DEI PROFESSORI JONATHAN NITZAN e SHIMSHON BICHLER
Global Research

Come è cambiato l’influsso del capitalismo sui conflitti? Un tempo il capitale dominante beneficiava della guerra tramite massicci investimenti pubblici nel complesso militare industriale, che spingevano i paesi fuori dalla recessione (“Keynesismo militare”). Nitzan e Bichler mostrano come oggi la guerra conviene, ed è desiderata dal capitale dominante, perché spinge i prezzi e l’inflazione tramite il potente motore dei profitti petroliferi e dell’aumentato prezzo del greggio. Mentre, per di più, i salari rimangono bassi a causa della competizione globale con la manodopera dei mercati emergenti. Intanto la globalizzazione della proprietà e la formazione di eserciti di professionisti volontari fanno si che lo stato sociale, che un tempo “premiava” i cittadini-lavoratori-soldati con i benefici pubblici, non venga più sentito come necessario dalle elite al potere. Rimane sempre vero che, come diceva il socialista francese Jean Jaures, “Il capitalismo porta in sé la guerra come il nembo porta il temporale”.

La recente moltitudine di guerre – dall’ Afghanistan all’Iraq a Gaza e al Libano – ha rinvigorito i discorsi sull’imperialismo, il Keynesismo militare [in maniera generica può essere definito come il massiccio investimento del denaro pubblico nell’industria militare allo scopo di muovere l’economia e creare posti di lavoro. Si fa riferimento alle idee di John Maynard Keynes il quale indicava nell’investimento del denaro pubblico, pur se inteso per opere di utilità civile, un potente motore per far uscire un paese dalla recessione n.d.t.] e il complesso militare-industriale. Molti pensatori radicali sostengono da tempo che il capitalismo ha bisogno della guerra. Ne ha bisogno per espandere la sua portata geografica; ne ha bisogno per aprirsi a nuovi mercati; per accedere a materie prime economiche; e ne ha bisogno per calmare l’opposizione in patria e pacificare popolazioni ribelli all’estero.[1]

La percezione comune è che la guerra serva a stimolare l’economia. In base a questo argomento, il conflitto militare- e le grandi spese militari in preparazione di un tale conflitto- danno luogo ad una crescita generale e aiutano a ridurre la disoccupazione. Questa caratteristica delle spese militari si trasforma in un efficace strumento fiscale. In anni di rallentamento economico il governo può imbarcarsi nel Keynesismo militare, aumentare la spesa in armi e spingere l’economia fuori dalla recessione.

Si afferma che, sul lungo periodo, le spese militari minano la mentalità pacifica e civile dei regimi liberali. L’ investimento nelle forze armate spinge gli interessi commerciali delle grandi industrie degli armamenti, indurisce la mentalità dell’apparato di sicurezza e dà eccessivo potere ai vertici militari. Messi insieme questi gruppi diventano sempre più fusi in un invisibile ma potente Complesso Militare-Industriale – un complesso che gradualmente arriva a dominare la politica e spinge la società verso aggressioni all’esterno e l’avventurismo militare.

La crescita e la fine del Keynesismo militare

Le teorie sul Keynesismo militare e sul complesso militare-industriale divennero popolari dopo la Seconda Guerra Mondiale, e forse per una buona ragione. La prospettiva di una smobilitazione militare, specialmente negli Stati Uniti, sembrava allarmante. L’ elite USA ricordava vividamente come l’aumento delle spese militari aveva spinto il mondo fuori dalla Grande Depressione, e temeva che una caduta dei budget militari avrebbe invertito questo processo. Se ciò fosse accaduto, ci si aspettava che il commercio sarebbe crollato, sarebbe aumentata la disoccupazione e sarebbe stata messa nuovamente in dubbio la legittimità del capitalismo del libero mercato.

Cercando di evitare questa prospettiva nel 1950 lo U.S. National Security Council stilò un documento top-secret, il NSC-68. Il documento, declassificato solo nel 1977, chiedeva esplicitamente al governo di utilizzare un maggiore investimento militare come via per prevenire un tale esito. [2]

Il NSC-68 segnava la nascita del Keynesismo militare. Nei decenni successivi gli investimenti militari sembrano avere funzionato nel modo immaginato nel documento. Il processo alla base è illustrato in Fig. 1. Il grafico mostra la relazione tra la crescita economica USA e la spesa militare del paese. La linea sottile rappresenta il tasso annuale di crescita economica (scala sulla destra). La linea spessa mostra il livello di spesa militare, espresso come frazione del Prodotto Interno Lordo (PIL) e misurata dalla scala logaritmica sulla sinistra.[3] Entrambe le quantità sono mediate su un periodo di dieci anni che mostra meglio le loro tendenze a lungo termine.

I dati mostrano un movimento comune delle due quantità, in particolare a partire dagli anni 30. L’aumento delle spese militari in preparazione per la seconda guerra mondiale è coinciso con un massiccio boom economico. Le spese militari sono cresciute sino al 43% del prodotto interno lordo nel 1944 e durante gli anni 40 sono state pari al 20% del Pil. Questo aumento è stato accompagnato da una crescita economica montante, con tassi annuali che hanno raggiunto il picco del 18% nel 1942 e con una media durante gli anni 40 del 6% (i picchi di inizio anni 40 non possono essere visti nel grafico perché i dati sono stati mediati).

Dopo la guerra le spese militari hanno iniziato a diminuire, ma sono rimaste a livelli molto alti per i due decenni successivi. L’adozione del Keynesismo militare, insieme alle guerre in Corea e in Vietnam, hanno aiutato a mantenere le spese militari al 12% del Pil durante gli anni 50 e al 10% durante gli anni 60. La crescita economica durante questo periodo è stata in media di oltre il 4%-inferiore a quella della seconda guerra mondiale ma abbastanza rapida da mantenere a galla il capitalismo americano e la fiducia nei suoi capitalisti.

Questa situazione era appoggiata sia dai sindacati che dall’alta finanza. I grandi gruppi aziendali vedevano nella spesa militare un’accettabile, o persino desiderabile, forma di intervento governativo. Da un punto di vista complessivo queste spese aiutavano a combattere la minaccia di recessione in patria e a compensare la perdita di mercati civili per la concorrenza europea e giapponese-tutto ciò senza minare la santità della proprietà privata e della libera impresa. Nel particolare molte grandi società ricevevano lucrosi contratti dal Pentagono, elargizioni che persino i più incrollabili sostenitori del libero mercato trovavano difficili da rifiutare.

