L’anacronismo di Israele

Mentre i paesi europei si accingevano a chiudere la lunga parentesi coloniale ritirando progressivamente i propri vessilli dai paesi dell’Africa e dell’Asia, un gruppo di ebrei d’Europa si apprestava a dar vita a un impero coloniale nel cuore del mondo arabo, a ridosso delle città sante dell’Islam.

Nel momento in cui i coloni originari del Vecchio Continente si vedevano costretti, volenti o nolenti che fossero, ad abbandonare il mondo arabo, una cospicua schiera di essi occupava progressivamente la Palestina, spingendo coercitivamente quasi 1 milione di indigeni a lasciare le proprie abitazioni al fine di favorire, in fortissima opposizione rispetto alle tendenze dell’epoca, la formazione di uno Stato etnicamente e confessionalmente monolitico.

Mentre il multiculturalismo stava soppiantando, in Europa ed America, la concezione etnica dello Stato, quel nucleo di europei erigeva una nazione etnico – religiosa di cui era possibile divenire cittadini a pieno titolo solo dimostrando la “purezza” originaria della propria stirpe.

Le straordinarie ragioni politiche che produssero questa inedita anomalia storica furono principalmente il declino dell’Impero Britannico, il peso esercitato dalla potente lobby ebraica sulle scelte politiche degli Stati Uniti e la strategia geopolitica dell’Unione Sovietica.

Le Gran Bretagna profuse enormi sforzi nel tentativo di assolvere degnamente ai compiti del mandato e placare la conflittualità tra arabi ed ebrei, nutrita minoranza soggetta però a un forte incremento demografico.

In quello specifico contesto maturarono le condizioni che portarono alla nascita di vari gruppi paramilitari sionisti che innescarono una campagna terroristica finalizzata ad accelerare la fine del protettorato britannico.

Haganah, Palmach, Irgun e banda Stern scatenarono un’efferata offensiva che destrutturò le forze britanniche e annichilì la popolazione palestinese.

Particolare sgomento, tra i tanti attentati commessi, fu suscitato dall’attentato all’hotel King David del 22 luglio 1946 eseguito dall’Irgun (comandato dal futuro Primo Ministro israeliano e Premio Nobel per la Pace Menachem Begin), che provocò la morte di circa un centinaio di persone e spinse la società civile in patria ad esercitare forti pressioni sul governo affinché ritirasse definitivamente la presenza britannica – che ammontava a circa un decimo delle forze armate stanziate all’estero – dalla Palestina.

Dissanguata dagli sforzi bellici profusi durante la Seconda Guerra Mondiale, mal sostentata da un’economia anemica ed incapace di spezzare l’inerzia negativa legata al proprio declinante status imperiale, la Gran Bretagna si rivolse alle Nazioni Unite perché si esprimessero in merito alla questione ebraica.

Nel novembre del 1947 venne approvata la risoluzione 181, che prevedeva la creazione di due Stati e l’applicazione di un regime internazionale su Gerusalemme.

Tale risoluzione intendeva dar vita a uno stato ebraico composto da un nucleo di circa 500.000 ebrei e 325.000 arabi, e a uno arabo formato da circa 800.000 arabi e 10.000 ebrei.

Gerusalemme avrebbe contenuto circa 100.000 ebrei e 100.000 arabi.

Gran Bretagna e i paesi arabi mal digerirono tale verdetto, mentre sia Josif Stalin che Harry Truman videro soddisfatti i propri progetti per quella regione.

Stalin, persuaso di aver colto negli ebrei una sorta di inclinazione culturale favorevole al socialismo, ritenne che appoggiando il progetto finalizzato alla creazione di un’entità sionista nel cuore del Levante avrebbe assestato un duro colpo ai residui imperialistici inglesi.

Truman intendeva invece assicurarsi il sostegno della vasta comunità ebraica degli Stati Uniti in vista delle imminenti elezioni.

Significativo a tal riguardo è il fatto che nel maggio del 1942 all’hotel Biltmore di New York si era tenuto un cruciale convegno che culminò con l’approvazione da parte di circa 600 influenti ebrei americani del “Zionist Biltmore Program”  proposto da Chaim Weizmann e David Ben Gurion.

Il programma in questione traeva ispirazione dal progetto imperiale escogitato all’inizio del’900 da Theodor Herzl finalizzato all’instaurazione di uno Stato ebraico in Palestina e fu adottato dal Consiglio generale dell’organizzazione sionista di Gerusalemme.

