Di Luca Manes

Quest’anno l’assemblea degli azionisti dell’Enel ha senza dubbio un profilo differente rispetto al recente passato. Non solo perché è previsto il rinnovo del consiglio d’amministrazione – peraltro già concordato in ambito governativo da qualche settimana – ma anche perché i vertici dell’azienda temono gli effetti della protesta contro il nucleare.

Si spiega così la nutrita presenza di forze dell’ordine e di security privata presso la sede romana della compagnia. Prima dell’inizio dei lavori si respira una certa tensione. Davanti al palazzone dell’Enel varie realtà della società civile, fra i quali Greenpeace, Coordinamento anti-nucleare, Verdi e Cobas, hanno organizzato un presidio al quale partecipano un centinaio di persone. L’iniziativa fila via liscia, disturbata sola da un pesante scroscio di pioggia.

Ma forse la multi-utility energetica italiana è più timorosa per possibili interventi “fuori dal coro” in assemblea. Era annunciato Beppe Grillo, che però non si fa vedere. Sembra sia in tour elettorale in Piemonte. Ci sono invece i quattro attivisti internazionali che hanno fatto migliaia di chilometri per chiedere conto di progetti idroelettrici in Cile e centrali atomiche in Russia, che la security dell’azienda “individua subito”.

Per carità, nessuno impedisce loro di intervenire in assemblea, però “causa l’ingente presenza di azionisti intenzionati a prendere la parola” viene tagliato loro il tempo a disposizione. Se gli anni scorsi i minuti per parlare erano 10, quest’anno sono 5, comprensivi di traduzione consecutiva. Ovvero gli ospiti stranieri possono esporre le loro ragioni in soli 2 minuti e mezzo.

Troppo pochi, per mettere a nudo tutte le problematiche legate all’eventuale partecipazione al progetto della centrale nucleare di Kalinigrad, exclave russa sul Mar Baltico, a pochi chilometri dal confine con la Lituania, dove i rischi sulla sicurezza non vengono quasi presi in considerazione. O ancora per denunciare le devastazioni che cinque dighe recherebbero al meraviglioso territorio della Patagonia cilena. Sempre per rimanere in ambito cileno e di progetti idroelettrici, il rappresentante Mapuche Jorge Hueque conclude la tornata di interventi degli ospiti internazionali rammentando all’azienda che costruire sbarramenti in una zona come quella dove vive lui, altamente sismica e ritenuta patrimonio mondiale dall’Unesco, è una cosa sbagliata e ad alto rischio reputazionale.

I discorsi degli attivisti, arrivati in Italia nell’ambito dell’iniziativa di azionariato critico promossa dalla Fondazione Responsabilità Etica e della CRBM, suscitano un po’ di interesse anche in sala stampa, sebbene altri azionisti li critichino aspramente per essere “fuori tema”. “Qui si parla di approvazione di bilancio, non di altre cose”, ammonisce qualcuno in sala. Almeno l’amministratore delegato Fulvio Conti, nella controreplica, dà il giusto credito alla presenza degli ospiti cileni, rimandando però la “responsabilità” dei progetti idroelettrici in Cile alla volontà e alle esigenze energetiche del Paese e giudicando “molto modesti” gli impatti.

Nella realtà dei fatti, poi, tutte le decisioni “pesanti” non si prendono qui. Ci ha già pensato il ministero dell’Economia, che infatti all’assemblea manda una “delegata” che parla letteralmente 30 secondi per dire “a noi va tutto bene, grazie del lavoro fatto (e del dividendo che ci date, aggiungiamo noi) e tanti saluti”. D’altronde se Via XX Settembre ha quasi il 31 per cento delle azioni della compagnia e conta per più della metà del 49 per cento delle quote rappresentate all’AGM, si fa presto a comprendere che di margini d’azione in assemblea ce ne siano ben pochi.