I grandi sindacati appoggiavano il Keynesismo militare per differenti ragioni. Erano d’accordo nel rimanere fuori dalla politica interna e dalle relazioni internazionali, nell’accettare le spese militari, e nel minimizzare gli scioperi in modo da mantenere la pace nel mondo industriale. In cambio ricevevano sicurezza nell’impiego, stipendi alti e la promessa di standard di vita sempre in crescita.

Il consenso fu perfettamente riassunto nel 1971 dal presidente Nixon che annunciò che “ormai siamo tutti Keynesiani”.

Ma questo era il picco. Nei primi anni 70 la Coalizione Keynesiana delle grandi aziende e dei lavoratori organizzati iniziò a sfaldarsi, il Keynesismo militare iniziò ad appassire e lo Stato sociale-militare cominciò il suo lungo declino.

La Globalizzazione della Proprietà

Dietro alla crescita e alla caduta del Keynesismo militare vi fu un rovesciamento epocale nella natura spaziale della proprietà-un’inversione a U dalla graduale de-globalizzazione della prima metà del secolo ad una massiccia globalizzazione nella seconda metà.

Sino agli anni 50 la proprietà del capitale, negli Stati Uniti e altrove, andava ritirandosi nei suoi rifugi nazionali. Da un punto di vista statistico le tracce di questo processo sono chiare. Nel 1900 la percentuale del Pil mondiale di beni posseduti da stranieri raggiunse un picco del 19%. Ma il seguente fermento delle due guerre mondiali, della depressione, della sostituzione delle importazioni e del controllo del capitale hanno fatto pagare un duro prezzo. I legami internazionali di proprietà furono rotti o congelati, e la percentuale di beni posseduti da stranieri è andata continuamente cadendo, raggiungendo nel 1960 il valore del 6% solamente. Durante questo processo l’accumulazione di capitale venne condotta largamente entro i confini nazionali.

Questo declino terminò nei primi anni 70. Il capitale ruppe nuovamente il suo bozzolo nazionale e, mentre il neoliberismo e la deregolamentazione acquistavano forza, le proprietà internazionali iniziarono ad aumentare. La percentuale del Pil mondiale di beni a controllo straniero andava raddoppiando ogni decennio: crebbe al 25% nel 1980, salì al 50% del 90 e raggiunse oltre il 90% nel 2000.[4]

L’effetto di questo rovesciamento sul guadagno è stato drammatico. Le aziende americane oggi ricevono circa un terzo dei loro guadagni dalle sussidiarie estere rispetto al 5% degli anni 50 – un incremento di un fattore sei.

Questo rovesciamento nello schema globale della proprietà ha alterato fondamentalmente la struttura di potere e le istituzioni del capitalismo. Con il capitale comprato e venduto su scala mondiale e i profitti sempre più ottenuti al di fuori del paese, l’accumulazione di capitale è diventata sempre meno dipendente dalle vendite nazionali. Con una minore enfasi sull’attività locale le politiche Keynesiane sono diventate fuori moda. E con il declino del Keynesismo l’accordo tra il lavoro e il capitale ha iniziato a sfaldarsi.

Lo Stato sociale, precedentemente visto come un baluardo contro il comunismo, divenne una zavorra. I lavoratori non erano più sul punto di ribellarsi-particolarmente a causa del fatto che i posti di lavoro venivano trasferiti nei “mercati emergenti” e l’appartenenza al sindacato era in declino. Inoltre i capitalisti non avevano più paura della recessione. Al contrario spesso la incoraggiavano come un mezzo per disciplinare i lavoratori, ridurre gli stipendi e capovolgere le vittorie sociali duramente guadagnate dalla classe lavoratrice.

Anche lo Stato sociale finì sotto pressione. Il punto di svolta fu il crollo del blocco sovietico. Rimanendo una sola superpotenza i grandi budget militari erano ora difficili da giustificare. Negli anni 90 la spesa militare nel mondo ebbe un crollo, scendendo addirittura di un terzo rispetto al picco storico dei tardi anni 80. Come mostra la figura uno le spese in armamenti negli Stati uniti, il maggior investitore al mondo, sono cadute a un valore medio del 4,5% del Pil nella prima metà degli anni 2000, il 7% in meno rispetto agli anni 80.

Le Nuove Guerre

La caduta dello Stato sociale-militare ha aperto la porta alla nuova retorica del neoliberismo. I sostenitori del libero mercato hanno salutato il nuovo regime per le sue tendenze pacifiche. I suoi detrattori erano d’accordo ma solo in parte. Da un lato ammettevano che il neoliberismo, proponendosi di assicurare il libero commercio e l’apertura al flusso di capitale, cercava di costruire stabilità politica e pace internazionale. D’altra parte criticavano il neoliberismo per la sua violenza invisibile, inflitta attraverso il super-sfruttamento, la povertà di massa, la disuguaglianza crescente, l’incertezza economica e l’insicurezza umana.

Sia i sostenitori che i critici, perciò, furono sorpresi dalla improvvisa bellicosità dell’inizio del ventunesimo secolo. Le vecchie teorie sull’imperialismo e il militarismo furono velocemente rispolverate e riadattate al neoliberismo. Invece di miracoli di produttività e di No Logo, gli analisti iniziarono a parlare di “nuovo imperialismo” e “guerre neoliberiste”.

Tuttavia la maggior parte di queste teorie ibride sono fuorvianti. I nuovi conflitti del ventunesimo secolo-le guerre infinite, gli scontri di civiltà, le nuove crociate-sono fondamentalmente differenti dalle guerre di massa e dei conflitti militari tra stati che hanno caratterizzato il capitalismo dal diciannovesimo secolo sino alla fine della guerra fredda. La maggiore differenza non è tanto nelle caratteristiche militari dei conflitti quanto nel più ampio ruolo giocato dalla guerra nel capitalismo.