All’epoca il movimento sionista degli Stati Uniti era guidato dal rabbino Stephen Wise, il quale seppe raggruppare l’intera comunità ebraica del paese – la più grande del mondo per numero e peso economico – sotto la propria egida al fine di esercitare pressioni politiche sul Congresso e sull’esecutivo statunitense.

Il 30% circa dei senatori, 143 deputati e più di mille eminenti personalità della politica, dell’economia e della cultura degli Stati Uniti accettarono congiuntamente di sottoscrivere un documento a supporto della formazione di un esercito regolare ebraico, mentre mozioni di sostegno al disegno sionista furono sottoposte al voto in ben 33 Stati.

Non stupisce quindi l’accondiscendenza di Truman – e più in generale degli Stati Uniti, pur tra notevoli alti e bassi, fino al giorno d’oggi (e non solo per quanto riguarda i famosi 3 miliardi di dollari che Washington versa annualmente nelle casse israeliane) – nei riguardi del sionismo e della creazione dello Stato di Israele.

Nell’arco di pochi giorni dalla nascita del nuovo Stato la tensione si acuì costantemente finché la Palestina non si trasformò nel principale campo di battaglia del Vicino Oriente.

Sugli eventi che si verificarono negli anni seguenti è stata scritta una vasta bibliografia quasi interamente incardinata sulle tesi che il “popolo senza terra” degli ebrei europei sopravvissuto al genocidio nazista avrebbe individuato nella Palestina quella “terra senza popolo” adatta ad ospitare il nuovo Stato ebraico e che le poche comunità autoctone stanziate nella regione avrebbero abbandonato le proprie case assecondando le esortazioni delle autorità arabe.

Nell’ultimo ventennio è nata però una corrente storiografica revisionista formata da un gruppo di accademici israeliani che hanno usufruito dell’ampia documentazione dell’epoca gradualmente desecretata per smentire questo infondato assunto di base.

Storici come Ilan Pappé, Zeev Sternhell, Tom Segev salirono agli onori della cronaca per aver sostenuto la tesi che nell’arco del triennio 1947 – 1950 sia avvenuta in Palestina una massiccia pulizia etnica delle popolazioni indigene realizzata dalle forze israeliane.

Un’operazione perfettamente organizzata che violò la risoluzione ONU 181 consacrando il carattere ebraico a cemento della neonata nazione di Israele.

L’episodio fondamentale che segnò la nascita della tattica del terrore ebbe luogo il 9 aprile del 1948.

Allora l’Haganah conquistò il villaggio palestinese di Deir Yassin per poi ritirarsi e lasciare che l’Irgun massacrasse tutti i 254 palestinesi che vi abitavano senza badare a sottigliezze come il sesso o l’età anagrafica delle vittime.

“Il massacro non solo fu giustificato, ma non ci sarebbe stato Israele senza la vittoria di Deir Yassin”, affermò Menachem Begin.

Le modalità con cui avvenne la “vittoria” di Deir Yassin furono poi diffuse per radio affinché i palestinesi comprendessero quale destino si celava dietro l’eventuale, malaugurata scelta di resistere alla prorompente avanzata sionista.

Dopo Deir Yassin massacri e stermini svolsero un ruolo cruciale nella diffusione del terrore in seno alla popolazione autoctona e all’induzione della stessa all’esodo.

Nell’arco di pochi anni 474 villaggi arabi furono occupati dalle forze sioniste e 385 di essi furono rasi al suolo e cancellati dalle cartine geografiche.

Stando alle statistiche britanniche, al 31 dicembre del 1947 vivevano in Palestina 589.341 ebrei a fronte di una popolazione totale di 1.908.775 persone.

Un censimento realizzato nel novembre del 1948 rivelò che la popolazione araba di Israele ammontava a non più di 130.000 persone.

Gli analisti sono concordi nello stimare in un minimo di 890.000 e un massimo di 904.000 il totale delle persone vittime della pulizia etnica realizzata dalle forze sioniste.

All’inizio degli anni ’50 la popolazione contenuta all’interno dei confini armistiziali era composta da 1.509.000 ebrei, 118.500 arabi, 39.000 cristiani e 15.000 drusi.