Ultima nota a margine, il presidente uscente Pietro Gnudi ha lodata l’Enel perché “ha fatto scuola sulla corporate governance”. Peccato che, tanto per fare un esempio, per il nuovo consiglio d’amministrazione non ci fosse nemmeno una donna candidata…

:……:::::……::::…..:::::…:

L’Enel si è occupata della gestione delle quattro centrali nucleari attive sul nostro territorio fino al referendum del 1987, che ha sancito la volontà popolare di fare a meno dell’atomo. Al di là di performance non certo lusinghiere – gli impianti di Trino Vercellese, Caorso e Garigliano si assestavano su un fattore di carico in generale fortemente variabile ma mediamente basso, tra il 52% ed il 64%, con la sola centrale di Latina che raggiungeva il 70% – la compagnia italiana ha continuato a manifestare il suo interesse per l’energia atomica. Non a caso l’Enel continua ad investire, da sola, in progetti nucleari controversi in Est Europa:

Centrale nucleare di Kaliningrad – Russia

Vladimir Slivyak è da anni una delle colonne portanti dell’organizzazione ambientalista russa Ecodefense. Oggi (29 aprile, ndr) è a Roma per parlare all’assemblea degli azionisti dell’Enel, per dire che: “L’Enel è l’unica compagnia straniera che ha manifestato il suo interesse per il progetto di Kalinigrad. Il governo ha intenzione di coprire solo la metà dei costi previsti, tanto che ha già affermato che gli investimenti esteri sono essenziali per la realizzazione della centrale e senza si fermerebbe tutto. Sui giornali russi per più di un anno si è parlato di un interessamento di imprese francesi, ceche e tedesche, le quali poi hanno dichiarato ufficialmente che non hanno nessuna intenzione di investire i loro soldi in un’opera così controversa. I reattori che si vogliono costruire a Kalinigrad, sulla costa del Mar Baltico, sono ad alto rischio. La tecnologia che verrebbe adottata, la VVER1200 che prevede la pressurizzazione ad acqua dei reattori, non è stata mai testata in Russia, per la scelta della località non è stata condotta la necessaria indagine geologica e non ci sono piani appropriati per la gestione delle scorie”

I tanti punti interrogativi dell’impianto sul Baltico
Il 26 aprile 2010, l’amministratore delegato e direttore generale dell’ENEL Fulvio Conti e il presidente di Inter Rao Ues Boris Y. Kovalchuk hanno firmato un accordo di cooperazione italo-russo, che prevede, tra le altre cose, lo sviluppo congiunto di un progetto per la realizzazione di una nuova centrale nucleare nell’exclave russo di Kaliningrad, sul Mar Baltico. Il memorandum d’intesa prefigura ampia cooperazione nella costruzione di impianti e nell’innovazione tecnica, nell’efficienza energetica e nella distribuzione di energia, sia in Russia che nei Paesi dell’Est Europa. La futura centrale di Kaliningrad (la prima partnership pubblico-privata nel settore nucleare in Russia) sarà composta da due reattori di 1.170 megawatt l’uno e utilizzerà la tecnologia di terza generazione VVER 1.200. L’entrata in produzione è prevista tra il 2016 e il 2018.

Ma anche questo progetto ha già ricevuto critiche pungenti a causa di una documentazione scarsa ed incompleta. Non sono state fornite informazioni chiare sulle modalità di gestione delle scorie derivanti dalla centrale, sullo smantellamento dei reattori, sugli eventuali rischi associati ad incidenti rilevanti, né su strategie di evacuazione della popolazione proprio in caso di incidenti.

Falda acquifera a rischio e il problema del traffico aereo
Anche la località scelta ha sollevato enormi dubbi, dal momento che le acque sotterranee presenti nella zona non sono abbastanza in profondità per garantire la sicurezza dell’impianto ed escludere il rischio di contaminazione delle falde. Ulteriore preoccupazione è suscitata dal fatto che il futuro impianto nucleare dovrebbe essere costruito in una zona di importante traffico aereo internazionale, ma i suoi reattori non sono progettati per resistere a un impatto di grandi dimensioni in caso di incidente aereo.