Tanto per iniziare, in un mondo aperto al commercio non c’è bisogno di conquistare fisicamente il territorio-né per le materie prime né per nuovi mercati (notate che la produzione irachena di petrolio è quasi cessata a partire dalla sua conquista nel 2003, mentre il suo mercato per le importazioni straniere, che già era trascurabile all’inizio, si è contratto).

Lo stesso vale per la spesa militare: con l’aumento dei profitti esteri non c’è più un imperativo commerciale per alte spese militari. Mentre i budget militari Usa sono marginalmente cresciuti all’alba delle nuove guerre-dal 3,9% del Pil alla fine della presidenza Clinton al 4,7% attuale-questo è un incremento il cui effetto sulla domanda aggregata è insignificante per gli standard storici.

Gli attacchi Usa successivi al 2000 hanno avuto anche poco senso dal punto di vista militare. Paesi con capacità nucleari provate, come il Pakistan e la Corea del Nord, sono stati lasciati in pace, mentre altri che non presentavano un pericolo reale-in particolare Afganistan e Iraq-sono stati invasi, occupati e ora tengono legato gran parte dell’esercito stabile Usa senza che si veda alcuna fine.

Infine, le immagini di guerra trasmesse dalla televisione e i costanti discorsi sul terrorismo possono avere spaventato la popolazione occidentale. Ma a differenza del successo delle ideologie nazionaliste e liberali durante le due guerre mondiali nella guerra fredda successiva, la nuova retorica sulla guerra infinita non ha fatto innamorare le masse del capitalismo neoliberista.

Le guerre degli anni 2000 sono infatti nuove. E sono nuove, almeno in parte, perché lo stesso capitalismo è cambiato.

Il Nuovo Ordine del Capitale

Il cambiamento centrale riguarda la natura basilare del capitale, una trasformazione che è iniziata nel tardo secolo diciannovesimo ma che è diventata evidente solo recentemente.

Le teorie esistenti, ancorate alla realtà del primo diciannovesimo secolo, continuano a esaminare il capitale dalla prospettiva “materiale” di consumo e produzione. Gli economisti neoclassici ancorano le loro analisi all’utilità, mentre i marxisti classici basano la loro teoria sul tempo di lavoro. In contrasto con questi approcci, noi suggeriamo che, nelle moderne condizioni, il capitale non può più essere visto come un’entità “materiale”. Per come lo vediamo noi, il capitale non rappresenta né l’utilità neoclassica né l’astratto lavoro marxista, ma piuttosto il potere-il potere dei suoi proprietari di dare forma a tutto il processo di riproduzione sociale.

Noi sosteniamo che, basandosi sulla comprensione del capitale come potere, come prima cosa l’analisi del capitalismo non debba focalizzarsi sul capitale “in generale” e molti capitali “in competizione”, ma più specificatamente sui gruppi di capitali dominanti al centro della politica economica. In secondo luogo affermiamo che l’accumulazione debba essere compresa non in senso assoluto, ma in senso differenziale-cioè riguardo alla capacità del capitale dominante di “sconfiggere la media” e incrementare il suo potere relativo [5].

Le implicazioni di questa prospettiva di potere sono di grande portata. Per il nostro presente scopo suggeriamo:

1. Che nel tempo, le unioni aziendali, piuttosto che la crescita economica, diventino il maggiore motore dell’accumulazione differenziale (“larghezza”);

e

2. Che sotto certe circostanze il capitale dominante può beneficiare grandemente dall’inflazione e dalla stagflazione (“profondità”).

Nella nostra ricerca abbiamo trovato che, nel secolo scorso, l’accumulazione globale ha infatti oscillato tra questi due regimi di unione e di stagflazione [“In economia, per stagflazione (combinazione dei termini stagnazione ed inflazione) si intende indicare la situazione nella quale sono contemporaneamente presenti – su un determinato mercato – sia un aumento generale dei prezzi (inflazione) che una mancanza di crescita dell’economia in termini reali (stagnazione economica).” da Wikipedia n.d.t.]. La fase più recente, che è durata per gran parte degli ultimi anni 80 e 90 è chiaramente una di “larghezza”. In tale periodo il capitale dominante ha beneficiato grandemente dall’apertura al dominio aziendale dell’ex Unione sovietica e di altri “mercati emergenti”, così come dal collasso dello Stato sociale e dalle massicce privatizzazioni dei servizi governativi.

Questo ciclo di ‘larghezza’ con la sua enfasi sul neoliberismo, la deregolamentazione, la finanza sana e la disinflazione si è concluso al passaggio del nuovo millennio. La crisi finanziaria che è iniziata in Asia e si è poi diffusa ai mercati principali, il crollo della new economy e le sue scandalose pratiche contabili, i discorsi sul terrorismo globale della guerra infinita per sconfiggerlo, hanno fatto sembrare meno allettanti i movimenti di capitale e le unioni tra società molto meno promettenti. Inoltre, due decenni di neoliberismo hanno indebolito il potere di stabilire i prezzi, sollevando lo spettro della deflazione dei prezzi del debito per la prima volta dai tempi della Grande Depressione.

Di fronte a queste difficoltà, i capitalisti in generale ed i capitalisti dominanti in particolare hanno iniziato a desiderare una piccola dose di sana inflazione, sia per allontanare la deflazione del debito che per dare una spinta iniziale all’accumulazione differenziale. Come poi si è visto, la soluzione per le loro difficoltà-voluta o meno-è stata un nuovo conflitto energetico in Medioriente (cioè un conflitto collegato direttamente o indirettamente al petrolio). Negli scorsi 35 anni questi conflitti sono stati la prima causa del cambiamento dei prezzi petroliferi, i prezzi del petrolio hanno fornito la scintilla per un ampio processo di inflazione. Era il meccanismo chiave per dare inizio all’inflazione ed era pronto all’uso.

In questo senso il conflitto militare è arrivato ad assumere un nuovo ruolo indiretto nel processo di accumulazione. Sino agli anni 50 e 60, il maggiore impatto del conflitto militare funzionava attraverso il grande budget militare che faceva esplodere in maniera diretta la domanda aggregata e i profitti generali, così come i guadagni dei maggiori appaltatori militari. Ma con la riglobalizzazione della proprietà e l’arrivo della distensione, i budget militari hanno iniziato contrarsi. Inizialmente sono calati solo in modo relativo, come percentuale del Pil, ma dai tardi anni 80 hanno anche iniziato a cadere in maniera assoluta, in termini di dollari. Sebbene queste spese sostengano ancora gli appaltatori militari, il loro effetto diretto sull’ accumulazione del capitale è diminuito significativamente.

