di D. Jensen
Traduzione di Anticorpi.info

Martín Prechtel è cresciuto nella riserva indiana di Pueblo – New Mexico – dove la gente prosegue a vivere in accordo agli usi e costumi vigenti prima della colonizzazione europea. Sua madre, indiana canadese, insegnava presso la scuola della riserva; suo padre era un paleontologo di pelle bianca.

Martín ha sempre amato molto la cultura della terra natia. “Ho trascorso la giovinezza nel timore che quel mondo fosse annientato dalle mani di pochi uomini bianchi incapaci di comprenderne la bellezza.”

Decise perciò di opporsi a tale pericoloso potere corruttore.
“Gli indigeni lo definiscono i modi dell’uomo bianco” dice, “ma in realtà è molto più di un semplice insieme di modi di fare. Dopo avere trasformato i bianchi, tale potere infettivo li ha resi suoi evidenti propagatori. Questa sindrome orribile non sa che farsene della naturale, selvatica natura dei popoli.”

Nel 1970, dopo la fine del suo primo matrimonio e la perdita della madre, Prechtel intraprese un lungo viaggio per schiarirsi le idee. Apparentemente per caso, durante l’itinerario si ritrovò in Guatemala. Viaggiò in tutto il paese per oltre un anno prima di giungere presso un villaggio chiamato Santiago Atitlán, popolato dalla Tzutujil, una delle molte sottoculture indigene maya, ognuna delle quali titolare di tradizioni, lingua ed abbigliamento peculiari.

Poco dopo essere entrato in Santiago Atitlan, uno strano uomo avvicinò Prechtel e gli disse: “Perché ci hai messo tanto? Ti sto chiamando da due anni! Mettiamoci al lavoro!” Fu così che iniziò il suo apprendistato con Nicolas Chiviliu, uno dei più grandi sciamani Tzutujil.

L’apprendistato durò anni. Prechtel imparò a correggere gli squilibri nei rapporti tra le persone, con gli antenati e con gli spiriti. Dovette anche imparare la lingua Tzutujil. (la apprese dalle donne del villaggio, in un primo momento, e dato che le donne Tzutujil parlano in modo differente rispetto ai loro omologhi maschi, i suoi primi discorsi in pubblico suscitarono molto divertimento). Benché non fosse un nativo, Prechtel diventò a pieno titolo membro della comunità indigena. Sposò una donna del posto ed ebbe tre figli, uno dei quali morì.

Dopo la morte di Chiviliu, Prechtel subentrò al suo posto, diventando lo sciamano di quasi 30.000 persone e ottenendo l’ufficio pubblico di Nabey Mam, o primo capo. Una delle sue funzioni di capo era condurre i giovani del villaggio attraverso le loro iniziazioni verso la età adulta.

Prechtel avrebbe voluto stabilirsi per sempre a Santiago Atitlán, tuttavia durante il tempo della sua permanenza il Guatemala era in preda ad una brutale guerra civile. Il governo al potere – con i suoi squadroni della morte supportati dagli Stati Uniti – aveva messo al bando i millenari rituali maya. Alla fine Prechtel fu costretto a fuggire dal paese per salvarsi la vita.

“Sarei rimasto”, dice, “tuttavia, prima che il maestro morisse, mi aveva intimato di fare qualsiasi cosa pur di non disperdere la consapevolezza che mi aveva tramandato.”
Fu così che Prechtel tornò negli Stati Uniti con la famiglia al seguito, dove “vivemmo di stenti fino a quando fui notato da persone come Robert Bly.” (Bly, poesta attivista, descrive Prechtel come “una sorta di piccolo pony che galoppa lungo i campi delle possibilità umane, seminando fiori con la bocca.”)

In seguito la moglie di Prechtel decise di tornare al paese natale, mentre egli scelse di restare insieme ai figli negli Stati Uniti dove attualmente vive, a meno di cinquanta chilometri dai luoghi in cui è cresciuto.