L’organizzazione ambientalista russa Ecodefense ha realizzato un sondaggio tra gli abitanti della zona. Il risultato è che il 67% della popolazione interpellata è contraria al progetto, giudicato inutile, dannoso e finanziariamente rischioso.

Ma nei primi mesi del 2010 le ruspe hanno cominciano a scavare. Questo sebbene Rosatom, il gigante statale russo per l’energia nucleare, con la sua sussidiaria Inter Rao Ues, responsabile delle politiche di esportazione dell’energia e delle relazioni con investitori stranieri, sia ancora alla ricerca di finanziamenti dall’estero per completare il piano finanziario dell’opera. Un passaggio fondamentale, visto che l’opera al momento è coperta dal budget nazionale solo per il 50%. Nonostante le dichiarazioni sbandierate alla stampa locale, nessun accordo è stato formalmente siglato né per investimenti esteri sull’impianto, né per la vendita dell’energia prodotta che, secondo i programmi di Inter Rao, dovrebbe andare a Germania, Svezia, Lituania e Polonia. A nessuna utility europea l’affare sembra vantaggioso. Nessuna eccetto ENEL, che ha confermato il suo interesse sottoscrivendo l’accordo proprio in occasione del ventiquattresimo anniversario della tragedia di Chernobyl.

L’ENEL potrebbe così diventare la prima compagnia straniera coinvolta nella costruzione di una centrale nucleare in Russia.

Centrale Nucleare di Mochovche – Slovacchia

Una valutazione d’impatto ambientale tardiva
La decisione di realizzare quattro reattori di tipo VVER 440/213 nell’allora Cecoslovacchia risale agli anni Ottanta. La costruzione dei primi due reattori, iniziata nel 1982, fu portata a termine verso la fine degli anni Novanta. La realizzazione dei reattori 3 e 4 venne approvata nel 1987, un anno dopo il disastro di Chernobyl, ma nel 1992 la costruzione dovette invece essere sospesa per mancanza di finanziamenti. A quasi venticinque anni dal rilascio dell’autorizzazione relativa ai reattori, l’ENEL, che nel 2006 aveva finalizzato l’acquisizione del 66% dell’operatore slovacco Slovenské Elektràrne (SE), si è impegnata a garantire il completamento dei due antiquati reattori nucleari sovietici.
 
Se inizialmente né il governo slovacco né l’ENEL erano intenzionati a portare avanti una valutazione di impatto ambientale (VIA), nel 2008 hanno dovuto cedere alle pressioni della società civile e dei vicini Ungheria ed Austria, nonché della Commissione Europea. Eppure, sebbene la funzione della VIA sia quella di costruire la base per una giustificazione ambientale del progetto valutando gli impatti che avrà per l’ambiente e esplorando possibili soluzioni alternative, l’ENEL iniziò la costruzione di Mochovce 3 e 4 nel novembre 2008. Ossia quando la procedura di VIA era appena iniziata, ponendosi in palese violazione della legislazione slovacca, delle direttive UE e della Convenzione di Aarhus. Secondo la convenzione i processi di partecipazione pubblica devono essere effettuati quando tutte le possibilità sono ancora aperte. Solo in questo modo le conclusioni che emergono dalla VIA possono seriamente influire sul disegno di un progetto e sull’individuazione di alternative, così che le informazioni e le opinioni possano essere valutate senza la pressione di una possibile perdita di investimenti.

Ma di fatto, il 4 maggio 2010, data dell’incredibile approvazione della VIA da parte del ministero dell’Ambiente slovacco, il progetto era già ampiamente avviato.

