A Brescia, in quasi 10 mesi, è fallita praticamente un’azienda al giorno.

Fonte: ilSole24Ore * Link

Poco meno della metà dei principali gruppi industriali bresciani presenta, a vario titolo, difficoltà nel rimborso dei mezzi finanziari di terzi attraverso il margine operativo lordo. In una parola: fatica a ripagare i debiti. Lo scrivono i ricercatori del centro studi dell’Associazione industriale bresciana, in un’analisi che lascia poco spazio alle illusioni.

Un’azienda su due, a Brescia, ha il fiato corto. Una china pericolosa, lungo la quale sono già scivolate realtà come Medeghini (agroalimentare), Metalgoi (siderurgia), Cacciamali (metalmeccanica), Wictor (gomma-plastica), Henriette (abbigliamento), solo per citare qualcuno. A scongiurare il rischio default di altre realtà, per il momento, è solo la capacità del manifatturiero di generare reddito, visto che il miglioramento della situazione, avvenuta nel periodo più recente (nel 2009 l’incidenza della difficoltà finanziarie superava il 60%) è da imputare solo alla crescita del mol, e non a una modifica della struttura finanziaria delle aziende. Il fabbisogno è poi amplificato dalla crescita del ciclo commerciale delle imprese, salito nel 2010 a 188 giorni (erano 166 due anni fa).

 Il campione

Il centro studi Aib ha passato in rassegna 80 bilanci consolidati di altrettanti gruppi bresciani a prevalente attività manifatturiera. L’ambito operativo del campione riflette le specificità settoriali del sistema produttivo bresciano. Il metalmeccanico è il più rappresentato, con l’80% dei gruppi (64, di cui 35 appartenenti alla meccanica, 18 ai metalli ferrosi e 11 ai non ferrosi). La rimanente quota è rappresentata da alimentare (5 gruppi), carta e stampa (3), chimico-gomma-plastica (6) e sistema moda (2).

Senza fiato
A Brescia, in quasi 10 mesi, è fallita praticamente un’azienda al giorno: 242 a metà ottobre, a cui si aggiungono 15 società ammesse al concordato preventivo. Preoccupa il fatto che a fallire non siano più (o non solo) i piccoli negozietti, ma interi gruppi, interi stabilimenti produttivi, aziende storiche di settori cardine del l’economia locale, come l’edile e l’agroalimentare.

Su questa stessa linea, i risultati più interessanti offerti dall’indagine Aib sono proprio quelli relativi agli indici di solidità patrimoniale e di liquidità. Il 2010, secondo quanto riferiscono gli analisti, è stato caratterizzato da un miglioramento dei margini, dopo che la crisi del biennio precedente «aveva comportato – si legge nella ricerca – flessioni nei ricavi e nella redditività, e un indebolimento della capacità di far fronte in modo sostenibile ai finanziamenti di terzi». È in questo contesto che si colloca l’analisi del rapporto tra posizione finanziaria netta (differenza fra passività e attività finanziarie) e il mol. «Valori superiori a 3 sono di solito associati a condizioni di criticità più o meno conclamate, che indicano un incremento del lasso di tempo necessario alla marginalità per il rimborso dei prestatori esterni di capitale», ammoniscono da Aib.

L’analisi evidenzia come, nel campione, ci siano 37 casi riconducibili a potenziali tensioni finanziarie: il 46,3% dei gruppi bresciani presenta difficoltà nel rimborso dei mezzi finanziari attraverso il mol. Quasi un gruppo su due ha problemi finanziari. La situazione è preoccupante soprattutto nella carta e stampa e nel settore dei metalli ferrosi (cioè tutti i campioni della siderurgia locale, da Feralpi ad Alfa acciai, passando per Iro, Valsabbia, Stefana) comparti all’interno dei quali il 66,7% delle imprese si caratterizza per valori dell’indice superiori alla soglia critica. La situazione è di poco migliore nell’alimentare, mentre la meccanica è il comparto con la più bassa quota di gruppi con un indebitamento eccessivo rispetto alla redditività generata.

I commenti

«È frustrante – spiega Alberto Bertolotti, bresciano, responsabile di Acf, l’agenzia partecipata da Assolombarda che fornisce supporto nella finanza d’impresa –. In questi giorni, però, sto raccogliendo i primi numeri per una ricerca interna, che confermano uno stato d’animo diffuso tra gli imprenditori che incontro tutti i giorni per lavoro. Si fa sempre maggiore fatica a trovare un equilibrio e strutturarsi. Sono tre anni che le aziende hanno adottato un costante atteggiamento teso alla ricapitalizzazione, e non si tratta solo di operazioni di facciata, come la rivalutazione dei cespiti. Il problema è che da luglio a settembre è nuovamente cambiato il rapporto tra banca e imprese: la leva finanziaria sta diventando un amplificatore di distruzione. È come correre su un tapis roulant. Ma le pmi non devono cercare scusanti: pagano la loro incapacità ad attrezzarsi negli anni passati».

Anche per Francesco Bettoni, presidente della Camera di Commercio di Brescia, la difficoltà è palpabile. «In queste ultime settimane si avverte un contenimento e una restrizione dei fidi nei confronti delle aziende – spiega –.

Un esempio per tutti: proprio in queste ore ho saputo di un’azienda che ha ottenuto un affidamento di 700mila euro per un capannone, ma in un secondo momento ha dovuto rinunciarvi perchè la banca ha fatto marcia indietro. Realtà artigiana da 12 dipendenti, magari un caso limite, ma è un segnale che le cose non funzionano come dovrebbero. I consorzi fidi fanno un ottimo lavoro, ma non basta».

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