Prechtel è autore di Secrets of the Talking Jaguar (ed. Tarcher), saggio nel quale descrive – musicalmente, in modo chiaro e rispettoso – le tradizioni di Santiago Atitlan. Accenna anche alla propria formazione, però non rivela alcun dettaglio che consenta al lettore di appropriarsi delle tradizioni spirituali maya nello stesso modo in cui altri si appropriarono della loro terra. Nel suo libro più recente, Long Life, Honey in the Heart, parla del sacerdozio Tzutujil e della vita nel villaggio prima dello arrivo degli squadroni della morte. Si sofferma anche sulla mitologia del popolo Maya.

Oggi Prechtel gira il mondo intervenendo a conferenze sul tema della iniziazione dei giovani maschi. “Sto cercando di lavorare anche su quella femminile” – dice – “tuttavia il discorso è complesso e lento, soprattutto perché io non sono una donna.” Coordina anche dei laboratori di supporto per le persone che intendano riconnettersi con le proprie radici territoriali ed il senso del sacro nella vita di tutti i giorni. “La spiritualità è una cosa estremamente pratica. Non è qualcosa da fare nei fine settimana. E’ sempre presente ed essenziale come nutrirsi o tenersi per mano, o scaldarsi in inverno.”

Poco prima di iniziare la intervista che state per leggere – che ha avuto luogo presso la casa di Prechtel, in New Mexico – ho scoperto con imbarazzo che il mio registratore non funzionava. La attuale moglie di Prechtel – Hanna – aveva in casa un registratore che ho potuto utilizzare per circa 40 minuti. Dopodiché anche il secondo registratore ha iniziato a fare le bizze. Martín si è scusato. “Produco questo effetto sulle macchine. Il mio dentista non mi fa entrare nel suo studio perché gli si freezano i computer.”

Ho preso nota di non fare viaggi in compagnia di Martin. Poi Hanna è riuscita a fare ripartire il registratore, e abbiamo potuto concludere l’intervista. Il mattino successivo il mio registratore andava di nuovo bene.

Jensen: 
Che cos’è uno sciamano?

Prechtel: 
Di solito gli sciamani sono considerati guaritori o medici, ma in realtà è gente che si occupa di ricucire con le lacrime le falle che creiamo nella rete della vita; i danni che provochiamo nella nostra corsa per la sopravvivenza. In un certo senso tutti noi – non esclusi i popoli più anti-tecnologici e spirituali – siamo costantemente impegnati adistruggere il mondo. La domanda è: come reagire di fronte a tale distruzione? La risposta della cultura moderna è quella di limitarsi ad ignorare il debito spirituale che creiamo semplicemente vivendo. Ma in questo modo il debito emerge e ci azzanna sempre più duramente. Tuttavia ci sono altri modi per reagire a questo squilibrio.

Uno di essi è cercare di ripagare il debito offrendo doni di bellezza e di lode al sacro, al mondo invisibile che ci dà la vita. Gli sciamani intervengono per risolvere i problemi che sorgono quando si perde di vista il rapporto che esiste tra noi ed il mondo che ci nutre; quando – per qualsiasi ragione – si smette di ricambiare quel mondo. Tutto ciò parrà strano alle persone moderne ed industrializzate, tuttavia per la maggior parte della storia umana gli sciamani hanno fatto parte della vita ordinaria. Essi esistono in tutto il mondo. Ai moderni individui occidentali sembrano tutte balle perché hanno sistematicamente svalutato l’altro mondo, smettendo di considerarlo come parte integrante della loro vita quotidiana.

Jensen: 
Gli sciamani siberiani sono diversi da quelli del Guatemala?

Prechtel: 
Esistono molti modi di essere sciamani, proprio come al mondo si parlano molte lingue. Tuttavia siamo accomunati da qualcosa di profondo: il fatto di essere ancora tutti esseri umani. Alcuni di noi hanno seppellito la propria umanità, soffocandola o anestetizzandola, tuttavia ogni umano vivente, che sia tribale o moderno, primordiale o addomesticato, possiede un’anima originale, naturale, e soprattutto selvatica, in qualche modo. L’anima selvatica della persona moderna è stata bandita ai confini del mondo dei sogni, ed è sotto  il costante attacco della mente moderna. Quanto più consapevolmente hai memoria della tua anima selvatica, tanto più il suo retaggio ancestrale riaffiora, anche fisicamente.