Dubbi sulla sicurezza
L’impianto, di progettazione russa, è concepito secondo standard di sicurezza obsoleti. Il reattore è totalmente privo di sistemi di contenimento in cemento armato, mentre nell’Europa occidentale è ormai regola prevedere un doppio contenimento per prevenire la fuoriuscita di radioattività in caso di incidente grave o per proteggere la struttura da eventi esterni (per esempio un aereo che precipita sulla centrale). Caratteristica, questa, che lo accomuna alla centrale di Chernobyl. Ma c’è di più.

Il 13 gennaio 2011 il Comitato di Conformità della Convenzione di Aarhus ha formalizzato le accuse per l’assenza di trasparenza e di adeguata consultazione delle comunità locali nel processo di costruzione dei due nuovi reattori della centrale di Mochovce. I lavori dovranno essere tassativamente sospesi, in attesa della realizzazione di una nuova valutazione d’impatto ambientale, e alla Commissione Europea spetta il compito di monitorare con molta attenzione la corretta applicazione del trattato.

In gioco resta un investimento molto ingente pari a 1,8 miliardi di euro, destinati ad aumentare ancora dopo questi recenti sviluppi e che servirà a completare un impianto con una tecnologia rischiosa e comunque superata, ben al di sotto degli standard di sicurezza occidentali.

Centrale Nucleare di Cernavoda – Romania

Un impianto con tecnologie vecchie e in una zona sismica
L’impianto nucleare di Cernavoda è una centrale nucleare rumena fortemente voluta dal dittatore Nicolae Ceausescu, composta da cinque reattori di tipo Candu. La loro potenza netta complessiva in funzione è di 1.300 megawatt. I reattori 1 e 2 sono gli unici ad essere stati completati, per gli altri tre si attende la ripresa dei lavori di costruzione.
 
Progettata nel 1980 dai canadesi, la centrale di Cernavoda, la cui produzione non è destinata al consumo in Romania ma all’esportazione verso l’estero, è realizzata in una zona altamente sismica, dove dal 1979 si sono verificati tre forti terremoti ed ha già sofferto alcuni grossi inconvenienti.

Qualche incidente di troppo
Durante il trasporto di carburante nucleare, a Cernavoda si è verificato un incidente che ha causato la contaminazione di una zona vicino alla centrale. Nei primi giorni del luglio 2000, in una settimana particolarmente calda, il primo reattore di Cernavoda, costruito anche dall’italiana Ansaldo, dovette essere spento perché la temperatura aveva raggiunto i 70 gradi. Il 30 maggio 2009, l’unità 1 è stata chiusa per una settimana a seguito della rottura di un tubo dell’acqua. L’unità 2 è stata fermata diverse volte per “manutenzione”. Nell’aprile 2009 il secondo reattore è stato bloccato a causa di un malfunzionamento che ha portato ad un esteso blackout di corrente. Il 16 gennaio 2010, l’unità 1 è stata arrestata a causa di perdite di vapore. L’ultimo incidente a Cernavoda è datato 8 gennaio 2011, quando il reattore 1 è stato fermato per 48 ore per “attività di manutenzione”.

L’ENEL partecipa per il 9% al consorzio per la costruzione del terzo e quarto reattore, da 750 megawatt ciascuno. Se fino a poco fa poteva difendere la scelta di essersi imbarcata in questa ennesima impresa dai contorni poco chiari con il fatto che altre omologhe europee partecipavano all’affare, dal 20 gennaio 2011 è rimasta da sola di guardia al “bidone atomico di Cernavoda” La francese Gdf Suez, la tedesca Rwe e la spagnola Iberdrola hanno infatti annunciato con un comunicato congiunto la decisione di “non proseguire la loro partecipazione allo sviluppo del progetto nucleare di Cernavoda in Romania. Le incertezze economiche e regolamentari che circondano questo progetto non sono ad oggi conciliabili con gli investimenti necessari allo sviluppo di un nuovo impianto nucleare”. La società ceca Cez aveva abbandonato la joint venture già nel settembre 2010.

