Fonte: Psicologia Marcia

Introduzione

Questo post si concentrerà sull’indifferenza alla violenza ed alle richieste d’aiuto. In numerosi fatti di cronaca la vittima viene aggredita in mezzo alla folla o comunque sotto gli occhi di altre persone, le quali non agiscono per prevenire la violenza né per limitarla né per chiamare dei soccorsi. Tali comportamenti d’altronde non sono riscontrabili unicamente nei casi di violenza: l’indifferenza verso un’altra persona è riscontrabile anche in caso d’incidenti, malesseri, o semplici casi di richieste d’aiuto. Tale specifico comportamento viene generalmente catalogato come “indifferenza” ma in letteratura tale fenomeno viene definito come effetto bystander (letteralmente astante, spettatore) e diverse sono le cause all’origine del fenomeno.
Quest’articolo non ha lo scopo di soffermarsi sugli aspetti etici o teologici riguardanti l’agire dell’individuo nella situazione d’aiuto, nella solidarietà, nella giustizia e nella pietà tanto cari alla tradizione culturale dell’occidente e oggigiorno tanto in crisi – dall’invadente cultura materialistico-individualistica – da indurre lo stesso individuo ad un vero e proprio dis-orientamento verso quegli stessi valori della sua tradizione.
Lo scopo di questo articolo è quello di aiutare il lettore a prendere coscienza dei meccanismi automatici che entrano in gioco nelle situazioni sopra descritte. Il lettore imparerà ad identificare i pensieri automatici legati a tali eventi e, mentre assiste agli eventi, prendendo coscienza a livello personale del meccanismo automatico, sarà in grado d’analizzare l’ambiente circostante e smuovere dall’apatia sociale le altre persone “spettatrici”.

 

Effetto Bystander

Lo stupro e l’assassinio di Kitty Genovese avvenuto nel 1964 ha dato il via al filone di ricerca sull’Effetto Bystander. Il fatto di cronaca avvenne in presenza di un gran numero di spettatori che non intervennero per aiutare la vittima. Tale condotta, da parte degl’astanti, fu considerata scandalosa e gli psicologi sociali si chiesero il motivo per cui Kitty non venne aiutata; le persone che assistevano al crimine avrebbero potuto sopraffare il criminale facilmente. Sebbene la notizia all’epoca riportasse che furono testimoni del fatto ben 38 persone l’analisi successiva delle trascrizioni del tribunale, assieme ad altro materiale, dimostrò che i presenti furono al massimo 3 e che ci furono diversi tentativi per aiutare la vittima [1].
Secondo Darley e Latané [2] nell’omicidio di Kitty si manifestò quello che venne poi denominato Bystander Effect. Gli Autori affermano che più persone assistono al fatto meno probabilità ci sono che si presenti un’assistenza di gruppo.

I processi coinvolti nell’Effetto Bystander sono [3]:

1) Diffusione di responsabilità

2) Influenza sociale

3) Inibizione sociale (Audience Inhibition)

I tre processi interagiscono tra loro.

Diffusione di Responsabilità

Tale fenomeno si riferisce alla tendenza delle persone a lasciare che determinati eventi accadano quando si trovano in gruppo piuttosto che quando si trovano da soli. La presenza del gruppo”diluisce” e “diffonde” la responsabilità e nessuno si sente responsabile. Questo senso di mancanza di responsabilità, oltre ad essere dovuto alla presenza del gruppo [2], è dovuto anche all’appartenenza ad una gerarchia o ad un sistema burocratico [4][5], all’effetto del “pensiero di gruppo” e dalle pressioni del gruppo stesso [6][7][8] oppure come risultato dell’incolpare la vittima per la sua situazione [9].

L’esempio storicamente più lampante, riguardo la diffusione delle responsabilità dovuto all’appartenenza ad una gerarchia, è l’esperimento di Milgram (nel video un replica dell’esperimento).