Noi sciamani cerchiamo di rimediare agli effetti della normale stupidità umana eripariamo le relazioni con le fonti invisibili della vita. In molti casi, i modi di operare sono simili. Ad esempio, i siberiani hanno una tecnica di trance per accedere all’altro mondo, che è simile a quella praticata in Africa.

Jensen: 
Hai menzionato ‘l’altro mondo.’ Molta gente non ha la minima idea di cosa parli.

Prechtel: 
Se questo mondo fosse un albero, l’altro mondo corrisponderebbe alle sue radici; la parte invisibile che assicura all’albero l’apporto della linfa vitale.L’altro mondo alimenta il mondo tangibile – il mondo in cui si prova dolore, in cui si deve mangiare e bere, si può fallire, il mondo che si rinnova in cicli, il mondo in cui si muore.
E’ l’altro mondo che fa funzionare il mondo tangibile, e noi lo supportiamo offrendogli in pasto la nostra bellezza. Tutti gli esseri umani provengono dall’altro mondo, tuttavia lo scordano dopo un paio di mesi dalla nascita. Questa amnesia si verifica perché si rimane abbagliati dalla bellezza e dalla fisicità del mondo tangibile. In seguito tutti noi trascorriamo il resto della vita cercando di rimettere insieme le memorie dell’altro mondo, ci sforziamo di farlo per servire un bene più grande e per insegnare a ricordare alle nuove generazioni di smemorati: i bambini. Spesso questa lezione viene insegnata durante l’iniziazione alla età adulta.

I maya dicono che l’altro mondo ci canti. Noi siamo la sua canzone. Siamo fatti di suoni, e quando il suono passa attraverso il confine tra i due mondi assume la forma di uccelli, erba, tavoli… tutte cose fatte di suoni. Gli esseri umani possono alimentare coloro che abitano l’altro mondo, affinché il loro canto non finisca.

Jensen: 
Chi sono ‘loro’?

Prechtel:
Gli esseri che cantano la vita. Si potrebbero assimilare a divinità o spiriti. I maya li chiamano semplicemente ‘loro.’

Jensen: 
Anni fa ho letto un vecchio proverbio azteco che dice che “non veniamo su questa terra per vivere; veniamo per dormire e per sognare.” Sapresti spiegarmelo?

Prechtel: 
Quando sogni, ricordi l’altro mondo, proprio come facevi quando eri ancora in fasce. Quando sei sveglio, sei parte del sogno dell’altro mondo. Nello stato di ‘veglia’ io dedico una certa quantità di tempo alla nutrizione del mondo da cui provengo. Allo stesso modo, quando lascerò questo mondo per passare al successivo, suppongo che da laggiù nutrirò quello attuale. Il sogno non guarisce la persona che dorme, ma alimenta il Tutto attraverso il ricordo.

Jensen: 
Da dove proviene il concetto di ripagare il debito, presente nella cultura maya?

Prechtel: 
Come i cristiani nascono gravati da un peccato originale, i maya nascono gravati da un debito originario. Nella visione maya, nascendo contraiamo un debito spirituale verso l’altro mondo per il fatto di averci creati, per avere cantato la nostra esistenza.Ecco perché l’altro mondo deve essere alimentato; altrimenti incasserà in altro modo il proprio pagamento, rovinandoci la vita.

Jensen:
Come si fa a ripagare il debito?

Prechtel: 

Donando a chi ci ha donato la vita. Un pagamento in natura, su cui si fonda la economia spirituale di un villaggio. Come insegnava il mio maestro: “Siediti a cantare su una roccia in mezzo ad uno stagno, e la tua canzone formerà una catena che giungerà oltre i confini, fin dove vivono gli spiriti. Quando la canzone giungerà dalla parte opposta rimanderà un’eco; essa è nutrimento spirituale.” Quando invii un regalo, invialo contemporaneamente in tutte le direzioni. Tornerà indietro da tutte le direzioni.

Jensen: 
Un disegno parecchio complesso; innumerevoli persone che inviano le loro canzoni, che si sovrappongono.

Prechtel: 
E’ un disegno che la mente non può comprendere. Nessuno può sapere a cosa sia collegato.

Jensen: 
Tutto ciò ha qualche connessione con la tecnologia?

