati: l’Argentina annunciò la donazione del 3% della propria produzione di carne di prima scelta allo scopo di garantire la quantità minima di proteine per la popolazione; Evo Morales decise di legalizzare la produzione di foglie di coca tassandone i produttori in modo tale da offrire all’Ecuador un prestito pari a 6 miliardi di euro con un tasso d’interesse pari a zero e con la possibilità di restituirlo in 10 anni attraverso 120 rateizzazioni.

Quito, forte dell’appoggio della maggior parte delle potenze economiche della macro-area, decise per un’altra radicale manovra politica ed economica, questa volta indirizzata ad arginare lo sfruttamento agricolo da parte delle multinazionali straniere. Correa denunciò le società che gestivano la produzione delle banane nel Paese con l’accusa di schiavismo e crimini contro l’umanità. Pertanto nazionalizzò l’industria agricola delle banane fino a diventarne il maggior esportatore mondiale.

Dopo questa manovra, lo stesso Correa lanciò un piano di investimento sull’agricoltura biologica di qualità con lo scopo di coinvolgere l’intera popolazione ecuadoregna. Il piano attirò gli investitori esteri e dopo pochi giorni i rappresentanti di alcuni dei maggiori gruppi di distribuzione alimentare europei, dichiararono attraverso di essere estremamente interessanti a stipulare contratti decennali per l’acquisto delle banane.

Tutto ciò acuì i rapporti tra l’Ecuador ed alcuni Paesi al di fuori del continente latinoamericano su tutti gli Stati Uniti guidati dallo già sconfitto G. W. Bush. Questi non esitò a prendere le parti della United Fruit dichiarando inammissibile la decisione dell’Ecuador e richiedendo contestualmente l’espulsione di Quito dall’ONU  – oltre a minacciare un intervento militare nei confronti dello stesso Paese Latino.

A questo punto lo scacchiere si mostra in tutta la sua complessità. Stretta tra i due oceani, si sta configurando una frattura che, generata dal rifiuto del debito di un piccolo Paese, potrebbe interessare le gradi potenze dei due continenti.

A dimostrazione di ciò si riscontra il pagamento, da parte del governo brasiliano, della parcella di uno studio legale di New York. Questo, il giorno dopo le dichiarazioni del presidente americano, ha presentato una memoria difensiva per l’Ecuador sostenendo l’esistenza di un precedente legale datato 4 gennaio 2003 proprio con la firma del presidente USA. In tale precedente, gli Stati Uniti avevano cancellato il debito iracheno che ammontava a duecentocinquanta miliardi di euro – tutto ciò attraverso l’applicazione del concetto di “debito immorale”. Poco dopo la deposizione delle memorie difensive, gli Stati Uniti hanno imposto alla Comunità internazionale l’accettazione e la legittimità dell’ ”immoralità di un debito sovrano”.

Da questo episodio della recente storia, nasce una nuova geografia di rapporti tra il continente latinoamericano ed il resto del mondo e nasce soprattutto una nuova storia per l’Ecuador: un piccolo Paese che con determinazione è riuscito a sottrarsi ai ricatti di un economia post coloniale basata sullo sfruttamento.

Prospettive geopolitiche dell’Ecuador

Ad oggi il caso Assange sembra parlarci allo stesso tempo, di geopolitica e di libertà di informazione in rete. Tuttavia tale visione, se pur complessa, appare superficiale ed in grado di celare scenari ancor più intrigati.