Eppure il conflitto militare in quanto tale non ha perso la sua attrattiva; ha ancora un grande impatto sull’accumulazione. La novità è che tale impatto funziona oggi in gran parte in modo indiretto, attraverso l’inflazione, i prezzi relativi e la ridistribuzione.

I Conflitti Energetici e i Profitti Differenziali

I principali beneficiari di questo nuovo legame indiretto sono le grandi compagnie petrolifere. Il centro geografico di questo processo è il Medioriente. Dopo la Guerra del Vietnam, il Medioriente è diventato la zona calda del conflitto globale, con degli ovvi corollari per il prezzo del petrolio. La relazione tra questi conflitti e i profitti differenziali delle compagnie petrolifere, però, ha ricevuto poca o nessuna attenzione.

Non è difficile vedere la ragione di questa distrazione. Gran parte delle analisi sul conflittto in Medioriente e il petrolio sono situate nella interersezione disciplinare tra le “relazioni internazionali” e l’ “economia internazionale”. Il loro ragionamento base gira attorno alla lotta degli Stati per le materie prime. Da un lato vi sono i paesi industrializzati che hanno bisogno di petrolio a buon prezzo per sostenere la loro crescita e la loro riproduzione estesa. Dall’altro lato vi sono i paesi del medio oriente, organizzati tramite l’Opec, la cui intenzione è di estrarre da questo processo la maggiore rendita possibile. Questo ampio conflitto è complicato da diversi fattori: rivalità tra gli Stati-per esempio tra Stati Uniti e l’Unione Sovietica in passato e l’Europa e l’Asia attualmente; ostilità religiose o etniche nello stesso Medioriente; o gli interessi dei vari settori o fazioni capitaliste nei paesi industrializzati.

In questa polemica di alta politica ed economia delle risorse, pochi si sono preoccupati di rompere il fronte comune, pochi hanno fatto lavoro empirico, e quasi nessuno si è occupato di come esattamente entra nel quadro l’accumulazione da parte delle compagnie petrolifere. La figura due offre un’idea di ciò che manca in questa storia. Il grafico mostra la storia dell’accumulazione differenziale da parte del nocciolo duro delle maggiori compagnie petrolifere-cioè BP, Chevron, Exxon, Mobil, Royal-Dutch/Shell e Texaco.[6]

Ogni figura misura la differenza tra il tasso di guadagno sul capitale di queste compagnie e il tasso medio di guadagno sul capitale delle compagnie di riferimento della lista Fortune 500 (con i risultati espressi in percentuale della media di Fortune 500). Le barre grigie mostrano anni di accumulazione differenziale; cioè anni in cui le maggiori compagnie petrolifere hanno avuto un tasso di guadagno sul capitale superiore alla media. Le barre nere mostrano periodi di deaccumulazione differenziale; cioè anni in cui le maggiori compagnie petrolifere erano al di sotto della media. Per ragioni che saranno evidenti tra poco questi ultimi periodi corrispondono a “pericoli” in Medioriente. Infine l’esplosione indica “conflitti energetici”-cioè conflitti che erano legati direttamente o indirettamente al petrolio.[7] Il grafico mostra tre andamenti tutti significativamente persistenti:

Come prima cosa ogni conflitto energetico in Medioriente è stato preceduto da una zona di pericolo, in cui le compagnie petrolifere hanno sofferto deaccumulazione differenziale.

Come seconda cosa ogni conflitto energetico è stato seguito da un periodo durante il quale le compagnie petrolifere hanno superato la media dei guadagni.

In terzo luogo, con la sola eccezione del 1996-1997 le compagnie petrolifere non sono mai riuscite a superare la media senza che prima avvenisse un Conflitto Energetico.[8]

Inoltre questi andamenti sono in accordo con i più ampi processi di larghezza e profondità. Il grafico indica tre periodi distinti, ognuno caratterizzato da un diverso regime di accumulazione differenziale, e ognuno guidato da una differente fazione all’interno del capitale dominante.

Durante l’era di ‘profondità’ degli anni 70 e dei primi anni 80, l’accumulazione differenziale era alimentata dalla stagflazione e guidata dal conflitto. La fazione alla guida all’interno del capitale dominante era la “Weapondollar-Petrodollar Coalition”, cioè la coalizione tra le grandi aziende di armamenti e del petrolio. In questo contesto le compagnie petrolifere riuscivano a superare la media con facilità, con arretramenti solo occasionali, corretti rapidamente da conflitti in Medioriente.

Durante il periodo di ‘larghezza’ dei tardi anni 80 e 90, le unioni tra compagnie hanno sostituito l’inflazione come maggiore motore di accumulazione differenziale. Le compagnie petrolifere e degli armamenti hanno perso il loro primato a danno di una coalizione della “new economy” guidata da aziende civili del settore high-tech. La retorica neoliberista ha rimpiazzato il gergo dello Stato sociale-militare, i conflitti in Medioriente si sono allargati e accresciuti di meno, e le compagnie petrolifere sono rimaste normalmente sotto la media dei guadagni.

Gli eventi degli anni scorsi suggeriscono che questo secondo periodo potrebbe essere ormai finito, con il declino del boom di fusioni aziendali e il ritorno al primato della Weaponodollar-Petrodollar Coalition. Quest’ultima coalizione, le cui fortune erano declinate dai tempi della prosperità stagflazionaria degli anni 70 e dei primi anni 80, sono ritornate con sete di vendetta. Avendo aiutato a reinstallare la famiglia Bush alla casa bianca la coalizione ha iniziato a cercare nuovi nemici ed è stata sin troppo felice di poter sfruttare l’opportunità offerta dalla “nuova Pearl Harbour” dell’11 settembre. [9]

Gli argomenti e gli andamenti statistici qui presentati sono stati articolati per la prima volta nei tardi anni 80, ulteriormente sviluppati a metà degli anni 90 ed aggiornati di recente nel 2006.[10] Eppure le ultime osservazioni sulla figura due sono nuove e suggeriscono un allontanamento significativo dei passati schemi. Sino ai tardi anni 90 la performance differenziale delle compagnie petrolifere oscillava tra il 50% sotto o sopra l’indice del Fortune 500. Recentemente tuttavia la scala è cambiata. Durante il periodo 2000-2005 le quattro maggiori compagnie petrolifere mondiali hanno guadagnato $ 338 miliardi di profitti netti-un terzo di mille miliardi-che rappresentano un tasso medio di guadagno del 20%, quasi doppio di quello del Fortune 500.