L’enorme squilibrio demografico favorito dalle scelte del Primo Ministro David Ben Gurion e dai suoi successori consolidò politicamente, economicamente, socialmente e militarmente il paese.

In sostanza, lo Stato di Israele si affermò sul piano internazionale cacciando gli indigeni dalle loro terre e rifacendosi a motivazioni di carattere biblico – religioso per adottare nei confronti degli arabi una prassi analoga a quella impiegata in altre epoche dai puritani anglosassoni nei confronti dei Pellerossa, dai cecoslovacchi e dai polacchi nei confronti dei tedeschi dei Sudeti e della Polonia occidentale, degli jugoslavi verso gli italiani d’Istria e di Dalmazia e dei croati a danno dei serbi della Kraijna.

A differenza degli altri casi, tuttavia, era la filosofia che aveva animato pochi anni prima la pulizia etnica eseguita dai nazisti nei primi territori occupati a presentare analogie con quella perpetrata dai sionisti contro le popolazioni indigene, i cui tratti comuni furono delineati efficacemente dal Ministro degli Esteri del primo governo israeliano guidato dal padre della patria David Ben Gurion.

Si tratta di Moshe Sharett, il quale affermò che:

“I rifugiati troveranno il loro posto nella diaspora. Grazie alla selezione naturale, certi resisteranno, altri no. La maggioranza diventerà un rifiuto del genere umano e si fonderà con gli strati più poveri del mondo arabo”.

I palestinesi espulsi furono costretti a rifugiarsi lungo la striscia di Gaza, in Giordania, Siria e Libano, dove vennero confinati in numerosi campi profughi appositamente creati affinché non alterassero i fragili equilibri demografici e politici della regione.

Il nazionalismo palestinese incarnato dalla figura di Yasser Arafat trasse linfa vitale proprio dalla rabbia per i torti subiti – oltre che dall’orgoglio connaturato alla religione islamica  – e dalle precarie condizioni in cui versava la popolazione dislocata nei campi profughi.

La volontà di riscatto palestinese favorì poi la formazione delle classi dirigenti imbevute di religione musulmana come la Jihad islamica e soprattutto Hamas, movimento politico di grande diffusione popolare dotato di una struttura portante simile a quella di Hezbollah e capace di adempiere ai compiti militari, economici e assistenziali.

Fu nella miseria e nel disagio che maturarono le condizioni per la reazione palestinese, che si dispiegò mediante numerosi sommovimenti popolari che innescarono una colossale concatenazione di eventi.

Settembre Nero, invasione israeliana del Libano, attentato a Bashir Gemayel, efferata ritorsione di Sabra e Chatila, Prima Intifada,  seconda guerra del Libano, provocazione di Ariel Sharon lungo la Spianata delle Moschee, Seconda Intifada, omicidio di Rafik Hariri, Rivoluzione dei Cedri, ascesa di Hezbollah, terza guerra del Libano, Piombo Fuso, allontanamento della Turchia; tutti eventi connessi direttamente o indirettamente alle tensioni israelo – palestinesi.

L’altra ripercussione sortita dalla nascita e (soprattutto) dalle modalità in cui si affermò Israele fu l’endemico sentimento di frustrazione e subalternità che opprime ancora oggi le popolazioni arabe dovuto all’atteggiamento tenuto dagli israeliani nei loro riguardi.

Dalla pulizia etnica della Palestina, alla relegazione degli arabi a cittadini di secondo livello si è giunti all’innalzamento di una “barriera di separazione”, un muro suscettibile di produrre l’annessione israeliana di Gerusalemme Est oltre a parte dei territori occupati della Cisgiordania e di garantire una segregazione forzata sospingendo verso est le popolazioni arabe stanziate nell’area.

La costruzione della barriera in questione iniziata nel 2003 avvenne a più di un decennio dal significativo abbattimento del Muro di Berlino e dalla liberazione di Nelson Mandela che preluse alla fine dell’Apartheid, il regime di segregazione razziale che gli afrikaner sudafricani avevano applicato per mantenere una separazione forzata dai cittadini autoctoni di pelle nera.

Si tratta di un anacronismo che alla prova dei fatti tende a minare le ambizioni palestinesi relative al riconoscimento di uno Stato nazionale.

Abu Mazen ha annunciato pubblicamente che a settembre si rivolgerà alle Nazioni Unite per chiedere il riconoscimento di uno Stato palestinese imperniato sulla centralità indiscutibile di Gerusalemme, città che non a caso Israele sta accingendosi ad accorpare per mezzo del muro.