La presa di posizione dell’Ecuador, un piccolo Stato nel nord dell’America Latina, ricorda a tutti che il mondo non è più quello di dieci anni fa e che le maglie dell’interazione internazionale si sono allargate. Il caso ecuadoregno è solo una delle tante situazioni che mettono in tensioni rapporti geopolitici che sembravano ormai essere granitici. A tal proposito possiamo citare lo scontro in atto tra l’ONU ed il Brasile – aggravato anche da una gestione non proprio impeccabile del Direttore Operativo del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde. Ed è proprio il Brasile ad aver scalato la classifica delle potenze economiche stabilendosi all’ottavo posto (superando l’Italia che scende al nono) ed avendo come “naturale” conseguenza la cancellazione del G8 e la sua trasformazione in G10. Una scelta politica che sembra essere il colpo di coda di un’Europa, con Inghilterra e Germania In testa, che sembra non potere (o non volere) accettare la crescita esponenziale dei Paesi latinoamericani e la loro prepotente irruzione sul palcoscenico della storia contemporanea in qualità di soggetti politici autonomi.

In questo nuovo Sud America, a parte la Colombia dove vige un governo conservatore ed alleato di Washington, si distinguono due modelli dominanti nella macro-area: il primo socialdemocratico moderato (Brasile, Cile, Perù ed Uruguay), il secondo maggiormente legato alla tradizione della “sinistra” radicale (Venezuela e Bolivia, più propriamente “bolivariani”). Tra queste due ”polarità” si colloca l’ Argentina della presidente Cristina Kirchner.

L’Ecuador risulta attualmente a metà strada tra intenti di riforme sociali importanti ed un modello di sviluppo che si avvicina molto a quello di stampo neoliberale. Il Governo Correa si è prepotentemente candidato ad essere il più duraturo della tumultuosa storia dell’Ecuador. Alla base di questa stabilità c’è sicuramente il lavoro fatto per costruire una Costituzione totalmente ”ri-tarata” sul rispetto dei diritti umani, per l’ambiente per le pluralità e le diversità culturale. Se consideriamo gli ultimi cambiamenti economici portati avanti da Quito non si può non evidenziare i benefici portati dalla rinegoziazione dei contratti petroliferi con le multinazionali che si occupavano dell’estrazione e della esportazione. L’Ecuador è un esportatore di petrolio che nel corso degli anni passati non ha mai beneficiato concretamente dei profitti provenienti da tale settore – se non in minima parte nella vendita – ciò a causa delle elevate percentuali che sono state incassate dalle multinazionali straniere. Una nuova legge nel luglio 2010 ha radicalmente cambiato tali condizioni aumentando la quota del governo dal 13% al 87% dei ricavi lordi del petrolio.

Correa, inoltre, è riuscito a gestire un radicale aumento delle imposte dirette e ad attuare moltissime altre riforme ed investimenti: l’espansione diretta del pubblico impiego, l’aumento dei salari minimi e le misure di sicurezza sociale per i lavoratori, la diversificazione dell’economia – per ridurre la dipendenza dall’esportazione di petrolio – e la ridefinizione dei partner commerciali – con l’intento di ridurre al minimo i rapporti economici con gli Stati Uniti. In fine, una vera e propria innovazione è rappresentata dalla Yasuini-TT biosphere Reserve. Si tratta forse del primo tentativo credibile di evitare le emissioni di gas serra. Come? Lasciandolo sotto terra. La presidenza Correa è arrivata alla Conferenza sui Cambiamenti Climatici di RIO+20[5] con una proposta, per molti, innovativa: l’Ecuador avrebbe smesso di trivellare i pozzi nella regione del Yasuini nè avrebbe iniziato a sfruttare i pozzi attualmente inattivi. In cambio la Comunità Internazionale avrebbe versato nelle casse dell’Ecuador una somma pari alla metà della previsione dei proventi della vendita del petrolio. Con quei soldi (non la totalità) l’Ecuador avrebbe finanziato programmi di sviluppo sulle energie rinnovabili. Questo non solo per preservare la biodiversità della zona ma anche per conservare i territori abitati dalle popolazioni indigene. Con questa iniziativa, l’Ecuador si propone di utilizzare l’eco-turismo per rendere l’attività umana compatibile con l’ambiente.