Milgram dimostra come persone assolutamente ordinarie riescano a compiere azioni che vanno contro la loro morale sotto l’influenza dell’autorità. E’ possibile agire contro la propria morale nel momento in cui non ci si sente responsabili delle proprie azioni: la figura dell’autorità superiore che impartisce dei comandi assorbe tutta la responsabilità dell’agente [4]. Il fatto che la figura autoritaria sia pertinente con il contesto (un uomo con il camice bianco che afferma di essere il responsabile dell’esperimento) attiva il bias dell’esperto, quindi il soggetto penserà che il dottore abbia maggiori competenze nel valutare la situazione.
Zimbardo riassume in dieci punti il processo che porta le “brave persone” a commettere “malvagità” [10]:

“1. Predisporre una forma d’obbligo contrattuale, verbale o scritto, per controllare il comportamento. […]
2. Assegnare ai partecipanti dei ruoli sensati da impersonare (“insegnante”, “allievo”), che comportino valori positivi appresi precedentemente e scripts di risposta attivati automaticamente.
3. Presentare regole fondamentali da seguire che sembra abbiano un senso prima della loro effettiva applicazione, ma che poi possono essere usate in modo arbitrario ed impersonale per giustificare un’acquiescenza cieca. […]
4. Alterare la semantica dell’atto, dell’agente e dell’azione (da “fare del male alle vittime” ad “aiutare lo sperimentatore” […])
5. Creare opportunità per la dispersione di responsabilità […]: altri saranno responsabili oppure l’agente non sarà ritenuto responsabile[…]
6. Inaugurare il percorso verso l’atto malvagio estremo con un primo passo apparentemente insignificante […]
7. Predisporre passi graduali, in modo che differiscano di poco dalla più recente azione precedente: “solo un pochino di più”. […]
8. Cambiare gradualmente la natura della figura d’autorità[…]. Questa tattica provoca l’acquiescenza iniziale ed in seguito la confusione, poiché dalle autorità e dagli amici ci aspettiamo coerenza. Non riconoscere che è avvenuta questa trasformazione porta all’obbedienza cieca […]
9. Far sì che i “costi di disimpegno” siano elevati […] permettendo il dissenso verbale mentre però s’insiste sull’acquiescenza comportamentale.
10. Offrire un’ideologia, o una grossa bugia, che giustifichi l’uso di qualunque mezzo per raggiungere lo scopo […]”
( L’Effetto Lucifero, Zimbardo P. 2008, Raffaello Cortina Ed.; Pg. 400-402 )

Bauman [5] fornisce ulteriori dettagli su come sia possibile ottenere un effetto di diffusione di responsabilità per quanto riguarda l’appartenenza ad un sistema burocratico.

Bauman, infatti, notò che si ottenevano gli risultati di Milgram, cioè far compiere a persone ordinarie delle azioni che vanno contro la loro morale, spezzettando in piccoli stadi i compiti. Egli spiegò che dividendo i compiti in dei sotto-compiti sempre più piccoli il soggetto perdeva la consapevolezza delle conseguenze delle sue azioni.
L’eperimento di Ash [8] ci fornisce il miglior esempio sul “pensiero di gruppo”. Ash cercò di dimostrare che gli Americani avrebbero agito in modo autonomo anche nel caso in cui popoli di altre nazioni avessero avuto opinioni diverse. Il suo esperimento lo contraddisse.

L’esperimento di Ash dimostra quanto sia forte il potere del conformismo anche quando le scelte fatte sono sbagliate o addirittura dannose. Morris poi notò che: l’effetto conformismo si palesava in presenza di almeno 3 persone; non si palesava quando il soggetto era affiancato da una sola persona; era notevolmente ridotto quando all’interno del gruppo almeno un partecipante dava ragione al soggetto sperimentale – questo effetto perdurava anche quando il membro del gruppo lasciava l’esperimento [11]
La diffusione di responsabilità avviene anche proiettando tutta la responsabilità sulla vittima. Quando un astante assiste ad un’ingiustizia inspiegabile tenderà a razionalizzarla: facendo delle ipotesi o cercando delle azioni compiute dalla vittima. La vittima è, quindi, responsabile dell’ingiustizia alla quale è sottoposta [9].

“La Teoria della Dissonanza Cognitiva” spiega questo cambiamento nella scala dei valori. [12].