Il Primato dei Prezzi

Il legame tra i conflitti Medioriente ed i guadagni differenziali è il prezzo del petrolio. Questo legame è illustrato dalla figura 3. Nel grafico la linea spessa mostra la percentuale data dalle aziende petrolifere nel profitto aziendale globale. La linea sottile mostra il prezzo relativo del petrolio, calcolato dividendo il prezzo in dollari per barile con l’indice dei prezzi al consumo negli Usa e ritardato di un anno (l’impatto pieno sul profitto di un cambiamento nel prezzo del petrolio si sente solo dopo un anno perché i guadagni pubblicati dalle aziende rappresentano la somma dei movimenti degli ultimi quattro trimestri).

La correlazione tra queste due grandezze è estremamente stretta.[11] Questo dato statistico indica l’immensa importanza dei prezzi nel processo di accumulazione. In questo particolare grafico la stretta correlazione rende superflue gran parte delle discussioni dei media e le dotte analisi sul campo petrolifero. Per sapere i profitti differenziali delle compagnie petrolifere da qui a un anno, non c’è bisogno di speculare sul picco del petrolio, sulla domanda cinese crescente o sull’ondata di caldo in arrivo in Europa. Questo genere di speculazioni, sebbene interessanti per altri scopi, qui non sono necessarie. La sola cosa necessaria da sapere è il prezzo attuale del petrolio.

Per esempio: i dati ufficiali non sono stati ancora pubblicati, ma già sappiamo che negli scorsi 12 mesi il prezzo medio del petrolio è stato circa di 65 dollari del 2002. La correlazione nel grafico suggerisce che da qui a un anno la percentuale di profitto globale delle compagnie petrolifere crescerà di circa il 15%.

Ora facciamo un passo indietro ed esaminiamo la storia presentata nella figura tre. I dati mostrano che durante le crisi petrolifere degli anni 70 e primi anni 80, il costo del greggio salì alle stelle. Nel 1979 un barile di petrolio costava più di 90 degli attuali dollari. Durante quei giorni felici di stagflazione, le compagnie petrolifere intascarono quasi il 20% dei profitti globali. Ma quando l’accumulazione differenziale passò al regime di ‘larghezza’ e le unioni tra aziende ebbero un picco, l’inflazione cadde e i prezzi del petrolio diminuirono persino più rapidamente. La percentuale di profitto globale delle compagnie petrolifere crollò, raggiungendo un semplice 3% alla fine della presidenza Clinton.

L’inverso avvenne con il nuovo millennio e la presidenza Bush. Con l’invasione dell’Afganistan nel 2001 il Medioriente è entrato in un prolungato periodo di guerra, i prezzi del petrolio sono cresciuti sino ai 65-75 dollari e la percentuale di profitto globale appartenente alle compagnie petrolifere-sebbene non ancora al suo massimo storico-sta crescendo sempre di più.

Quanto sono grandi i guadagni delle compagnie petrolifere? Durante il periodo di cinque anni che va dall’agosto 2001 al luglio 2006, l’incasso netto medio di tutto il settore petrolifero è arrivato a $ 108 miliardi all’anno. Questo dato va paragonato ad un profitto annuale di soli $ 34 miliardi all’anno tra l’agosto 1999 e il luglio 2000-un salto di 75 miliardi arrotondando le cifre.

Quanto è costato generare questo salto nei profitti? Per semplicità assumiamo che dal 2000 l’intero incremento del prezzo petrolifero-e perciò tutto l’incremento nei profitti petroliferi-è stato dovuto ai nuovi conflitti energetici in Medioriente. Consideriamo inoltre che sin qui il governo Usa ha speso nelle sue operazioni in Afganistan e Iraq l’equivalente ogni anno dell’1% del suo Pil-quasi $ 100 miliardi l’anno.

Queste assunzioni, sebbene semplicistiche e imprecise, indicano le grandezze in gioco: la guerra costa $ 100 miliardi l’anno e genera $ 75 miliardi extra ogni anno in profitti petroliferi. In altre parole per ogni dollaro che il governo Usa spende nelle guerre, i proprietari delle compagnie petrolifere guadagnano altri 75 centesimi di profitto netto.

Chiaramente questi rapporti costi-benefici possono essere generati solo in modo indiretto. E questo è forse uno dei tratti importanti delle nuove guerre: un incremento abbastanza modesto delle spese militari porta cambiamenti massicci nei prezzi e nella distribuzione-cambiamenti che vanno oltre lo scenario immediato del conflitto, e la cui grandezza può essere paragonabile e persino superare lo stesso budget militare.

Dolce Inflazione

Come notato in precedenza le nuove guerre sono arrivate quando stava declinando la lunga fase di ‘larghezza’ dell’ accumulazione differenziale. I beneficiari immediati sono stati gli appaltatori del settore degli armamenti e le compagnie petrolifere della “Weapondollar-Petrodollar Coalition”. Ma gradualmente con lo spostamento dell’accumulazione differenziale globale dalla ‘larghezza’ alla ‘profondità’ i guadagni si sono diffusi a tutto il capitale dominante.

La figura quattro illustra chiaramente questo processo nel caso degli Stati Uniti. La linea sottile nel grafico raffigura il tasso di inflazione, misurato come il tasso annuale di cambiamento dell’indice dei prezzi al consumo. La linea spessa è il rapporto tra i profitti e i salari. Misura il rapporto tra i guadagni per azione dello S&P 500 (le maggiori aziende scambiate pubblicamente registrate negli Stati Uniti, che possono essere considerate come indicatore del capitale dominante) e il salario medio per ora di lavoro nel campo manifatturiero.