Ci troviamo, insomma, non solo di fronte ad un piccolo Paese che sta pian piano cercando scegliendo cosa ”vuole fare da grande”, l’Ecuador sta concretamente trovando il suo posto nel nuovo Sud America che si autodetermina non più come un enorme ”supermercato” a disposizione delle superpotenze occidentali, ma come una macro-area capace di determinare i processi economici, politici e geopolitici del mondo. Non c’è da stupirsi quindi se in una nota ufficiale, il Presidente Correa dichiara che nei prossimi mesi si recherà in Europa per degli incontri ufficiali a Bruxelles al fine di valutare la possibilità di aumentare la collaborazione economica con i Paesi del Vecchio Continente.

Sembra tracciarsi una nuova strada che non sembra interessata ad emulare le ricette di crescita che hanno accompagnato lo sviluppo delle potenze occidentali, bensì proiettata verso un “modello Indiolatino” capace di aderire alle necessità dei Paesi stessi. Il caso Assange, come detto, parla di molto di più di quello che traspare attraverso i media. Sembra, più che altro, essere una giusta vetrina per mostrare a tutto il mondo che si può essere differenti, che è possibile dire no senza timori anche se si è un piccolo Paese latinoamericano. Tutto questo palesa ulteriormente le fragilità di equilibri che sembrano oramai destinati a mutare e l’esistenza di contraddizioni che impongono una profonda riflessione sugli strumenti utilizzati fino ad ora per organizzare e gestire i rapporti internazionali.

Parte 2

Qualche settimana fa, attraverso una nota ufficiale, il Governo degli U.S.A. dichiarava di non riconoscere il concetto espresso all’interno della Convenzione di Caracas con cui l’OSA introduceva nel panorama internazionale lo status giuridico di Asilo Diplomatico(1). Le motivazioni espresse da Washington erano molto chiare: gli Stati Uniti d’America non avevano firmato quella convenzione e quindi non la riconoscono come materia riguardante il diritto internazionale.

A questo punto occorre fermarsi e concedersi un po’ di tempo per analizzare, dal punto di vista del diritto internazionale, la questione.

Innanzi tutto è necessario ricordare cosa si intende per Asilo Diplomatico e le condizioni perché esso sussista:  ovvero possa essere richiesto e successivamente concesso ad un individuo.

Lo status giuridico di ”rifugiato diplomatico” è nato all’interno della Convezione sull’asilo Diplomatico o Convenzione di Caracas del 1954. E’ stato adottato il 23 marzo del 1954 durante la Decima Conferenza Interamericana ed è entrato in vigore il 29 dicembre dello stesso anno(2).

Per Asilo Diplomatico si deve intendere quel rifugio che la missione diplomatica (ambasciata) di uno Stato straniero concede ad un individuo che si sente e viene reputato perseguitato per motivazioni politiche (e non) dalle autorità dello stato di residenza. E’ comunque necessario, perché l’Asilo Diplomatico venga concesso, che si verifichino delle specifiche condizioni e  ”giustifichino” l’utilizzo di tale status giuridico.

Prima tra tutte è la definizione del ”fumus persecutionis” ovvero la ”parvenza di persecuzione”. Questa espressione indica che le azioni compiute dal soggetto giuridico ( in questo caso i soggetti giuridici in causa sono tre: U.S.A., Svezia e Regno Unito) non sembrano dettate dalla volontà di applicare la legge o di ricercare la verità, tuttavia dall’intenzione di nuocere a una persona od ente preciso.

In secondo luogo l’individuo che richiede tale status deve fornire alcune garanzie al paese ospitante (lo stato che ha sovranità sull’Ambasciata) quali la cessazione di qualsiasi attività di tipo politico per tutto il periodo che interesserà la sua permanenza all’interno delle mura della sede diplomatica.