Influenza Sociale

Il già citato esperimento di Ash dimostra come l’effetto del gruppo possa essere determinante nel prendere decisioni. L’esperimento dimostra l’effetto della conformità e la tendenza a seguire le scelte del gruppo anche quando tali scelte vanno contro la propria morale. Sebbene prima ci fossimo concentrati sull’esperimento di Ash, per quanto riguarda la diffusione di responsabilità, adesso ci soffermeremo sull’effetto del gruppo in quanto fonte d’informazioni riguardo il comportamento da tenere.
Quando si assiste ad una scena di violenza si andranno a cercare degl’indizi sociali osservando il comportamento degli astanti per decidere se il proprio intervento sarà utile – portando quindi effetti positivi – od inutile – portando quindi effetti negativi. Se gli astanti saranno passivi l’effetto della conformità ci porterà ad assumere lo stesso comportamento passivo. Gli astanti utilizzeranno, a loro volta, la stessa “tecnica” per capire se intervenire o meno, la nostra passività sarà, quindi, un indizio sociale per tutti quegli astanti che sono la nostra fonte d’informazione sociale. La risultante di tutto ciò sarà la passività di tutto il gruppo di spettatori. In un esperimento Latané e Rodin dimostrano che le persone sono meno propense ad aiutare una donna sofferente se vicino a tale donna è già presente uno sconosciuto che non presta soccorso [13]. Sembra quindi che le persone prima d’intervenire cerchino degli indizi sociali. Nel caso della donna sofferente, l’assenza di preoccupazione da parte dello sconosciuto fornisce gli elementi per determinare che la situazione non necessita un intervento.

L’effetto conformità aumenta quando le persone acquisiscono l’anonimato. L’effetto dell’anonimato è stato dimostrato nel famoso esperimento del carcere di Stanford [14][10]. Haney, Banks e Zimbardo nel loro esperimento fornirono alle guardie del finto carcere degli occhiali da sole a specchio il cui scopo era quello di nascondere gli occhi. Questo semplice accessorio aumentò il senso di anonimato nelle guardie assieme all’identificazione nel ruolo di guardia.

Altri Autori [15] hanno dimostrato che il senso di anonimato causa, in coloro che assistono ad una situazione d’emergenza ambigua, un senso d’immobilità. Tale senso d’immobilità ritarda la messa in atto del comportamento d’aiuto, inoltre, sembra che il senso d’anonimato sia tanto più forte quanto più omogeneo è il gruppo [16].

Inibizione Sociale

Dan Bar-On [17] introduce il costrutto “fatti gli affari tuoi” (Mind Your Own business) come uno degli elementi chiave della ritrosia ad intervenire in situazioni di dubbia emergenza. Lo sforzo psicologico per riuscire a superare questo costrutto è legato alla possibilità che il nostro intervento potrebbe risultare fuori luogo ed imbarazzante e quindi andrebbe evitato. In questo modo diminuiscono le possibilità per la vittima d’essere aiutata, inoltre più incerto sarà lo scenario che ci si prospetta davanti più elevato sarà il rischio di sentirsi in imbarazzo. Tutto ciò rallenta l’intervento e, l’immobilità che ne deriva, diventa un indizio sociale nel caso ci fossero altri spettatori.
Siamo così impegnati a valutare che impressione daremo al prossimo che l’evitamento del senso di vergogna diventa una priorità!
Secondo il modello costi-benefici, utilizzato per spiegare il comportamento d’aiuto [18][19], la scelta dipenderà dal grado d’attivazione emotiva e dalla sua qualità. L’astante valuterà il peso dei costi, o dei benefici, nel caso scegliesse d’intervenire come nel caso scegliesse di non intervenire. Entrambe le scelte coinvolgono elementi di carattere interno (vergogna, imbarazzo, senso di autostima, valutazione dei pericoli) e di carattere esterno (gratitudine della vittima, riconoscenza, possibilità di continuare con la propria attività – nel caso di non-intervento – ).
Il modello basato sull’empatia [20] afferma che nel momento in cui lo spettatore prova empatia per la vittima, le probabilità d’intervento aumenteranno. I tentativi di ridurre la sofferenza nella vittima hanno lo scopo d’abbassare il senso di disagio – provocato dallo stato empatico – dello spettatore. Nel caso lo spettatore non fosse coinvolto a livello empatico, entrerebbe in azione il costrutto costi-benefici.
Un esperimento chiave ha dimostrato quest’ultima possibilità [21]. L’esperimento consisteva nel porre una persona in difficoltà in un vicolo vicino ad una scuola per seminaristi e vedere quante persone si fermavano per dare aiuto. La variabile che venne manipolata fu il grado di premura che gli studenti dovevano avere nel recarsi agli esami (esami riguardanti i contenuti del vangelo). I risultati furono che maggiore era la fretta degli studenti nel recarsi agli esami minori erano gli aiuti che la persona bisognosa riceveva. L’importanza del dare gli esami era maggiore rispetto l’importanza nel dare aiuto ad una persona bisognosa – indipendentemente dagl’insegnamenti etici o morali dei seminaristi -, i risultati indicarono che per la maggioranza dei seminaristi presi in esame il costo del rischiare di mancare ad un impegno era maggiore del beneficio nell’aiutare la vittima.
La mancata assistenza ad una persona in difficoltà aumenterà le probabilità di non aiutare altre persone in difficoltà. Tale effetto si chiama action inertia [22] ed stato dimostrato sperimentalmente.
La causa della tendenza all’inazione è dovuta all’effetto del ricordo del non intervento e dei possibili sensi di colpa legati ad esso: l’anticipazione del senso di vergogna, il rimpianto, la colpa, rendono la persona inattiva. Nel caso in cui ella decidesse d’intervenire per rompere la tendenza all’inazione la persona dovrà affrontare il costo psicologico del non essere intervenuto in passato. Si è stato visto che la maggior parte delle persone tende a non agire piuttosto che affrontare tale costo e ristrutturare il Sé.

