Di Leonardo Becchetti

Come economista sono cresciuto a pane e homo economicus (e a pane e massimizzazione dell’utilità del consumatore). Una forma mentis, un modello antropologico che ti spinge a credere che la mappa cognitiva migliore per catturare la realtà sia quella dell’utilità/felicità che aumenta all’aumentare della disponibilità di beni (e indirettamente del denaro che serve ad acquistarli). Nel modello base dell’homo economicus gli altri sono fuori dal radar (salvo rari casi di lavori che cercano di spiegare i lasciti intergenerazionali). Le relazioni non ne parliamo, sono una cosa incomprensibile in un mondo popolato solo di beni privati e al massimo, come eccezione, di beni pubblici e di beni comuni. L’idea che esista un bene “relazionale” che cresce all’investimento delle controparti che lo “producono” ed è soggetto al fallimento del coordinamento è troppo complicata per entrare in questi modelli. Un po’ di aria nella stanza chiusa del riduzionismo antropologico è entrata grazie alla behavioural economics e alla scuola tedesca che con i risultati di esperimenti ha dimostrato che l’uomo è fatto anche di reciprocità, avversione alla diseguaglianza, altruismo strategico e puro cominciando a sfidare il mainstream tradizionale ma il modello base che si insegna nelle università è ancora quello dell’homo economicus.
Basta uscire un po’ dall’accademia per osservare la vita reale per accorgersi che il modello dell’homo economicus si perde veramente troppo della realtà.
Ad esempio perde tutta la dimensione della gratuità e del volontariato che gli ortodossi homoeconomicisti si sforzano di infilare nella camicia di forza dell’opportunismo senza il quale non riescono proprio a “teorizzare”. Il volontario fa volontariato per fare curriculum e sperare di ottenere benefici futuri in termini di buoni posti di lavoro. Ma allora i volontari pensionati ? Ma ciò che mette in crisi ancora più fortemente il modello sono i comportamenti “identitari”, ovvero le scelte di tutte quelle persone che per conformarsi ad un gruppo o ad un’identità collettiva scelgono comportamenti “irrazionali” secondo il paradigma dell’homo economicus, ovvero comportamenti che non aumentano ma addirittura diminuiscono e mettono a rischio le loro capacità di consumo, risparmio e accumulazione di denaro. Se eccettuiamo un elite di furbi che sfrutta violenza, guerre, conflitti per tornaconti economici come spieghiamo il fatto che adesioni a movimenti fanatici diventano scelte di popolo ? Come si fa a spiegare con l’homo economicus Boko Haram, l’Is, vari integralismi e molti altri fenomeni dei nostri tempi ‘? Perché tanti ragazzi (anche educati ragazzi occidentali) invece di comportarsi da bravi consumatori, impegnarsi per sfondare secondo i canoni del sogno americano e poter mettere da parte dei soldi e farsi una bella vacanza, finiscono in scelte così controverse ?
Quando le eccezioni sono troppe l’errore non è nelle persone che non si conformano al tuo modello ma nel tuo modello che non riesce a catturare adeguatamente la realtà.
E allora bisognerebbe capire che è necessario un salto di paradigma che si fonda su un preciso assunto:
l’essere umano è molto più cercatore di senso che homo economicus.
Ovvero ogni uomo ha bisogno di un livello minimo di senso della vita senza il quale muore di asfissia.
Un tempo il soffocamento da mancanza di senso era praticamente impossibile. Elemento distintivo di vita era l’appartenenza ad una chiesa o ad un’ideologia. Nell’epoca di don Peppone e don Camillo la trama della vita si snodava secondo un copione ben preciso dove tutti appartenevano all’una o all’altra squadra che era in grado di assicurare senso e significato. Sappiamo anche che il ‘900 è stato l’epoca dei totalitarismi, l’epoca in cui la domanda di senso è stata strumentalizzata per fini talvolta aberranti.