Terza ed ultima condizione ”sine qua non” è l’obbligo da parte del beneficiario dell’asilo, di abbandonare subito l’Ambasciata nel momento in cui risulti palesemente impossibile la creazione di un salvacondotto che gli permetta di oltrepassare la frontiera dello Stato di residenza.(3)

L’ Asilo Diplomatico è direttamente connesso al concetto di ”extraterritorialità” delle sedi diplomatiche. Seguendo le linee guida dettateci da questa teoria, l’ambasciata dell’Ecuador  è a tutti gli effetti un lembo territoriale dello Stato ecuadoregno e quindi è ad esso che spetta la pertinenza territoriale. Vien da se che quella porzione di territorio è assolutamente invalicabile per le forze di polizia dello Stato ospitante. Nel caso questa condizione non fosse rispettata, l’utilizzo della forza per entrare all’interno dell’ambasciata equivarrebbe ad una ”più classica” invasione.

Risulta comunque evidente che, in questo momento storico, non è tanto quest’ultima teoria a far desistere le forze armate inglesi ad entrare nella sede diplomatica, quanto l’importanza della funzione diplomatica stessa svolta dalla sede e la volontà di conservare dei rapporti con il paese ospitato.

Le garanzie all’inviolabilità e alla tutela delle sedi diplomatiche si trovano all’interno della Convenzione di Vienna del 1961 che si occupa di definire i criteri che regolano le relazioni diplomatiche – Questi devono essere osservati anche nel caso di un conflitto armato tra entità statuali.

E’ possibile trovare una soluzione al caso Assange?

Una volta messa sul tavolo una descrizione ”giuridica” del caso è interessante analizzare quali, secondo il diritto internazionale, possono essere le soluzioni per uscire dall’impasse del caso Assange.

La prima possibilità che offre il diritto internazionale è senza dubbio la più veloce e meno rischiosa, ma probabilmente inapplicabile in questa specifica situazione: la concessione di un salvacondotto da parte del paese ospitante la Missione diplomatica.  L’utilizzo del salvacondotto ”secco” è una possibilità che trova riscontro in diverse situazioni all’interno dello scenario della storia più o meno recente. In primo luogo si potrebbero citare i molteplici rimpatri, attraverso l’azione delle ambasciate, avvenuti durante la guerra civile spagnola (1936-1939). In questo caso però ci si trova davanti ad un ”diritto internazionale” ancora in stato embrionale poiché antecedente alla fine della Seconda Guerra Mondiale e quindi definito, ancora, dagli accordi presi dagli Stati all’interno della ”Società Delle Nazioni”(4).

Più recente e quindi regolato da un diritto internazionale molto più simile a quello contemporaneo (se bene molto condizionato dalla politica dei ”due blocchi”) è il caso successivo al golpe del Generale Pinochet nel 1973. In tale occasione molti sostenitori del Governo Allende ottennero asilo nelle Ambasciate messicane, di Panama e del Venezuela e poterono espatriare grazie all’utilizzo di un salvacondotto.

Valutando, come già detto, alquanto improbabile tale possibilità; al Governo di Quito resterebbe comunque una soluzione ”non del tutto lecita”. Ovvero l’abuso della Valigia Diplomatica. Le sedi diplomatiche infatti hanno la possibilità di inviare dei contenitori con sopra la dicitura ”the diplomatic bag” oppure ”valise diplomatique”(5) direttamente dall’ ambasciata alla propria capitale. Risulta però illegale trasportare esseri umani all’interno di tali contenitori che, se molto gradi, subiscono controlli minuziosi alla frontiera.

Il secondo escamotage possibile è quello solitamente più utilizzata in situazioni simili: il negoziato tra gli stati (in questo caso tra Inghilterra ed Ecuador).

