di coriintempesta

di: Marco Santopadre

Non è usuale, dalle nostre parti, sentir parlare di Islanda, un paese abitato da 320mila anime in tutto e relegato nelle estreme e fredde propaggini settentrionali del continente europeo. Eppure gli islandesi meriterebbero più attenzione da parte dei media, visto che sono stati i primi europei a sviluppare una risposta di massa alla gestione della crisi da parte dei governi locali e delle istituzioni economiche internazionali. Qualche giorno fa, ad Atene, durante le manifestazioni dei sindacati e degli «indignati» contro i tagli e le privatizzazioni del governo Papandreou, abbiamo incontrato Thorvaldur Thorvaldsson, un attivista della sinistra radicale islandese, e ne abbiamo approfittato per porgli qualche domanda.

Qual è il vostro giudizio sugli avvenimenti che hanno scosso l’Islanda negli ultimi anni?

La protesta popolare è esplosa nell’ottobre del 2008, dopo il collasso del sistema bancario che ha rivelato in maniera scioccante una crisi fino a quel momento latente del sistema economico capitalista. È emerso allora un movimento di massa che per mesi, ogni settimana, ha manifestato nelle piazze del paese, e in particolare davanti al parlamento. Agli inizi del 2009 la protesta ha imposto un significativo cambio di governo. Prima l’esecutivo era formato dai conservatori, e poi è passato nelle mani di socialdemocratici e verdi. Questa svolta, su pressione della piazza, ha generato una grande illusione e una grande speranza.

L’idillio tra partiti di centrosinistra e movimento di protesta è durato per un po’. Nelle elezioni politiche della primavera del 2009 i due partiti hanno ottenuto la maggioranza assoluta. Ma presto la speranza di un cambiamento significativo di rotta, economicamente parlando, è stata frustrata. La gente si è resa conto che il nuovo governo stava proseguendo sulla stessa via di quello precedente, in ossequio ai diktat di banche e istituzioni internazionali. La disillusione è aumentata quando il governo di centrosinistra ha chiesto l’adesione dell’Islanda all’Unione europea, conducendo un’ingannevole campagna propagandistica secondo la quale se il paese fosse stato già membro dell’Ue le nostre banche non sarebbero fallite… Per un po’ i sondaggi hanno concesso un leggero vantaggio a coloro che erano d’accordo con l’ingresso dell’Islanda nell’Unione. Ma poi, man mano che le bugie venivano smontate, i contrari hanno raggiunto una quota tra il 60 e il 70%. Anche se il governo continua a tentare di imporre questa scelta al paese, grazie alla profonda contrarietà dell’opinione pubblica il processo di adesione è stato comunque già ritardato di anni, e i negoziati veri e propri sono iniziati da poco. Se mai decideranno di indire sull’argomento un referendum, lo perderanno.

Perché siete così contrari ad entrare nell’Unione europea?

Se entrassimo nell’Ue sarebbe più difficile per noi contrastare le politiche che i vari governi adottano per scaricare la crisi sui ceti sociali meno abbienti. Potremmo dire che l’Unione ha inglobato queste politiche nel suo Dna, ne ha fatto la sua vera Costituzione. Naturalmente l’Unione è interessata anche alle nostre risorse, per questo preme affinché la nostra adesione sia rapida. Vogliono il nostro patrimonio ittico e le nostre riserve di idrocarburi. Per non parlare del controllo che potrebbero stabilire su un quadrante marino così esteso e così vicino al Polo nord, strategicamente fondamentale. Inoltre pensiamo che la nostra resistenza all’ingresso nella confederazione rappresenti un sostegno a chi, all’interno dei suoi confini, oggi discute sull’opportunità o meno di rimanerci. Ormai non siamo più ai tempi delle vane promesse di un futuro migliore, ma dobbiamo tracciare un bilancio realistico e spietato di questa esperienza fallimentare. Non si può non riconoscere che l’adesione all’Ue ha comportato un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini di molti paesi.

Cosa pensa della questione del debito e delle misure che il Fondo monetario internazionale sta imponendo ai vari paesi?