Quest’anno l’assemblea degli azionisti dell’Enel ha senza dubbio un profilo differente rispetto al recente passato. Non solo perché è previsto il rinnovo del consiglio d’amministrazione – peraltro già concordato in ambito governativo da qualche settimana – ma anche perché i vertici dell’azienda temono gli effetti della protesta contro il nucleare.

Si spiega così la nutrita presenza di forze dell’ordine e di security privata presso la sede romana della compagnia. Prima dell’inizio dei lavori si respira una certa tensione. Davanti al palazzone dell’Enel varie realtà della società civile, fra i quali Greenpeace, Coordinamento anti-nucleare, Verdi e Cobas, hanno organizzato un presidio al quale partecipano un centinaio di persone. L’iniziativa fila via liscia, disturbata sola da un pesante scroscio di pioggia.

Ma forse la multi-utility energetica italiana è più timorosa per possibili interventi “fuori dal coro” in assemblea. Era annunciato Beppe Grillo, che però non si fa vedere. Sembra sia in tour elettorale in Piemonte. Ci sono invece i quattro attivisti internazionali che hanno fatto migliaia di chilometri per chiedere conto di progetti idroelettrici in Cile e centrali atomiche in Russia, che la security dell’azienda “individua subito”.

Per carità, nessuno impedisce loro di intervenire in assemblea, però “causa l’ingente presenza di azionisti intenzionati a prendere la parola” viene tagliato loro il tempo a disposizione. Se gli anni scorsi i minuti per parlare erano 10, quest’anno sono 5, comprensivi di traduzione consecutiva. Ovvero gli ospiti stranieri possono esporre le loro ragioni in soli 2 minuti e mezzo.

Troppo pochi, per mettere a nudo tutte le problematiche legate all’eventuale partecipazione al progetto della centrale nucleare di Kalinigrad, exclave russa sul Mar Baltico, a pochi chilometri dal confine con la Lituania, dove i rischi sulla sicurezza non vengono quasi presi in considerazione. O ancora per denunciare le devastazioni che cinque dighe recherebbero al meraviglioso territorio della Patagonia cilena. Sempre per rimanere in ambito cileno e di progetti idroelettrici, il rappresentante Mapuche Jorge Hueque conclude la tornata di interventi degli ospiti internazionali rammentando all’azienda che costruire sbarramenti in una zona come quella dove vive lui, altamente sismica e ritenuta patrimonio mondiale dall’Unesco, è una cosa sbagliata e ad alto rischio reputazionale.

I discorsi degli attivisti, arrivati in Italia nell’ambito dell’iniziativa di azionariato critico promossa dalla Fondazione Responsabilità Etica e della CRBM, suscitano un po’ di interesse anche in sala stampa, sebbene altri azionisti li critichino aspramente per essere “fuori tema”. “Qui si parla di approvazione di bilancio, non di altre cose”, ammonisce qualcuno in sala. Almeno l’amministratore delegato Fulvio Conti, nella controreplica, dà il giusto credito alla presenza degli ospiti cileni, rimandando però la “responsabilità” dei progetti idroelettrici in Cile alla volontà e alle esigenze energetiche del Paese e giudicando “molto modesti” gli impatti.

Nella realtà dei fatti, poi, tutte le decisioni “pesanti” non si prendono qui. Ci ha già pensato il ministero dell’Economia, che infatti all’assemblea manda una “delegata” che parla letteralmente 30 secondi per dire “a noi va tutto bene, grazie del lavoro fatto (e del dividendo che ci date, aggiungiamo noi) e tanti saluti”. D’altronde se Via XX Settembre ha quasi il 31 per cento delle azioni della compagnia e conta per più della metà del 49 per cento delle quote rappresentate all’AGM, si fa presto a comprendere che di margini d’azione in assemblea ce ne siano ben pochi.