Molti paesi – specialmente dell’America Indiolatina – hanno già riconosciuto lo Stato palestinese ed altri – come la Norvegia – attenderanno il voto di settembre per fare altrettanto.

Israele, per bocca del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e del Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, ha pubblicamente invitato i paesi europei a guardarsi dall’accogliere le richieste avanzate unilateralmente da Abu Mazen, laddove riconoscere uno Stato per i palestinesi è una necessità che solo un numero assai contenuto di paesi e uomini politici ha osato mettere in discussione.

I governanti di Tel Aviv, tuttavia, perseverano nel far ricorso ai medesimi, logori e stereotipati clichés impiegati negli anni passati per edulcorare l’immagine di Israele.

L’opinione pubblica internazionale, infatti, non accetta più che vengano rievocati gli orrori del nazismo per giustificare i coprifuoco, i check – point, le esecuzioni selettive, le umiliazioni pubbliche di cui le autorità israeliane si sono ripetutamente rese responsabili.

Esiste, beninteso, una sparuta minoranza che si ostina a considerare gli israeliani delle vittime, laddove sono però incontestabilmente i palestinesi – vessati, umiliati e privi di uno Stato – ad aver sostituito gli ebrei nell’immaginario collettivo.

“Le contraddizioni – scrive lo storico Tony Judt – insite nel modo in cui Israele si presenta – “siamo molto forti/siamo molto vulnerabili”; “decidiamo del nostro destino/siamo noi le vittime”; “siamo uno Stato normale/pretendiamo un trattamento speciale” – non sono nuove: fanno parte dell’identità distintiva del paese quasi dall’inizio. E l’insistente enfasi sull’isolamento e sulla unicità che lo caratterizzano, oltre alla pretesa di essere allo stesso tempo eroe e vittima, un tempo formavano parte del vecchio fascino alla Davide contro Golia”.

L’assiduità ossessiva con cui viene impiegato l’antisemitismo per trasferire il terreno della discussione dal politico all’irrazionale e per trasformare gli imputati in giudici è indice del fatto che rimangono ben pochi argomenti per giustificare le mosse di Tel Aviv.

Si tratta dell’ultimo, logoro asso nella manica che i sostenitori acritici di Israele utilizzano per fregiare di nobili crismi legittimatori i colpi di coda di una nazione che non comprende di aver perso da tempo ogni diritto alla solidarietà internazionale, che si ostina ad ignorare il fatto che gli Stati Uniti non si mostreranno sempre accondiscendenti (Zbigniew Brzezinski non lo è stato mentre John Mearsheimer e Stephen Walt hanno documentato ampiamente i danni provocati agli interessi statunitensi dall’appoggio a Israele, subendo pesanti attacchi dalla lobby ebraica e delle sue influenti ramificazioni) che muri e fortezze non preserveranno il paese più di quanto abbiano fatto con la Repubblica Democratica Tedesca e il Sud Africa, con Troia e Sebastopoli, con Atene e Yorktown.

Attualmente l’immane tragedia costituita dalla nascita di Israele e dalle modalità che segnarono la sua graduale affermazione internazionale sono tappe storiche di quella viene eufemisticamente definita come “questione palestinese”.

A differenza di ciò che accade oggi in Israele e ovunque si trovino gli entusiasti difensori del sionismo, l’ipocrisia che sta alla base di tale espressione non avrebbe presumibilmente trovato l’approvazione di David Ben Gurion stesso, principale artefice e ideatore della pulizia etnica della Palestina che descrisse la natura intrinseca del colossale problema nei seguenti termini:

“Se fossi un arabo non firmerei mai la pace con Israele. E’ ovvio: abbiamo preso il loro paese. Ci era stato promesso da Dio, certo, ma perché ciò dovrebbe interessarli? Il nostro Dio non è il loro. E’ vero che siamo originari di Israele, ma è un fatto che risale a duemila anni fa. In che modo può riguardarli? Ci sono stati l’antisemitismo, il nazismo, Hitler, Auschwitz. Ma è stata forse colpa loro? Essi vedono una sola cosa: siamo venuti e abbiamo preso la loro terra”.

Giacomo Gabellini è collaboratore di Conflitti & Strategie

Commenta su Facebook