Prechtel: 
La tecnologia attinge dalla terra, eppure non restituisce nulla in cambio. Ad esempio l’automobile. Essa fu  immaginata dai sogni incrociati di molte persone, oppure – se preferisci –  da diversi studi ed esperimenti. Tuttavia a lungo andare molto poco – per non dire niente – è stato restituito alle invisibili divinità affamate che hanno infuso in quella gente la capacità di inventare una simile tecnologia. E’ in quel momento che – in una cultura sana – entrano in gioco gli sciamani, perché come per ogni cosa, anche una invenzione viene concessa in cambio di un debito spirituale che deve essere ripagato ritualmente, a meno di non volerlo ripagare fuori dal nostro essere con le guerre, il dolore e la depressione. Un semplice coltello, ad esempio, nella moderna società industriale è considerato come qualcosa di banale, uno strumento primitivo. Ma per il popolo maya è grande il debito spirituale che deve essere pagato per la creazione di un simile strumento.

Jensen: 
In che senso?

Prechtel: 
La persona che costruisce il coltello deve approntare un fuoco che sia abbastanza caldo da produrre carbone. Idealmente il dono deve essere realizzato a mano, cioè mediante l’unico strumento che gli esseri umani hanno in più rispetto agli spiriti. Una volta che il fuoco è abbastanza caldo, il coltellaio deve fondere il minerale di ferro nella roccia. I residui di scarto, che nella cultura occidentale sono gettati via, ricoprono il ruolo più sacro nei rituali sciamanici. Ciò che avanza rappresenta il debito, il bucoche è stato aperto nella tela dell’universo dallo ingegno umano, il vuoto che deve essere riempito.

Per compensare la ferita provocata al divino è necessario offrire un dono rituale pari all’importo che è stato rimosso dalla tela dell’universo. L’ingegno umano è una cosa meravigliosa, ma solo quando viene utilizzato per alimentare le divinità che ci danno la possibilità di eseguire tali imprese. Così, solo per concedersi il ferro, lo sciamano deve pagare per il minerale, il fuoco, il vento, e così via – non in dollari e centesimi, ma in attività rituali di pari entità rispetto a quanto gli è stato concesso. Il ferro deve essere martellato nella forma di un coltello; affilato, temperato e infine rifinito con una maniglia. C’è una divinità da alimentare per ciascuna parte della procedura. Quando la costruzione del coltello è terminata, l’utensile viene denominato ‘dente della terra.’ Servirà a tagliare la legna, la carne e le piante. Ma se i necessari sacrifici saranno stati ignorati in nome del razionalismo e della superiorità umana, quella lama finirà per uccidere esseri umani.

Tutti questi doni rituali rendono il coltello enormemente ‘costoso’, e il processo produttivo molto coinvolgente e prolungato. La necessità di ripagare con doni rituali rende alcune cose proibitive in quanto spiritualmente troppo costose. Ecco perché i maya non hanno mai inventato le navette spaziali, i centri commerciali e le beauty farm. Vivono in determinate condizioni non perché sia un modo romantico di vivere. Non lo è: è molto difficile. Però funziona.

La cultura occidentale è convinta che la materia sia morta, e che quindi non venga contratto alcun debito quando l’ingegno umano riceve qualcosa dallo altro mondo. Di conseguenza si giunge ai centri commerciali, le astronavi e la tecnologia ‘avanzata’, mentre gli spiriti che ci hanno concesso la possibilità di fare tutte queste cose stanno morendo di fame, e sono diventati ossuti e sottili. L’universo è in uno stato di fame e dolore emotivo, perché non è gli è stato dato ciò di cui ha bisogno in forma di cibo rituale e reali doti fisiche. Pensiamo di stare ricevendo gratuitamente, ma in realtà stiamo rubando, il che finisce inevitabilmente per sfociare nella violenza. L’oracolo di Delfi lo aveva previsto: “Che disgrazia per gli esseri umani l’invenzione dello acciaio.”

Jensen: 
Perché questo furto condurrebbe alla violenza?