Ma per opposto il difetto del sistema economico attuale è che produce nella sua versione ortodossa troppo poco senso creando infelicità, devianze e reazioni di vario tipo. Non che l’uomo disprezzi denaro e beni ovviamente ma, in parallelo a questo e con radici più forti e profonde, cerca un senso nelle cose che fa. E pertanto è credente, diventa filantropo, si dedica al volontariato o alla politica, è disposto a pagare di più per i contenuti simbolici di un prodotto, diventa tifoso di una squadra di calcio. Un modello dove molti non hanno più grandi sistemi valoriali di riferimento e che mette l’efficienza in cima alla classifica entra già di per sé in conflitto con la ricerca di senso. L’efficienza infatti richiede una spiccata divisione del lavoro e nella divisione del lavoro ci sono moltissimi addetti che si specializzano su parti così piccole dell’ingranaggio produttivo da perdere la visione d’insieme e dunque il senso di quello che fanno. Non è un caso che le aziende saccheggino filosofia ed etica per cercare di puntellare la carenza di senso che si respira al loro interno creando delle vere e proprie curiosissime “teologie aziendali”. In mancanza di un livello minimo di produzione di senso diventa infatti difficile motivare e rendere produttivi i lavoratori. Accade così persino nelle organizzazioni criminali che utilizzano nei loro giuramenti formule mutuate dall’iconografia religiosa per offrire ai loro adepti un orizzonte trascendente che giustifichi il loro impegno e dedizione assoluta.
Se l’uomo è essenzialmente cercatore di senso la questione fondamentale che ne scaturisce è che esistono molte attività che oggi vanno per la maggiore che di senso ne contengono poco. Vendere un’unità in più di prodotto della tua azienda non è di per sé qualcosa che può esaurire la ricerca di senso della tua vita. Farlo per una società che lavora per la sostenibilità sociale ed ambientale del pianeta lo è di più. In questo senso la responsabilità sociale d’impresa diventa strumento fondamentale per colmare la carenza di senso di un’attività che spesso diventa totalizzante e richiede adesione assoluta da parte dei propri membri. Per il nostro paradigma dell’economia civile una fortissima spinta di senso è proprio quella di “incarnare” i nostri ideali nella costruzione di un’economia al servizio della persona (a partire dal viceversa in cui ci troviamo oggi).
Se l’uomo è cercatore di senso prima che homo economicus in economia e politica cambia tutto. Perseguire efficienza, integrità di bilancio e crescita del PIL non basta. Quello di cui c’è più bisogno è una narrativa che soddisfi la ricerca di senso. Perché essere un ingranaggio anonimo di un’azienda che produce qualcosa di scarsamente utile per l’umanità di senso ne produce troppo poco.
Applicando il paradigma all’Europa è evidente che se l’Europa è solo quella dei ragionieri e dei banchieri il senso prodotto è scarso. E il vuoto di senso viene colmato dal suo opposto, ovvero dai movimenti anti euro che fanno trovare a molti la propria ragione di vita nella liberazione dai meccanismi oppressivi della moneta unica. Non a caso i movimenti euroscettici (almeno nelle loro forme più viscerali) alzano il tiro equiparando i burocrati europei ai gerarchi nazisti per aumentare il livello di senso della loro battaglia.
E’ evidente che la riposta dell’Europa a quanto sta accadendo è completamente diversa se il paradigma è quello dell’homo economicus o dell’uomo cercatore di senso. Nel primo caso non c’è bisogno di condire la pietanza della quadratura del bilancio. Nel secondo è necessaria una narrativa e un’Europa diversa, fatta di solidarietà, fraternità e condivisione (che poi peraltro producono anche benefici economici considerevoli). Per chi capisce il paradigma dell’uomo cercatore di senso non c’è nessun stupore per il fatto che la spinta europeista si sia persa (nonostante il nostro tenore di vita sia molto più alto di quello del dopoguerra). L’ovvia spiegazione è che la fortissima spinta di senso determinata dalla ricostruzione sulle ceneri della guerra e dello stimolo a costruire un’unità che evitasse per sempre quel tipo di conflitti si è via via affievolita lasciando il campo al pareggio di bilancio e al fiscal compact.
La questione europea è solo un esempio del vicolo ceco concettuale ed operativo in cui finiamo se utilizziamo paradigma dell’homo economicus invece di quello dell’uomo cercatore di senso. E’ arrivato il momento di cambiare paradigma. E questo è solo il calcio d’inizio.

Fonte: http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it/2015/07/17/in-economia-abbiamo-sbagliato-tutto-luomo-non-e-homo-economicus-ma-cercatore-di-senso/

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