Movimenti in quest’ultimo indice mostrano una redistribuzione. Quando l’indice cresce significa che i profitti del capitale dominante crescono più velocemente o cadono più lentamente rispetto ai salari. Quando l’indice cade suggerisce un processo contrario-cioè che i profitti del capitale dominante cadono più velocemente o crescono più lentamente rispetto ai salari.

Come mostra il grafico dalla fine del 2000 l’inflazione ha iniziato a cadere e nel 2002 ha raggiunto l’1%-il minimo da dopo la guerra. Il declino è stato accompagnato da un calo massiccio nel rapporto tra profitti e salari, che è caduto del 55% dal suo picco del 2000. All’inizio di questi sviluppi, il presidente dela Federal Reserve, Alan Greenspan, ha lanciato un avvertimento su uno “sgradito e consistente calo dell’inflazione,” ed è stato incoraggiato dai maggiori finanzieri a “cercare un’inflazione più alta”.[12]

Questi allarmi deflazionari avvennero nell’aprile del 2003, dopo che gli Usa avevano già invaso l’Iraq. La nostra visione allora era piuttosto differente. Nel gennaio 2003, appena prima dell’invasione, scrivemmo:

“… se il prezzo del petrolio continua a salire l’inflazione probabilmente lo seguirà, lo spettro della deflazione verrà scacciato le grandi compagnie potranno tirare un grande sospiro di sollievo. Per queste aziende ci sarà anche una ciliegina sulla torta. L’inflazione solitamente redistribuisce i guadagni dal lavoro al capitale e dalle piccole aziende alle grandi. Renderà perciò le grandi aziende relativamente, se non assolutamente, più forti.”[13]

E infatti Greenspan non dovette fare troppa fatica. Le nuove guerre fecero questo lavoro per lui. I neoconservatori hanno mandato il loro esercito in Medioriente, i prezzi del petrolio sono cresciuti, e l’inflazione-sebbene esitante all’inizio-alla fine ha iniziato a seguirli.

Le conseguenze sulla distribuzione non passarono inosservate per investitori e lavoratori. Mentre i salari rimanevano stabili, i guadagni-particolarmente quelli ottenuti dal capitale dominante-salirono parecchio. Come risultato il rapporto tra profitti e salari è rapidamente aumentato-salendo del 250% dal 2001 e facendo raggiungere alla frazione di profitto sul Pil i suoi più alti livelli da che sono stati raccolti i dati nel 1929.

Il grande impatto distribuzionale di un piccolo incremento dell’inflazione è sintomatico del nuovo ordine. Durante il periodo dello Stato sociale-militare, l’inflazione solitamente implicava una spirale di salari e dei prezzi che riusciva a limitare l’incremento differenziale nei profitti. Per esempio, un incremento del 4% nei prezzi sarebbe stato tipicamente accompagnato da un aumento nei salari ad esempio del 3%. Come risultato il rapporto tra entrate (vendite) e uscite (salari) sarebbe aumentato solo dell’1%, generando solo un aumento dei profitti relativamente modesto. La situazione oggi è molto differente.

I lavoratori degli Stati Uniti sono intrappolati in una competizione globale con i lavoratori della Cina, dell’India e di altri mercati emergenti, il che significa che i salari non crescono-qualche volta addirittura calano-nel mezzo dell’inflazione dei prezzi. In questo contesto un’inflazione del 4% si traduce in un incremento del 4% nel rapporto tra entrate (vendite) e uscite (salari) e quindi in un aumento molto maggiore dei profitti.

Alla fin fine quindi le nuove guerre sono molto economiche. Per un costo minimo muovono l’inflazione e generano un grande incremento nei profitti. Ma le guerre a poco prezzo hanno un altro aspetto. Sono difficili da vincere.

Guerre a Poco Prezzo

L’idea di enormi eserciti composti da “volontari” nacque con la rivoluzione francese. I nuovi soldati si rivelarono molto più economici e fedeli rispetto ai mercenari, e combattevano bene. Eppure le masse dovevano essere educate in modo da poter leggere i giornali e seguire la propaganda-da qui la nascita dell’educazione “elementare” obbligatoria. Più tardi i proletari iniziarono a chiedere maggiori benefici. Volevano cultura, assicurazione, pensioni e benefici per i veterani. Intorno al 1910 le elite riuscirono a ingannarli. Mandarono le masse a venire massacrate a milioni nelle trincee della prima guerra mondiale, e poi abbandonarono coloro che ritornavano come veterani. Questa esperienza alzò la posta in gioco. Nei primi anni 40 ai cittadini-soldati doveva essere offerto uno Stato sociale completo perché fossero disposti a venire ancor una volta macellati nella seconda guerra mondiale. Quelli che inizialmente sembravano “soldati gratuiti” si rivelarono un mezzo dispendioso per combattere le guerre.

L’ultima guerra costosa è stata il Vietnam. Quando la globalizzazione neoliberista ha sostituito lo Stato sociale-militare non c’è stato più bisogno di eserciti di massa con alti costi di gestione. Invece i capitalisti hanno iniziato ad investire in “armi intelligenti” che potevano essere usate, causando enormi danni, da chi abbandonava la scuola superiore. Abbandonarono la leva a favore di eserciti interamente professionali-in parte statali e in parte privati.

Un processo simile è avvenuto in Israele. Durante gli anni 70, negli anni di fioritura dell’economia sociale-militare israeliana, la spesa militare ammontava al 25% del Pil, la leva comprendeva gran parte dei cittadini ebrei (esclusi gli ultra-ortodossi) e il governo spendeva largamente in servizi sociali.

Ma con il regime economico di ‘larghezza’ dei tardi anni 80 e anni 90, i capitalisti israeliani sono diventati meno dipendenti dall’economia di guerra. Israele ha iniziato la riconciliazione con i suoi vicini Stati arabi, e l’esercito è stato sia ridotto che trasformato. La spesa militare è caduta al 6% del Pil, e molte attività militari sono state privatizzate. La durata del servizio militare è stata accorciata, e meno persone erano costrette alla leva. In parallelo lo Stato sociale è stato progressivamente smantellato con la costante erosione dell’educazione, della salute pubblica e di altri servizi sociali. Centinaia di migliaia di lavoratori ospiti sono stati fatti entrare e i sindacati sono stati ridotti ad istituzioni di facciata.