Prechtel: 
Sebbene alimenti tutta la creazione, lo Spirito non è una forza onnipotente come descritto dal cristianesimo, ma una forza naturale di grande finezza. Quando la sua finezza entra in contatto con la goffaggine dell’avidità e della presunzione umana, la sua natura divina violata diventa una forza affamata che divora le cose. Diventiamo cibo per il mostro creato dalla nostra stessa incuria spirituale. Questo mostro si sfama con le guerre, la depressione psichica, l’odio di se e le cattive pratiche economiche che esportano la miseria in alcuni luoghi. La violenza diventa cibo per ripagare ciò che abbiamo rubato alla natura, perché abbiamo smarrito la memoria del pattocontratto dai nostri antenati, e ci siamo dati a psicanalizzare e oggettivare questa esperienza, scambiandola per una esperienza personale o una patologia, quando invece si tratta di una penale pagata per essere venuti meno ad un obbligo spirituale.A quel punto, il nostro rapporto con la spiritualità viene schermato da una armatura razionalista, una psicologia di protezione che ci induce a razionalizzare il mostro. E al livello individuale diventiamo depressi, perché gli esseri dell’altro mondo si nutrono anche di emozioni.

Jensen: 
In che senso?

Prechtel: 
Quando cessiamo di alimentare gli spiriti, gli spiriti si nutrono della nostra psiche. E quando smettono di cibarsi della nostra psiche si nutrono dei nostri corpi. E quando smettono con i corpi si muovono verso le persone vicine a noi. In una cultura che ha per secoli – o ancora più a lungo – ignorato queste relazioni, la depressione diventa una costante. Si cerca di risolvere la depressione attraverso la tecnologia, ma è solo un palliativo che non risolve realmente il problema. Né funziona saccheggiare le culture altrui, né uccidere il pianeta. Avere successo come esseri umani vuol dire vivere in modo significativo, con passione e completezza, in modo che la propria morte diventi un sacrificio significativo per gli spiriti, e li alimenti.

Nella antichità la morte era considerata un sacrificio significativo. Fino all’avvento della ‘civilizzazione’ che in nome del monoteismo si sentì autorizzata a soffocare gli dei di tutte le altre culture. Più si invecchia, più la nostra vita diventa significativa come sacrificio, perché ciò comporta un maggiore dono di esperienza per l’altro mondo, e gli spiriti sono maggiormente alimentati dalla nostra parola e la nostra preghiera.

Jensen: 
Cosa rispondi a chi afferma che la nozione del debito da pagare per fare un semplice coltello è inefficiente, e che proprio per questo la cultura occidentale è riuscita a spazzare via così in fretta la vostra. Mentre il vostro gruppo trascorreva i giorni per fabbricare un singolo coltello, l’altro gruppo fabbricava 300 coltelli e vi sottometteva.

Prechtel: 
Chi intraprende simili strategie è destinato a convivere con i fantasmi di coloro che ha ucciso – il che significa che è destinato a fabbricare sempre più coltelli e a diventare sempre più depresso.

Jensen: 
Cosa sono i fantasmi?

Prechtel: 
Prima di occuparci dei fantasmi, dobbiamo parlare degli antenati, perché le due cose sono connesse. Spesso ci si sente obbligati a onorare i propri defunti, ma la questione è un tantino più complessa di così. I nostri antenati non dovevano essere necessariamente molto intelligenti. Sono loro che ci hanno lasciato in eredità questo casino. Alcuni di essi sono stati grandi uomini, ma molti altri soffrivano di enormi tare e pregiudizi. Se a questi antenati hai tributato il dovuto, allora non c’è bisogno di accollarti anche i loro pregiudizi. Ma se non riconosci loro qualcosa, se ti limiti a dire: “Discendo da queste persone ma non mi toccano molto; io sono un individuo diverso e unico,” allora sei destinato a spendere la tua vita in continuo combattimento con i tuoi antenati, oppure cavalcando l’onda che essi hanno iniziato. Dovresti farlo molto tempo prima di trovare te stesso e perseguire ciò che ritieni valga la pena perseguire.