Ultima nota a margine, il presidente uscente Pietro Gnudi ha lodata l’Enel perché “ha fatto scuola sulla corporate governance”. Peccato che, tanto per fare un esempio, per il nuovo consiglio d’amministrazione non ci fosse nemmeno una donna candidata…

 

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L’Enel si è occupata della gestione delle quattro centrali nucleari attive sul nostro territorio fino al referendum del 1987, che ha sancito la volontà popolare di fare a meno dell’atomo. Al di là di performance non certo lusinghiere – gli impianti di Trino Vercellese, Caorso e Garigliano si assestavano su un fattore di carico in generale fortemente variabile ma mediamente basso, tra il 52% ed il 64%, con la sola centrale di Latina che raggiungeva il 70% – la compagnia italiana ha continuato a manifestare il suo interesse per l’energia atomica. Non a caso l’Enel continua ad investire, da sola, in progetti nucleari controversi in Est Europa:

Centrale nucleare di Kaliningrad – Russia

Vladimir Slivyak è da anni una delle colonne portanti dell’organizzazione ambientalista russa Ecodefense. Oggi (29 aprile, ndr) è a Roma per parlare all’assemblea degli azionisti dell’Enel, per dire che: “L’Enel è l’unica compagnia straniera che ha manifestato il suo interesse per il progetto di Kalinigrad. Il governo ha intenzione di coprire solo la metà dei costi previsti, tanto che ha già affermato che gli investimenti esteri sono essenziali per la realizzazione della centrale e senza si fermerebbe tutto. Sui giornali russi per più di un anno si è parlato di un interessamento di imprese francesi, ceche e tedesche, le quali poi hanno dichiarato ufficialmente che non hanno nessuna intenzione di investire i loro soldi in un’opera così controversa. I reattori che si vogliono costruire a Kalinigrad, sulla costa del Mar Baltico, sono ad alto rischio. La tecnologia che verrebbe adottata, la VVER1200 che prevede la pressurizzazione ad acqua dei reattori, non è stata mai testata in Russia, per la scelta della località non è stata condotta la necessaria indagine geologica e non ci sono piani appropriati per la gestione delle scorie”

I tanti punti interrogativi dell’impianto sul Baltico
Il 26 aprile 2010, l’amministratore delegato e direttore generale dell’ENEL Fulvio Conti e il presidente di Inter Rao Ues Boris Y. Kovalchuk hanno firmato un accordo di cooperazione italo-russo, che prevede, tra le altre cose, lo sviluppo congiunto di un progetto per la realizzazione di una nuova centrale nucleare nell’exclave russo di Kaliningrad, sul Mar Baltico. Il memorandum d’intesa prefigura ampia cooperazione nella costruzione di impianti e nell’innovazione tecnica, nell’efficienza energetica e nella distribuzione di energia, sia in Russia che nei Paesi dell’Est Europa. La futura centrale di Kaliningrad (la prima partnership pubblico-privata nel settore nucleare in Russia) sarà composta da due reattori di 1.170 megawatt l’uno e utilizzerà la tecnologia di terza generazione VVER 1.200. L’entrata in produzione è prevista tra il 2016 e il 2018.

Ma anche questo progetto ha già ricevuto critiche pungenti a causa di una documentazione scarsa ed incompleta. Non sono state fornite informazioni chiare sulle modalità di gestione delle scorie derivanti dalla centrale, sullo smantellamento dei reattori, sugli eventuali rischi associati ad incidenti rilevanti, né su strategie di evacuazione della popolazione proprio in caso di incidenti.

Falda acquifera a rischio e il problema del traffico aereo
Anche la località scelta ha sollevato enormi dubbi, dal momento che le acque sotterranee presenti nella zona non sono abbastanza in profondità per garantire la sicurezza dell’impianto ed escludere il rischio di contaminazione delle falde. Ulteriore preoccupazione è suscitata dal fatto che il futuro impianto nucleare dovrebbe essere costruito in una zona di importante traffico aereo internazionale, ma i suoi reattori non sono progettati per resistere a un impatto di grandi dimensioni in caso di incidente aereo.