Dissonanza Cognitiva

La dissonanza cognitiva si presenta ogni volta che ci troviamo in una situazione confusa, con pochi indizi che possano motivare le nostre azioni, le nostre opinioni, o per dare un senso al modo. Per risolvere la dissonanza possiamo: o 1) ammettere che il comportamento messo in atto va contro i nostri valori, oppure 2) trovare un modo per deresponsabilizzarci e cambiare le nostre attitudini.
La prima opzione è la più difficile perché coinvolge una ristrutturazione del nostro sistema di credenze sul quale abbiamo investito molto energie. Ammettere lo sbaglio significa anche ammettere lo sbaglio nella nostra costruzione del sistema di credenze; ne risulta una grossa ferita all’autostima [12][23][24][25]. La seconda opzione, la deresponsabilizzazione, si basa sulla convinzione che qualcuno ci ha costretto ad agire al di fuori del nostro sistema di valori, tramite un ordine, una minaccia, o anche un il dover assolvere ad un impegno.
Secondo il postulato Pro-Attitudinal Advocy della “Teoria della Percezione del Sé”[26][27], in determinate circostanze, a cui diamo un significato soggettivo, siamo in grado di compiere azioni contro la nostra morale senza effettivamente cambiare il nostro sistema di valori. In tutti quei casi in cui la pressione esterna diventa più sottile, l’agente percepirà sé stesso come la causa del proprio comportamento [23] questo è il caso di tutte le forme d’indottrinamento – religioso, militare, ecc -, ma anche all’interno di un gruppo che non vuole avere connotati né religiosi né militari. Questo è l’esempio del militare che in missione uccide intere famiglie e poi torna a casa a prendersi cura della propria famiglia.

Nello spiegare questo fenomeno Welzer [7] spiega che le persone che si trovano a dover compiere azioni immorali dovute alla pressione del gruppo ammetteranno che l’azione di per sé sarà immorale, ma allo stesso tempo reputeranno tale azione necessaria per raggiungere un obiettivo più alto. Così l’individuo non pensa d’aver infranto alcuna morale, anzi, penserà d’aver superato una propria debolezza per il raggiungimento d’un obiettivo nobile.
Le dinamiche coinvolte in questi casi riguardano l’appartenenza al gruppo e la differenziazione dei comportamenti tra l’in-group e l’out-group (Viene definito in-group un gruppo di persone che condividono gli stessi interessi e attitudini che producono un senso di solidarietà, comunanza e esclusività. Viene definito out-group un gruppo di persone escluse dal poter appartenere ad un certo gruppo, specialmente quando sono viste come subordinate o incompatibili dal punto di vista degli interessi e delle attitudini).

Esperimento sulla Dissonanza Cognitiva di Festinger

L’esperimento che ha dimostrato l’effetto della dissonanza cognitiva consiste nell’indurre un gruppo di partecipanti a cambiare idea su un compito. Il compito inizialmente reputato noioso doveva, alla fine dell’esperimento, essere considerato interessante. Il cambiamento dev’essere guidato dalla dissonanza cognitiva.

