REPORTAGE. Nell’epicentro del conflitto dove si combatte per difendere i collegamenti con Damasco fra muezzin e cristiani, che recitano il Padre Nostro

18 Aprile 2016

Aleppo si trova nel mezzo del ciclone siriano. Finché non vieni da queste parti non puoi capire cosa vuol dire vivere in un Paese in guerra. I ribelli vivono nel quartiere accanto, a pochi chilometri da dove abiti. Spesso un telo appeso tra due edifici o la carcassa di un autobus gettata sulla strada marcano il confine tra le zone di occupazione. Qui ci sono tutti: l’esercito siriano, Al Nusra, Daesh, i curdi. Le bombe esplodono ogni 5-10 minuti, le case tremano, eppure la vita continua inesorabilmente. I bambini giocano a pallone per le strade, i negozi sono aperti tutto il giorno, e le ragazze passeggiano da sole senza alcuna paura. Accanto alle esplosioni i muezzin chiamano alla preghiera e i cristiani recitano ad alta voce il Padre Nostro.

Il rumore dei colpi di mortaio e di mitragliatrice sono solo un dettaglio per chi ha scelto di restare nella propria terra. E a se i razzi colpiscono la casa di un residente ecco che tutto il vicinato scende dal proprio piccolo nido per ripulire le macerie e dare conforto agli sfollati. La guerra è anche questo, l’umana solidarietà verso chi ha perso tutto e vive sulla pelle le stesse angosce. «Abbiamo vissuto momenti peggiori come nel 2013, mancava cibo, acqua ed elettricità, ora le cose vanno meglio e presto verrà riaperto l’aeroporto della città», ci racconta un residente sulla cinquantina. «Il sostegno militare dei russi ci ha dato speranza, ci difendono assieme all’esercito, ci fidiamo solo di loro», aggiunge.

«Abbiamo vissuto momenti peggiori come nel 2013, mancava cibo, acqua ed elettricità, ora le cose vanno meglio e presto verrà riaperto l’aeroporto della città»

Aleppo dista circa 450 chilometri da Damasco. Fino ad Homs è tutto securizzato, poi inizia il viaggio verso l’inferno. Poco prima di Hama si devia per una strada secondaria ad una corsia che punta verso Raqqa perché quella principale è stata conquistata dai ribelli un paio di anni fa. Più di 200 chilometri in mezzo al deserto, ai due lati della strada, oltre le montagne, ci sono le postazioni militari di Daesh e di Al Nusra. I checkpoint dei governativi sono lontani l’uno dall’altro, sul bordo si vedono le carcasse dei carri armati, degli autobus e delle automobili che non ce l’hanno fatta ad arrivare a destinazione. Da qualche mese i camionisti si rifiutano di portare i loro tir carichi di merce per paura di essere assaltati dai gruppi di predoni armati.

Arrivati a pochi chilometri da Aleppo, all’altezza del villaggio di Khanasser, l’atmosfera è sempre più pesante. Gli elicotteri sorvolano l’area. Nelle postazioni militari non si monitora più la strada ma ci si prepara alla guerra. Ci sono combattenti siriani e con Ioro pasdaran iraniani, ghazara afgani e soldati russi. Li riconosci dalle uniformi e dalle caratteristiche del viso, alcuni hanno gli occhi a mandorla altri la pelle chiare. I civili nelle automobili vengono fatti passare di fretta, non c’è più tempo per i controlli. I cannoni dei carri armati ai lati della strada puntano già verso le colline. Dalla parte opposta camion carichi di combattenti in passamontagna si dirigono verso l’epicentro del caos. La preparazione della battaglia è minuziosa, c’è chi si allaccia le scarpe, chi ricarica il kalashnikov, chi invece beve il thé attendendo quel momento che può essere l’ultimo.

Ci sono combattenti siriani e con Ioro pasdaran iraniani, ghazara afgani e soldati russi. Li riconosci dalle uniformi e dalle caratteristiche del viso, alcuni hanno gli occhi a mandorla altri la pelle chiare.

Di recente il Ministero della Difesa russo avrebbe raccolto informazioni sulla preparazione di un’offensiva su larga scala da parte dei terroristi, che vorrebbero interrompere proprio i collegamenti tra Aleppo e Damasco, uno snodo vitale per l’approvvigionamento della città. L’esito dell’intero conflitto potrebbe definirsi in questa zona della Siria. A Khannasser, a Est, come a Sheikh Massoud, il quartiere situato a Nord e occupato dai curdi che, a seconda di quanto vengono pagati, lasciano passare i terroristi. Proprio ad Aleppo non si combatte una battaglia ma ci si gioca la guerra. Chi vince si prende Raqqa o Damasco.

Fonte: www.linkiesta.it

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