La cultura maya usa ripagare il debito con gli antenati costruendo loro una casa. Si chiamano ‘case dormienti’ – ed in esse sono deposte le spoglie fisiche degli antenati. Le case sono piccole, perché gli antenati non occupano spazio, eppure hanno bisogno di un posto dove stare, come qualsiasi altra cosa.
In secondo luogo gli antenati si alimentano con le parole e la eloquenza. Ognuno di noi vive in un posto in cui si parla un dialetto locale, cioè il retaggio delle lingue delle persone dalle quali discendiamo…
In ultima analisi anche con il linguaggio corrente possediamo ancora la capacità di creare strani, misteriosi poemi capaci di nutrire i nostri antenati, così che la loro fame non divori la nostra vita di tutti i giorni. Se riusciamo a rimuovere i pregiudizi della civiltà, allora possiamo trovare il sentiero del ritorno alle nostre anime ed alla cultura selvatica, dove saremo sempre a casa e benvenuti.

Jensen: 
La mia stirpe è danese, francese e scozzese, ma vivo nel nord della California. Come faccio a trovare il mio sentiero?

Prechtel: 
Il problema non è che i tuoi antenati siano emigrati in Nord America, ma che una volta morti i loro debiti non sono stati adeguatamente ripagati con la bellezza, il dolore, e l’eloquenza. Ogni volta che qualcuno muore, lo spirito di quella persona deve migrare verso il mondo successivo. Tuttavia se in precedenza non è passata attraverso una iniziazione per ricordare da dove provenisse e cosa dovesse fare per proseguire, dopo la morte non sa dove andare. Inoltre, quando una persona muore, il suo spirito deve restituire ciò che è stato tolto per alimentare la sua esistenza terrena. Tutti i rituali funerari e di sepoltura sono antichi modi di pagare il debito verso l’altro mondo e aiutare lo spirito a proseguire il percorso. Uno dei modi con cui è possibile aiutare quelli che rimangono indietro a ripagare questo debito spirituale è semplicemente piangere il morto. Diciamo che la tua amata nonna venga a mancare. Qualcuno potrebbe dirti che non dovresti piangerla perché lei ora si trova in ‘un posto migliore’, e il pianto è un fatto di puro egoismo. Ma la nostalgia è così enorme che, se tu non piangerai per esprimerla, avvelenerai il tuo futuro con la violenza.

Se questa nostalgia non si esprime come un forte lamento, una canzone o un pezzo d’arte che possa essere di nutrimento per gli spiriti, essa finisce per trasformarsi in violenza contro altri esseri – e, soprattutto, contro la terra stessa. Ma se si è in grado di alimentare l’altro mondo con il proprio dolore, allora si potrà vivere dove i propri morti sono sepolti, ed il luogo diventerà parte del paesaggio, in un certo senso. Molte culture antiche avevano riti in cui ogni anno venivano ricordati gli antenati defunti per ben cinquanta anni, con i vivi che rinnovavano i rituali per ripagare i debiti contratti da ogni singolo defunto. Quando il dolore per qualsiasi motivo non viene manifestato, i fantasmi degli antenati iniziano ad attaccare la cultura. E’ già abbastanza difficile fare fronte al mancato dolore per una manciata di persone, ma cosa succede quando i morti sono così numerosi da non disporre di abbastanza tempo per piangerli tutti adeguatamente? Quando il problema deriva da uno o due fantasmi uno sciamano è in grado di aiutare, ma il discorso cambia se si parla di centinaia, o migliaia, o milioni di fantasmi, tra cui gli esseri brutalizzati in qualsiasi modo, come le donne violentate, oppure gli animali  macellati per nessun motivo.

Fine della Prima Parte.
Continua nella Seconda Parte (inattivo).

—————–

Anche il 2012 tra non molto sarà andato.
Approfittiamo di questa occasione per ringraziare i lettori che ci seguono, sempre più assidui e numerosi, scusandoci con chi non abbia ancora ricevuto risposta alle email che ci ha inviato in privato.
Invitiamo chi vorrà onorare il presidente seguendo come da copione il suo patriottico discorso di fine anno, a tenere basso l’audio del televisore o usare le cuffiette; non pochi vicini di casa apprezzeranno l’accortezza.
Infine, come ogni anno di questi tempi rinnoviamo l’auspicio di un futuro pieno diprogressi interiori ed individuali, i soli realmente utili alla causa, in ogni senso.
Auguri
il blog

——————

Articolo in lingua inglese, pubblicato dal sito The Sun Magazine
Link diretto:
http://thesunmagazine.org/issues/304/saving_the_indigenous_soul?page=1

Traduzione a cura di Anticorpi.info

Commenta su Facebook