L’esperimento si divide in due fasi:

Nella prima fase si forma un gruppo di partecipanti. Si dice al gruppo di svolgere un compito reputato da tutti i noiso ed inutile. Questo primo gruppo viene poi diviso in due sotto gruppi sottoposti a due diverse condizioni. Al primo gli viene fornito un alto compenso in denaro per svolgere il compito (prima condizione), all’altro gli viene, invece, fornita una piccola somma di denaro (seconda condizione).

Nella seconda fase dell’esperimento tutti i partecipanti alla prima fase devono convincere un nuovo gruppo di soggetti a svolgere lo stesso compito sapendo che per questo gruppo di soggetti non è previsto alcun compenso.

I risultati dimostrano che il gruppo di partecipanti che ha ricevuto un alto compenso si giustifica dicendo che sebbene il compito sia una perdita di tempo hanno dovuto convincere i nuovi soggetti dal momento che hanno ricevuto un buon compenso. Non avviene alcun cambiamento attitudinale.
Il gruppo di partecipanti, che ha ricevuto un basso compenso, dopo aver convinto, nella seconda fase, i nuovi soggetti a svolgere il compito, si giustificano dicendo che in realtà il compito non è poi così noioso come reputavano all’inizio. [28]. In questo caso è entrata in gioco la dissonanza cognitiva che ha causato loro un cambiamento attitudinale in accordo con le “Teoria della Percezione del Sé” (lo stesso risultato fu replicato anche da Bem).

L’effetto della dissonanza cognitiva non agisce esclusivamente sul singolo, può, infatti, capitare che l’intero gruppo, al quale un individuo appartiene, provi l’effetto della dissonanza cognitiva: in tal caso si parlerà di “Dissonanza Vicaria”[29][30].
Entrando a far parte di un gruppo l’individuo caratterizza il proprio Sé e da importanza alle azioni del gruppo proprio per l’effetto caratterizzante di quest’ultimo [31]. Se il gruppo assiste ad un comportamento di un membro dell’in-group che vìola le norme ed i valori del gruppo, esso proverà la dissonanza vicaria. Come per il singolo, così per il gruppo, la dissonanza è uno stato psicologico avversivo, il costo psicologico nello svalutare un membro del gruppo è alto dal momento che verrebbe intaccata l’identità di gruppo. La soluzione alla dissonanza vicaria, a cui si somma il costo psicologico della svalutazione dell’identità di gruppo, è un facile cambiamento attitudinale di tutto il gruppo [29][30].
Più avanti vedremo quali sono gli aspetti chiave che regolano il cambiamento attitudinale del singolo all’interno del gruppo.

Favorire l’aiuto

Allo stesso modo in cui un gruppo cambia le proprie attitudini quando un membro si comporta violando le norme ed i valori del gruppo, così l’appartenenza al gruppo può favorire il comportamento d’aiuto. La differenza tra le due condizioni si trova in tre punti chiave della “Teoria dell’Identità Sociale” [32][33]:

– L’importanza dell’identità sociale

– Il limite dell’identità sociale

– Il contenuto dell’identità sociale

Il gruppo tenderà sempre a prendere decisioni a favore dell’in-group, anche quando l’identità del gruppo si basa su valori inconsistenti [34].
L’importanza dell’identità sociale modula il grado in cui le persone fanno esperienza delle proprie emozioni, del proprio senso di responsabilità, o del sentirsi in obbligo verso il gruppo. Tutte queste cose facilitano il comportamento d’aiuto per i membri dell’in-group [35][36][37].
Studi hanno dimostrato che il comportamento d’aiuto per membri dell’out-group equivale ad una forma di evitamento del pregiudizio verso il Sé, dei sensi di colpa, di stati interni avversi o per evitare accuse pubbliche di discriminazione. In caso di situazioni d’emergenza, o in situazioni in cui l’elemento razziale non è predominante, è difficile assistere ad un comportamento d’aiuto per un membro dell’out-group [38].
Il comportamento d’aiuto all’interno del gruppo dipende dal grado di salienza dell’identità con il gruppo, quindi non è detto che un membro d’un gruppo aiuterà sempre un membro dello stesso gruppo. Come non è detto che un membro del gruppo cambierà le proprie attitudini se un membro dell’in-group agirà immoralmente.