Per comporre un quadro più completo è necessario ricordare un caso analogo accaduto qualche tempo fa(5) proprio ad uno degli attori giuridici che stanno prendendo parte a questa controversia. Si tratta del ”caso Chen Guangcheng”, un avvocato cinese, cieco, che dopo essere stato condannato agli arresti domiciliari dal Governo di Pechino ed esservi rimasto per due anni, decise di rifugiarsi all’interno dell’Ambasciata statunitense. La scelta temporale non fu casuale: la settimana successiva, all’interno della sede diplomatica, si sarebbe tenuto il vertice annuale tra i due Stati. L’avvocato Guangcheng era stato arrestato e condannato per attività sovversive e per Washington sarebbe stato quanto meno imbarazzante svolgere un vertice di tale importanza nella stessa struttura in cui veniva dato asilo ad un personaggio cosi scomodo alla nomenclatura del Partito Comunista Cinese. I due Stati scelsero di affrontare la situazione attraverso l’istituto del negoziato come consigliatoli, in maniera più o meno formale, dalla Corte Internazionale di Giustizia che fece espressamente riferimento al caso De La Torre(6).

Il negoziato sembrò lo strumento più adatto anche per non mostrare la fragilità di tali rapporti diplomatici, davanti l’intera Comunità Internazionale.

Prese quindi il via una fitta serie di incontri tra le alte cariche diplomatiche dei due paesi alla fine dei quali, con somma soddisfazione di Washington, si giunse ad un accordo che prevedeva la conferma dell’asilo diplomatico all’avvocato cinese. Successivamente, il Governo statunitense comunicava in una nota ufficiale, che Pechino aveva concesso un salvacondotto.(7)

Una ulteriore possibilità è data dalla concessione della residenza nell’ambasciata all’individuo al quale è stato concesso asilo. Anche questo caso è stabilito dalla Convenzione di Vienna.

Il periodo di soggiorno nella sede diplomatica può essere molto lungo – nel 1956 un Monsignore ungherese, Jozsef Mindszenty, rimase per 19 anni all’interno dell’ambasciata U.S.A. a Budapest.  L’ecclesiasta era stato condannato per un reato riguardante l’attività sovversiva nel 1956, durante l’aspra repressione agli oppositori messa in atto dall’allora Governo.

L’ultima possibilità, a meno di una modifica delle attuali norme che regolano il rapporto tra stati, non è dettata dal Diritto Internazionale che potrebbe solo regolarne le conseguenze. Si tratta dell’uso della forza da parte dello stato ospitante l’ambasciata. Questa soluzione può articolarsi in due modi: il prelievo coatto dell’ individuo violando i confini della struttura ospite o la cessazione immediata dei rapporti diplomatici tra i due stati con il conseguente dissolversi dell’inviolabilità della sede. Entrambe queste possibilità non sembrano al momento contemplabili per il Governo di Londra che, così facendo, potrebbe scatenare una reazione a catena in tutti i Paesi del continente latinoamericano che hanno strizzato l’occhio all’Ecuador nel prendere questa decisione. Non solo. Gli inglesi esporrebbero le proprie sedi diplomatiche all’estero al medesimo trattamento.

E’ inoltre opportuno ricordare che il caso Assange non coinvolge solo Ecuador e Regno Unito ma anche Stati Uniti, Svezia e  l’Australia – in quanto Paese natio del giornalista.

In uno scenario internazionale già logoro dalla crisi economica e messo in tensione dalle spinte protagonistiche delle economie di nuovo sviluppo, la prospettiva di una rottura diplomatica tra una parte dell’occidente e la macro-area Latinoamericana non sembra essere gradita a nessuna delle parti.