Le conseguenze di questo processo sono illustrate in figura cinque. Il grafico paragona lo stipendio medio mensile con l’indice del mercato azionario di Tel Aviv (entrambi espressi con prezzi costanti e riscalati a scopo di paragone assumendo il gennaio 1980 uguale a 100).

Il grafico mostra che, sino ai primi anni 90, le fortune di lavoratori e capitalisti si muovevano più o meno in tandem. Ma con l’offensiva del regime di ‘larghezza’ le strade si sono separate. Durante gli anni 90 e i primi anni 2000 gli stipendi difficilmente sono aumentati, mentre i guadagni del capitale sono saliti alle stelle.

I riservisti israeliani, che adesso vengono chiamati a combattere nelle guerre attuali, probabilmente non hanno visto questo grafico, ma la realtà dietro ad esso gli è certamente familiare. Essi sono a conoscenza dei servizi sociali che si deteriorano, dell’insicurezza lavorativa, dei costi estremamente elevati per le abitazioni, della perdita di spazi aperti. Sanno che venire feriti in guerra è un pessimo affare che comporta scarse compensazioni. E, cosa più importante, sanno che l’elite che li manda a combattere non ha alcun vero interesse verso di loro.

Questi sentimenti sono abbastanza espliciti e compaiono regolarmente sulla stampa. Il seguente è un tipico resoconto delle difficoltà affrontate dai soldati riservisti:

“Il ministro della difesa Amir Peretz si è rifiutato di applicare una legge che permette ai riservisti dell’esercito richiamati in servizio di recente di godere di un’esenzione dalle tasse e dagli interessi, associati ai loro debiti, che maturano durante il periodo di servizio. I riservisti sono furiosi dopo che hanno scoperto che sono ancora costretti a pagare le tasse e gli interessi anche se non hanno possibilità di effettuare il pagamento in tempo perché sono stati richiamati. ‘I riservisti vengono dimenticati, nel modo in cui si sono sempre dimenticati di noi,’ ha detto Alex Minkovsky uno dei leader dell’organizzazione dei riservisti. ‘Chiediamo al ministro della difesa Amir Peretz che si è sempre preoccupato del sociale di svegliarsi e fare qualcosa. Siamo inondati da proteste di riservisti che affrontano crisi ogni giorno.’” [14]

Il capitale dominante non ha simili lamentele. Come si è visto, il giorno prima che il ministro della difesa Peretz si rifiutasse di dare ascolto alle lamentele di riservisti, il suo governo ha privatizzato le raffinerie petrolifere del paese per un valore di $ 800 milioni. In un’intervista il vincitore dell’asta, Tzadik Bino, sembrava quasi imbarazzato:

“Lo Stato non avrebbe dovuto privatizzare le raffinerie, e nemmeno avrebbe dovuto privatizzare El-Al [la compagnia aerea nazionale], Bezeq [la compagnia telefonica nazionale] e Magen David Adom [il servizio medico di emergenza]… Il prossimo passo sarà privatizzare l’esercito… Stiamo sempre combattendo per la nostra esistenza e non è utile trasferire beni strategici in mani private.”[15]

Il vecchio Stato sociale-militare era dominato da figure carismatiche, “leaders” quali Churchill, de Gaulle e Ben Gurion che sembravano lontani da ogni interesse “particolare”. Al contrario lo Stato neoliberista attende ad essere popolato da servitori-molti dei quali corrotti e criminali-quali Bush, Chirac, Berlusconi, Sharon, Netanyahu e Olmert che non provano nemmeno a nascondere le cose a cui sono veramente leali.

L’elite capitalista che è servita e sostenuta da questi politici non ha più un autentico attaccamento nazionale. Molte delle maggiori compagnie israeliane sono possedute da investitori stranieri e da aziende multinazionali. Similmente gran parte dei maggiori proprietari israeliani-dai Recannatis, ai Fishman e Khan-sono diventati investitori globali. Israele è per loro semplicemente uno dei tanti beni in un portafoglio mondiale diversificato. A differenza degli anni 70, quando avevano tutte le loro uova nello stesso paniere israeliano, ora non si devono preoccupare troppo di ciò che accade nel loro paese. Le loro proprietà locali rappresentano solo una frazione dei loro investimenti e possono essere facilmente vendute.

Una recente citazione dalla rubrica finanziaria del quotidiano Ha’aretz, scritta nel mezzo dei combattimenti in Libano e a Gaza, indica quanto la diversificazione tra beni stranieri è stata accettata come naturale dai “comuni” investitori:

“In più rispetto ai normali rischi dei mercati emergenti come Cina, Brasile o Russia, Israele ha un continuo rischio di sicurezza… Questo rischio non può essere ignorato nemmeno in tempo di pace. La diversificazione globale dell’investimento non è perciò un privilegio. È una necessità…. Significa che, nell’interesse di ridurre il rischio, gli investitori israeliani devono dislocare permanentemente una proporzione fissa dei loro beni in investimenti oltremare. Qual’è la quantità ‘sufficiente’? sino a poco tempo fa l’abitudine era il 25%, ma forse la percentuale di beni esteri dovrebbe essere alzata al 50%. I nostri corpi devono rimanere qui. Ma perché i nostri risparmi devono subire lo stesso destino?”[16]

In queste circostanze non ci si deve meravigliare che la “macchina da guerra” israeliana abbia perso gran parte della sua forza militare. L’incentivo a combattere per il proprio paese, quando quel paese è così socialmente spaccato, è molto ridotto-particolarmente quando si combatte con milizie religiose socialmente integrate e fortemente motivate.

Così vanno avanti le guerre a poco prezzo, la morte e la distruzione montano, e si continuano ad accumulare profitti.

Jonathan Nitzan insegna economia politica alla York University di Toronto. Shimshon Bichler insegna economia politica in college e Università israeliane. Gran parte delle loro pubblicazioni sono liberamente disponibili presso The Bichler & Nitzan Archives.

NOTE

[1] Non tutti i pensatori radicali condividono questa visione. Alcuni al contrario pensano che guerra e militarizzazione, sebbene connaturate e spesso causate dalla realtà capitalista, danneggiano il capitalismo e ne minano la vitalità.