Nel caso in cui fossimo noi la vittima ecco che Cialdini fornisce un consiglio per stimolare il comportamento d’aiuto nelle persone accanto a noi [39]:

“In base ai risultati degli esperimenti che conosciamo, il mio consiglio è quello d’isolare un singolo individuo dalla folla: “Lei, signore con la giacca blu, chiami un’ambulanza”. Con quest’unica frase si mette quella persona nel ruolo di “soccorritore”; sa che c’è un’emergenza, sa che tocca a lui fare qualcosa e non ad altri e sa esattamente cosa fare. Tutti i dati sperimentali disponibili indicano che il risultato d’un richiesta così formulata sarà un’assistenza pronta ed efficace.
In generale, quindi, la strategia migliore è ridurre le incertezze negli astanti con la richiesta, più precisa possibile, rivolta ad un singolo e non genericamente al gruppo: il compito deve essere assegnato a qualcuno, altrimenti è troppo facile per ciascuno pensare che debba farlo, stia per farlo, o l’abbia già fatto”
(Le Armi della Persuasione, Cialdini R.B. 1989, Giunti Ed.; Pg. 139)

In questo modo eliminiamo:

– La diffusione di responsabilità: poniamo la responsabilità in una persona, identificandola nel modo più chiaro possibile. In questo modo la persona si attiverà per evitare la condanna sociale e, come feedback positivo, otterrà il consenso sociale dagli astanti (non possiamo essere sicuri di quali siano i valori della persona che scegliamo, potrebbe essere che non sia soggetta a stati interni avversi nel caso rifiutasse la nostra richiesta, per tale motivo è opportuno basarsi sul costrutto costi-benefici).

– L’influenza sociale: diamo una chiara informazione sociale: c’è bisogno di assistenza. Individuando la persona che deve aiutarci sblocchiamo il circolo vizioso dell’apatia sociale. E’ probabile che altre persone s’attiveranno cogliendo l’indizio sociale del nostro “soccorritore”.

– L’inibizione sociale: attribuendo tutta la responsabilità ad una persona, i costi del non agire saranno sicuramente maggiori dei benefici dell’agire. Così facendo, eliminiamo, nel soccorritore, la valutazione delle conseguenze dell’agire o del non agire. Il soccorritore sa immediatamente, e con certezza, quali saranno le conseguenze della sua scelta.

Se il consiglio di Cialdini è utile nel caso fossimo noi la vittima, risulta utile anche nel caso stessimo assistendo ad una situazione d’emergenza. Con la stessa tecnica possiamo smuovere dall’apatia sociale le persone che ci stanno attorno. In questo caso dobbiamo individuare una persona che ci aiuti a soccorrere la vittima e si ripresenteranno le stesse conseguenze descritte sopra.
Nel momento in cui sappiamo quali sono le dinamiche che rendono le persone immobili davanti ad un’emergenza, e nel momento in cui sappiamo che anche noi siamo “vittime” di queste dinamiche, dovrebbe essere automatico attivarsi per sbloccare la situazione. Nel caso questo non bastasse, gli studi sperimentali hanno dimostrato come un membro dell’in-group ottenga più assistenza rispetto ad un membro dell’out-group.
Questi risultati ci suggeriscono che considerando la vittima un membro dell’in-group le probabilità d’assistenza saranno maggiori. Consideriamo quindi la vittima come se fosse un membro della nostra famiglia, nostro fratello, nostra nonna, nostro padre, e suscitiamo tale somiglianza anche nelle persone vicino a noi. L’associazione con una persona con un forte legame affettivo dovrebbe aumentare l’effetto negativo degli stati interni avversi nel caso dell’inazione.

Conclusioni

Le cause che originano l’apatia sociale e l’indifferenza sono: la diffusione di responsabilità, l’influenza sociale e l’inibizione sociale. Fattori situazionali come disposizionali sono il nucleo dei comportamenti d’assistenza della vittima. Per eliminare l’apatia sociale bisogna intervenire su questi aspetti essendo consapevoli della loro esistenza e della loro ragione d’essere. Per favorire l’assistenza sono state descritte delle tecniche tanto basilari quanto efficaci, sia nel caso la vittima fossimo noi sia nel caso volessimo smuovere le persone a noi vicine nel caso la vittima fosse un’altra persona.

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link: http://psicologiamarcia.blogspot.it/2012/03/indifferenza-apatia-sociale-effetto.html

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