Di Gianluca Freda

iran navyLeggendo quanto riporta DEBKAfile, sito vicino all’intelligence israeliana, sembra che le diverse valutazioni riguardo all’urgenza di un attacco contro l’Iran abbiano creato l’ennesima crisi di rapporti politico/diplomatici tra USA e Israele dall’inizio della presidenza Obama. Dopo l’uccisione, avvenuta l’11 gennaio scorso, di Mostafa Ahmadi-Roshan, ennesimo tecnico nucleare iraniano a venire assassinato con la consueta tecnica del Mossad della bomba magnetica attaccata all’improvviso ad una portiera dell’auto, i rapporti tra USA e Israele si sono nuovamente raggelati. Il giorno dopo l’omicidio, Obama ha raggiunto personalmente il premier israeliano Netanyahu con una telefonata furibonda. Il Segretario alla Difesa ed ex direttore della CIA Leon Panetta e lo stesso Segretario di Stato Hillary Clinton hanno inviato ai loro referenti in Israele alcuni messaggi privati, informandoli delle terribili conseguenze che un attacco all’Iran potrebbe avere sugli equilibri nella regione (e non solo).

Nel tentativo di calmare le acque, che Israele sta tentando in tutti i modi di agitare, gli USA hanno deciso di abbassare i toni sulla minaccia iraniana di bloccare lo stretto di Hormuz. Hanno così sospeso l’invio di portaerei nello stretto, rinunciando dunque per il momento al braccio di ferro con l’Iran, e si sono concentrati sul problema di tenere a freno Israele sui propositi di attacco contro i siti nucleari iraniani: se un attacco del genere avvenisse, anche per decisione unilaterale di Israele, difficilmente gli Stati Uniti potrebbero sottrarsi ad un intervento militare. Intervento che essi stessi non disdegnano, ovviamente, ma che se attuato in questo momento sarebbe per loro oltremodo rischioso. Troppe sono per gli USA le variabili in gioco: la prossimità delle elezioni presidenziali, sulle quali un’azione militare dagli esiti così imprevedibili potrebbe avere effetti dirompenti; l’intransigenza di Russia e Cina, le quali (almeno a chiacchiere) non sembrano intenzionate a chiudere un occhio su un eventuale atto d’aggressione contro la Repubblica Islamica; il rischio che un simile attacco comporterebbe se attuato prima che l’Iran sia indebolito a dovere da una lunga tornata di sanzioni commerciali e dall’eliminazione dell’attuale governo siriano, suo tradizionale intermediario con Hezbollah e Hamas; il fatto stesso che le forze NATO stiano ancora leccandosi le ferite dopo una guerra in Libia che, oltre a protrarsi più a lungo del preventivato, ha finito per creare tra le forze in seno all’Alleanza una quantità di attriti e reciproche diffidenze. Inoltre, un attacco all’Iran finirebbe per scompaginare le linee geostrategiche che le élite facenti capo al Partito Democratico tradizionalmente perseguono attraverso le “loro” amministrazioni. Queste linee sembrano avere per fulcro l’Europa e la zona del Mediterraneo (in cui va compresa la stessa Israele), delle quali si cerca di rinsaldare in ogni modo l’obbedienza e la subordinazione alla madrepatria atlantica; laddove le politiche delle amministrazioni repubblicane paiono indirizzate piuttosto a contrastare le potenze emergenti (Russia e Cina in primis) operando nel settore asiatico e lasciando alle “colonie” (Israele compresa) maggiore libertà di movimento. Un attacco all’Iran finirebbe per svincolare, almeno in parte, i paesi europei dalla morsa economico/militare in cui gli USA di Obama li hanno rinchiusi, riaprendo la strada alle già notevoli tentazioni eurasiatiche che dilagano per il vecchio continente, in direzione della Russia, e vanificando un quadriennio di pianificazione strategica che aveva prodotto per gli USA qualche risultato ragguardevole.

Non è un caso che sia proprio sotto le amministrazioni democratiche che si sono visti i maggiori attacchi all’autonomia dell’Europa occidentale: dall’organizzazione mediatica e d’intelligence del conflitto in Jugoslavia, all’aggressione contro la Serbia, agli “avvertimenti” terroristici ai paesi occidentali recalcitranti (vedi strage di Oslo), alla recente sostituzione in corsa e senza consultazione elettorale dei governi non perfettamente allineati (Grecia e Italia), fino ad arrivare alla morsa finanziaria che attraverso speculatori e declassamenti “ad hoc” eseguiti dalle agenzie di rating ha privato l’Europa di ogni capacità di iniziativa indipendente. Rientrano ovviamente in tale strategia “mediterranea” dei Democratici USA anche le “rivoluzioni colorate” in Africa del Nord, l’attacco alla Libia, il tentato golpe in Siria e la drastica riduzione della libertà concessa ad Israele, quest’ultima evidenziatasi fin dall’inizio della presidenza Obama.

Fin dalle prime tornate del dopo-Bush, infatti, fu evidente che la nuova amministrazione in carica non avrebbe consentito allo stato ebraico le stesse licenze che gli erano concesse quando a capo dell’establishment statunitense c’erano gli Ari Fliescher, i Douglas Feith, i Paul Wolfowitz, i Michael Chertoff e tutta la schiera di neocon con doppio passaporto israelo-statunitense che avevano fatto il bello e il cattivo tempo sotto l’amministrazione Bush. La pacchia era finita. E la dimostrazione di ciò fu un crescendo prima di “avvertimenti” e poi di iniziative apertamente rivolte a ridurre Israele a più miti consigli. Si iniziò in sordina, con l’arresto del bancarottiere Bernie Madoff e dei rabbini del New Jersey dediti al traffico di organi umani. Ci fu poi il “Discorso del Cairo” con il lungo braccio di ferro che ne seguì, tra Obama e Netanyahu, sulla riduzione degli insediamenti. Seguì la concessione della Medaglia d’Oro al Valor Militare al capitano William McGonagle, uno dei superstiti della USS Liberty, la nave americana aggredita da forze militari israeliane nel 1967. Seguirono la clamorosa“cacciata” di Netanyahu dalla Casa Bianca, la defenestrazione degli scagnozzi filo-israeliani Rahm Emmanuel, David Axelrod e Larry Summers, messi alle costole di Obama, le “rivoluzioni colorate” in Egitto e Tunisia (non concordate con Israele e non necessariamente di suo gradimento) e infine l’attuale crisi iraniana.

Fonte: http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=910:gianluca-freda&catid=32:politica-internazionale&Itemid=47

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