[2] United States, National Security Council, NSC 68: United States Objectives and Programs for National Security. A Report to the President Pursuant to the President’s Directive of January 31, 1950. Top Secret. Washington DC, 1950.

[3] Una scala logaritmica che ha l’effetto di amplificare l’ampiezza del grafico a piccoli valori e comprimerne l’ampiezza a grandi valori. La trasformazione utile quando ci sono salti molto grossi nei dati-come durante gli anni 40-salti che farebbero sembrare le variazioni a piccoli valori troppo minuscole per essere individuate sul grafico.

[4] I dati sul rapporto tra beni esteri e il PIL provengono da: Maurice Obstfeld and Alan M. Taylor, Global Capital Markets: Integration, Crisis and Growth (Cambridge: Cambridge University Press, 2004), pp. 52-53, Table 2-1.

[5] Questi argomenti sono spiegati in: Jonathan Nitzan and Shimshon Bichler, “Dominant Capital and the New Wars,” Journal of World Systems Research, 2004, Vol. 10, No. 2, pp. 255-327.

[6] A causa delle fusioni aziendali, i dati in figura due riguardano la British Petroleum sino al 1997 e la BP-Amoco dal 1998; la Chevron e la Texaco sino al 1999 e la Chevron-Texaco dal 2000; la Exxon e la Mobil sino al 1998 e la ExxonMobil dal 1999; e in tutto il grafico la Royal-Dutch/Shell.

[7] I conflitti includono il conflitto arabo israeliano del 1967; il conflitto arabo israeliano del 1973; l’impressione israeliana del Libano nel 1979; La rivoluzione iraniana del 1979; l’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1979; l’inizio della guerra tra Iran e Iraq del 1980; la prima guerra del Golfo nel 1990; gli inizio della seconda Intifada nel 2000; l’ invasione dell’Afghanistan nel 2001 da parte della coalizione; e l’invasione nel 2003 dell’Iraq da parte della coalizione (la cui preparazione è iniziata pubblicamente nel 2002).

[8] Sebbene non ci sia stato un conflitto “ufficiale” nel 1996-1997, vi è stata molta violenza compresa un’invasione irachena delle aree curde e attacchi Usa con missili cruise.

[9] Nel 2003, mentre si svolgeva la guerra in Iraq, scrivemmo il seguente testo:

La nostra idea è che i conflitti in Medioriente fanno parte integrante dei processi di potere dell’accumulazione globale… In questo processo la “Weapondollar-Petrodollar Coalition” è diventata sempre più mescolata da un lato con i suoi governi ‘genitori’ e con i suoi ‘ospiti’ OPEC dall’altro, portando a una crescente simbiosi Stato-capitale tra di essi. Che ci sia stata o no una ‘cospirazione’ in questo fatto, e quale sia stata la natura esatta di tale ‘cospirazione’, è una questione aperta. Sfortunatamente, questo genere di questioni non sono argomenti usuali per gli spettacoli televisivi in prima serata. Occasionalmente però la verità viene alla luce, sebbene con un po’ di ritardo… Forse quando sarà il momento qualcuno pubblicherà gli ‘Exxon Papers’ segreti o un ‘Rapporto del National Security Council su energia e guerra in medio oriente’ declassificato, aprendo così una finestra sulla storia segreta dei Conflitti Energetici nella regione” (“Dominant Capital and the New Wars,” Journal of World Systems Research, 2004, Vol. 10, No. 2, p. 313).

Come si è dimostrato i documenti importanti sono emersi piuttosto rapidamente. Meno di un anno dopo la pubblicazione del nostro articolo, Greg Palast ha rivelato l’esistenza di due piani segreti-e piuttosto diversi tra loro-per il futuro del petrolio iracheno. Palast ha ipotizzato che l’invasione Usa dell’Iraq nel 2003 rifletteva due strategie in conflitto di due fazioni opposte. La prima e più rumorosa fazione, guidata dai neoconservatori e dal Pentagono, pianificava di privatizzare il petrolio iracheno, inondare il mercato e danneggiare l’ OPEC. L’altra fazione, guidata dalle grandi compagnie petrolifere ed elementi interni al Dipartimento di Stato non condivideva nessuna di queste fantasie. Avrebbe lasciato che i neoconservatori finissero il lavoro di conquistare l’Iraq e avrebbe poi mandato i suoi rappresentanti a prendere il controllo della produzione petrolifera del paese. Alla fine non c’è stata privatizzazione, inondamento del mercato e danneggiamento dell’ OPEC-un’organizzazione di cui gli Stati Uniti, come padroni dell’Iraq, erano ormai membri di fatto. Vedere Greg Palast, “Secret US Plans for Iraq’s Oil,” BBC News, March 17, 2005; Greg Palast, Armed Madhouse (New York: Dutton, 2006).

[10] Jonathan Nitzan and Shimshon Bichler, “New Imperialism or New Capitalism?” Review, 2006, Vol. XXIX, No. 1, pp. 1-86.

[11] Il coefficiente di correlazione tra le due grandezze mensili vale 0.8 per il periodo da gennaio 1974, e 0.92 per il periodo da gennaio 1979.

[12] Alan Greenspan, “Testimony of Chairman Alan Greenspan Before the Joint Economic Committee,” U.S. Congress, May 6, 2003; Bill Dudley and Paul McCulley, “Greenspan Must Go For Higher Inflation,” Financial Times, April 23, 2003, pp. 17.

[13] Jonathan Nitzan and Shimshon Bichler, “It’s All About Oil,” News From Within, Vol. XIX, No. 1, January 2003, p. 11.

[14] Tani Goldstein, “Reservists Want Peretz to Okay Perks,” Ynet, August 1, 2006.

[15] Tani Goldstein, “Bino to Ynet: ‘There Was No Need to Privatize the Refineries.'” Hebrew, Ynet, August 1, 2006.

[16] Ami Ginsburg, “What Did We Learn From the First Two Weeks of the Second Lebanon War?” Hebrew, Ha’aretz, July 28, 2006.

Jonathan Nitzan e Shimshon Bichler
Fonte: http://www.globalresearch.ca/
Link
16.11.2006

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

 
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