L’organizzazione ambientalista russa Ecodefense ha realizzato un sondaggio tra gli abitanti della zona. Il risultato è che il 67% della popolazione interpellata è contraria al progetto, giudicato inutile, dannoso e finanziariamente rischioso.

Ma nei primi mesi del 2010 le ruspe hanno cominciano a scavare. Questo sebbene Rosatom, il gigante statale russo per l’energia nucleare, con la sua sussidiaria Inter Rao Ues, responsabile delle politiche di esportazione dell’energia e delle relazioni con investitori stranieri, sia ancora alla ricerca di finanziamenti dall’estero per completare il piano finanziario dell’opera. Un passaggio fondamentale, visto che l’opera al momento è coperta dal budget nazionale solo per il 50%. Nonostante le dichiarazioni sbandierate alla stampa locale, nessun accordo è stato formalmente siglato né per investimenti esteri sull’impianto, né per la vendita dell’energia prodotta che, secondo i programmi di Inter Rao, dovrebbe andare a Germania, Svezia, Lituania e Polonia. A nessuna utility europea l’affare sembra vantaggioso. Nessuna eccetto ENEL, che ha confermato il suo interesse sottoscrivendo l’accordo proprio in occasione del ventiquattresimo anniversario della tragedia di Chernobyl.

L’ENEL potrebbe così diventare la prima compagnia straniera coinvolta nella costruzione di una centrale nucleare in Russia.

Centrale Nucleare di Mochovche – Slovacchia

Una valutazione d’impatto ambientale tardiva
La decisione di realizzare quattro reattori di tipo VVER 440/213 nell’allora Cecoslovacchia risale agli anni Ottanta. La costruzione dei primi due reattori, iniziata nel 1982, fu portata a termine verso la fine degli anni Novanta. La realizzazione dei reattori 3 e 4 venne approvata nel 1987, un anno dopo il disastro di Chernobyl, ma nel 1992 la costruzione dovette invece essere sospesa per mancanza di finanziamenti. A quasi venticinque anni dal rilascio dell’autorizzazione relativa ai reattori, l’ENEL, che nel 2006 aveva finalizzato l’acquisizione del 66% dell’operatore slovacco Slovenské Elektràrne (SE), si è impegnata a garantire il completamento dei due antiquati reattori nucleari sovietici.
 
Se inizialmente né il governo slovacco né l’ENEL erano intenzionati a portare avanti una valutazione di impatto ambientale (VIA), nel 2008 hanno dovuto cedere alle pressioni della società civile e dei vicini Ungheria ed Austria, nonché della Commissione Europea. Eppure, sebbene la funzione della VIA sia quella di costruire la base per una giustificazione ambientale del progetto valutando gli impatti che avrà per l’ambiente e esplorando possibili soluzioni alternative, l’ENEL iniziò la costruzione di Mochovce 3 e 4 nel novembre 2008. Ossia quando la procedura di VIA era appena iniziata, ponendosi in palese violazione della legislazione slovacca, delle direttive UE e della Convenzione di Aarhus. Secondo la convenzione i processi di partecipazione pubblica devono essere effettuati quando tutte le possibilità sono ancora aperte. Solo in questo modo le conclusioni che emergono dalla VIA possono seriamente influire sul disegno di un progetto e sull’individuazione di alternative, così che le informazioni e le opinioni possano essere valutate senza la pressione di una possibile perdita di investimenti.

Ma di fatto, il 4 maggio 2010, data dell’incredibile approvazione della VIA da parte del ministero dell’Ambiente slovacco, il progetto era già ampiamente avviato.