Conclusioni

Il diritto internazionale si mostra al mondo in tutti  i suoi limiti. La sua architettura lascia trasparire quello che da molto tempo è oggetto di discussione per molti giuristi: la capacita dello ”ius Gentium” di essere il diritto della comunità degli stati, un diritto al di sopra di essi e dei loro ordinamenti interni e non solo la regolazione dei loro rapporti vincolata alla capacità di accordarsi da parte dei soggetti giuridici implicati nelle controversie. Non si può quindi giungere ad una soluzione definitiva e soddisfacente, ma soltanto provare ad ipotizzare le prossime mosse o prevedere l’entrata in campo di attori interessati che fin ora sono rimasti silenti. Non vi è stata infatti ancora un tentativo di forzatura da parte del Governo Svedese ne un comunicato da parte di un funzionario di Camberra (si tratta pur sempre di un cittadino australiano). In situazioni simile, inoltre, è  fondamentale, insieme all’attenzione mediatica, il lavoro svolto dalle associazioni per la salvaguardia dei diritti dell’uomo che in molte occasioni hanno fatto pendere l’ago della bilancia da una parte piuttosto che dall’altra (non ultimo il già citato caso Guencheng).

Rimane comunque importante e non solo per i giuristi, un’analisi approfondita di questo episodio al quale si tengono aggrappati molti degli equilibri che fin ora hanno governato sia la modernità che la contemporaneità. É interessante infatti notare come un Paese quale gli Stati Uniti d’ America che ha costruito la propria immagine davanti e all’intera Comunità Internazionale, ergendosi più volte come paladino del concetto di ”libertà in tutte le sue forme e accezioni”, si trovi ora dall’altra parte dello specchio.

Forse una suggestione al riguardo la si può trovare nel testo dal titolo “La Democrazia in America 1835/40” scritto dall’appassionato studioso e politologo Alexis de Tocqueville che proprio a proposito della libertà di stampa scriveva:

”Per raccogliere i beni inestimabili prodotti dalla libertà di stampa, bisogna sapersi sottomettere ai mali inevitabili che essa fa nascere.”

 

 

*Tiziano Ceccarelli laureando in Cooperazione e Sviluppo presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

 

NOTE parte 1

[1]Se il processo si svolgesse negli stati dell’ Ohiho, Florida, Georgia e Texas.

[2] http://www.state.gov/r/pa/prs/ps/2012/08/196663.htm

[3] http://www.fco.gov.uk/en/news/latest-news/?view=PressS&id=806149882

[4] http://www.youtube.com/watch?v=AE5NOkrMgXA&feature=related

[5] http://www.uncsd2012.org/index.php?page=view&nr=82&type=1000&menu=126

Note parte 2
(1)Testo in lingua originale(inglese) http://www.oas.org/juridico/english/treaties/a-46.html

(2) in conformità con l’articolo 23. Testo: OAS Official Records, OEA/Ser.x/1 Treaty Series 34 – testo

(3) Sebbene sulla carta questa sia una condizione fondamentale nella richiesta dell’asilo nella pratica è molto improbabile che si verifichi. La palese impossibilità può essere data dalla cessazione dei negoziati che, solitamente, in casi come questo va di pari passo con l’interruzione dei rapporti diplomatici.

(4)la Società Delle Nazioni viene sostituita dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale dall’ONU il 24/10/1945.

(5)http://www.pdfhost.net/index.php?Action=Download&File=a8e5d43870a4fe8514afd401395c7a08

(6) Chen Guangcheng si rifugia nell’ Ambasciata U.S.A. a Pechino il 27/04/2012.

(7) Haya De La Torre( fondatore della Alleanza Popolare Rivoluzionaria Americana che sarà il centro del movimento latinoamericano definito l’Aprista) si rifugiò nel novembre del 1948 nell’ Ambasciata colombina dopo che il suo partito venne dichiarato illegale per la seconda volta in seguito all’elezione di Josè Luis Bustamante y Rivero come presidente del Perù.

(6)note del Ministro Clinton sulla concessione di un salvacondotto (ENG)-http://iipdigital.usembassy.gov/st/english/texttrans/2012/05/201205024909.html#axzz2677ANuWN-http://www.state.gov/secretary/rm/2012/05/189090.htm

*Tiziano Ceccarelli laureando in Cooperazione e Sviluppo presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

 

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