Dopo il fallimento delle banche l’Islanda è stato il primo paese del continente europeo ad essere sottoposto da decenni ad un piano di aggiustamento del Fmi. Il fatto che un paese europeo avesse «bisogno» dell’aiuto di questa istituzione finanziaria internazionale ha generato uno shock nell’opinione pubblica. Ma i cosiddetti aiuti dell’Fmi non sono affatto tali, anzi impediscono ai popoli e ai paesi di risollevarsi. L’Islanda è stata obbligata a chiedere un prestito di 2.1 miliardi all’Fmi. Ogni scadenza delle varie tranche del debito è servita al Fondo per obbligarci ad accettare condizioni capestro che servivano a garantire le banche britanniche che hanno speculato nel nostro paese ma poi sono fallite. Sulla questione del pagamento del debito il governo è stato sconfitto ben due volte in altrettanti referendum, e con percentuali altissime, dopo che il Presidente si era rifiutato di accettare l’imposizione di un altro prestito. I prestiti sono stati «concessi» in cambio di un ulteriore processo di privatizzazione di ogni aspetto della nostra economia. Nel 2013, data entro la quale il nostro debito dovrebbe essere estinto e il prestito restituito con enorme sacrificio per gli islandesi, cominceranno i veri problemi: perché i soldi per farlo non ci saranno, e la cifra da restituire non sarà più di 2,1 miliardi, ma sarà salita per gli interessi a 2 e mezzo, se non di più.

E noi non potremo pagare. Così, il governo islandese dovrà chiedere un altro megaprestito per pagare gli interessi nel frattempo maturati su quello precedente. L’Fmi a quel punto diventerà l’unico e incontrastato padrone dell’Islanda, e imporrà ulteriori tagli. È così che lavora il Fondo monetario.

All’inizio della crisi si era diffusa la voce che ci sarebbero stati dei cambiamenti importanti nel suo modo di procedere, che in Europa l’Fmi si sarebbe comportato diversamente rispetto ai metodi normalmente utilizzati nel cosiddetto Terzo mondo.

Una speranza infondata, basata sul pregiudizio di superiorità dell’Europa rispetto al resto del pianeta.

Perché mai l’Fmi dovrebbe essere meno aggressivo e invadente con i paesi europei? Se non ci saranno profondi cambiamenti politici ed economici, a breve lo standard di vita per le grandi masse di cittadini europei andrà drammaticamente a fondo. In questi anni «l’esercito di schiavi», se così posso chiamarlo, sta ingrossando le sue fila, mentre lo strato benestante della popolazione si sta assottigliando e i ricchi diventano sempre più ricchi. Bisogna cambiare, e subito! La nostra organizzazione politica si è formata sulla spinta della nuova situazione che si era venuta a creare nel 2008 in occasione del fallimento delle banche. Al centro della nostra piattaforma e della nostra azione politica abbiamo posto il recupero della nostra sovranità nazionale e popolare, oltre che la proprietà comune, collettiva delle risorse naturali. Le infrastrutture economiche devono essere riportate sotto il controllo pubblico, sottratte alla dittatura del mercato. Inoltre difendiamo un allargamento della democrazia e della partecipazione politica a tutti i livelli. Non ci accontentiamo della democrazia formale, pretendiamo che le persone abbiamo più strumenti a disposizione per dire la propria. L’azione dei partiti e dei governi non può prescindere dall’opinione delle persone e dalla volontà popolare, non può restare impermeabile . Stiamo lavorando per veicolare questi valori nel movimento popolare, in particolare all’interno dei sindacati e nelle organizzazioni impegnate nella mobilitazione contro l’Ue.

Cosa pensa che accadrà a breve per quanto riguarda le crisi negli altri paesi europei: la Grecia, la Spagna, l’Italia?

Penso sia solo una questione di tempo per tutti questi paesi. Le differenze sociali e di classe aumentano, e lasciano spazio a due sole opzioni. Si possono svendere tutti i beni pubblici e obbedire senza eccezioni ai mercati, cosa che stanno facendo tutti i governi finora, anche quelli cosiddetti di sinistra, accontentando tutte le richieste del capitale. Oppure i popoli si possono organizzare e unire a partire da un proprio programma indipendente, sviluppando processi realisticamente rivoluzionari.

Unirsi e organizzarsi: è l’unico modo per poter imporre dei reali cambiamenti nell’immediato futuro. È ciò di cui abbiamo estrema necessità.

FONTE: IlManifesto.it

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