Dubbi sulla sicurezza
L’impianto, di progettazione russa, è concepito secondo standard di sicurezza obsoleti. Il reattore è totalmente privo di sistemi di contenimento in cemento armato, mentre nell’Europa occidentale è ormai regola prevedere un doppio contenimento per prevenire la fuoriuscita di radioattività in caso di incidente grave o per proteggere la struttura da eventi esterni (per esempio un aereo che precipita sulla centrale). Caratteristica, questa, che lo accomuna alla centrale di Chernobyl. Ma c’è di più.

Il 13 gennaio 2011 il Comitato di Conformità della Convenzione di Aarhus ha formalizzato le accuse per l’assenza di trasparenza e di adeguata consultazione delle comunità locali nel processo di costruzione dei due nuovi reattori della centrale di Mochovce. I lavori dovranno essere tassativamente sospesi, in attesa della realizzazione di una nuova valutazione d’impatto ambientale, e alla Commissione Europea spetta il compito di monitorare con molta attenzione la corretta applicazione del trattato.

In gioco resta un investimento molto ingente pari a 1,8 miliardi di euro, destinati ad aumentare ancora dopo questi recenti sviluppi e che servirà a completare un impianto con una tecnologia rischiosa e comunque superata, ben al di sotto degli standard di sicurezza occidentali.

Centrale Nucleare di Cernavoda – Romania

Un impianto con tecnologie vecchie e in una zona sismica
L’impianto nucleare di Cernavoda è una centrale nucleare rumena fortemente voluta dal dittatore Nicolae Ceausescu, composta da cinque reattori di tipo Candu. La loro potenza netta complessiva in funzione è di 1.300 megawatt. I reattori 1 e 2 sono gli unici ad essere stati completati, per gli altri tre si attende la ripresa dei lavori di costruzione.
 
Progettata nel 1980 dai canadesi, la centrale di Cernavoda, la cui produzione non è destinata al consumo in Romania ma all’esportazione verso l’estero, è realizzata in una zona altamente sismica, dove dal 1979 si sono verificati tre forti terremoti ed ha già sofferto alcuni grossi inconvenienti.

Qualche incidente di troppo
Durante il trasporto di carburante nucleare, a Cernavoda si è verificato un incidente che ha causato la contaminazione di una zona vicino alla centrale. Nei primi giorni del luglio 2000, in una settimana particolarmente calda, il primo reattore di Cernavoda, costruito anche dall’italiana Ansaldo, dovette essere spento perché la temperatura aveva raggiunto i 70 gradi. Il 30 maggio 2009, l’unità 1 è stata chiusa per una settimana a seguito della rottura di un tubo dell’acqua. L’unità 2 è stata fermata diverse volte per “manutenzione”. Nell’aprile 2009 il secondo reattore è stato bloccato a causa di un malfunzionamento che ha portato ad un esteso blackout di corrente. Il 16 gennaio 2010, l’unità 1 è stata arrestata a causa di perdite di vapore. L’ultimo incidente a Cernavoda è datato 8 gennaio 2011, quando il reattore 1 è stato fermato per 48 ore per “attività di manutenzione”.

L’ENEL partecipa per il 9% al consorzio per la costruzione del terzo e quarto reattore, da 750 megawatt ciascuno. Se fino a poco fa poteva difendere la scelta di essersi imbarcata in questa ennesima impresa dai contorni poco chiari con il fatto che altre omologhe europee partecipavano all’affare, dal 20 gennaio 2011 è rimasta da sola di guardia al “bidone atomico di Cernavoda” La francese Gdf Suez, la tedesca Rwe e la spagnola Iberdrola hanno infatti annunciato con un comunicato congiunto la decisione di “non proseguire la loro partecipazione allo sviluppo del progetto nucleare di Cernavoda in Romania. Le incertezze economiche e regolamentari che circondano questo progetto non sono ad oggi conciliabili con gli investimenti necessari allo sviluppo di un nuovo impianto nucleare”. La società ceca Cez aveva abbandonato la joint venture già nel settembre 2010.

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