Di Bruno Misefari

I

 

Donde comincia e da chi è compiuta una Rivoluzione?

Un’educazione intellettuale, fatta di superficialità, ci addita a prima vista i filosofi quali fonte di ogni movimento rivoluzionario e quindi d’ogni progresso. Ma un analizzatore profondo ne scopre invece il popolo. Il filosofo, per lui, non è che la voce autorevole delle aspirazioni d’un popolo.

Platone e Aristotele infatti sacrificano l’uomo allo Stato; perché? perché tali erano ai loro giorni le greche istituzioni.

Locke riconosce la sovranità della nazione sul monarca; perché? perché egli viveva all’epoca della Rivoluzione inglese. Gli enciclopedisti abbattono ogni privilegio feudale e regale, e riconoscono la sovranità popolare in senso democratico; perché? perché vivevano in epoca in cui tali pensieri, lanciati dalla Rivoluzione inglese, erano già latenti nel popolo. Dopo la Rivoluzione del 1793, sono cangiate le condizioni popolari, e cangiano le idee: sorgono Babeuf, Proudhon, Godwin, Saint-Simon, Fourier, Marx, Bakunin; e con essi la odierna corrente di idee comuniste: l’autoritaria e l’anarchica.

Ed è logico!

Che cosa è una Rivoluzione, se non un periodo più o meno lungo di evoluzione, se non il compimento d’una evoluzione?

Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo col suo corteggio di odi, di lotte, di delitti, di vergogne e d’onte senza nome, provoca uno squilibrio fra le aspirazioni naturali al soddisfacimento dei bisogni degli uomini e la realtà esistente.

Le sofferenze sono inaudite, ed ognuno mal sopporta il presente. L’equilibrio deve essere ricomposto in un moto verso il passato e verso l’avvenire. La stasi, la passività è impossibile. Allora, allora soltanto, vediamo il popolo avanzare delle esigenze; e allora, allora soltanto vediamo sorgere il Pensatore prima e l’Eroe dopo. Il Pensatore organizza e raggruppa le condizioni e le esigenze del popolo, e le lancia abbaglianti di genio attraverso il mondo, a monito supremo verso i tiranni; mentre l’Eroe le afferma col gesto e col sacrificio. L’Idea Rivoluzionaria è nata così, prima nel popolo, poscia è passata nei filosofi.

Dal principio del mondo fino ai giorni nostri, dunque, sono le idee che procedono dai fatti e non i fatti dalle idee. E questo dimostra non solo quanto sia assurdo il concetto di alcuni che le rivoluzioni si facciano prima nel pensiero e poi nella realtà; ma dimostra anche ad evidenza e sopratutto che lerivoluzioni incominciano sempre nel popolo.

E da chi sono fatte?

La storia non ci parla di alcuna rivoluzione comparsa da sé, per grazia di dio, o nata «dalla resistenza o dall’attacco d’un parlamento, o d’una assemblea legislativa». La distruzione di un vecchio regime non è opera di una legge; ma di tutto un popolo, appunto perché è il popolo che costruisce un nuovo regime sulle rovine del vecchio, e perché «la ricostruzione della vita sociale non può compiersi senza l’opera delle moltitudini che è intrapresa in mille punti e nello stesso tempo». Se così non fosse come avrebbe valore il pensiero di Karl Marx: l’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi? Nessun governo, «nessuna dittatura ha mai trovato né mai potrà trovare l’espressione delle nuove forme di vita fino a che queste forme non si determineranno esse stesse nell’opera di ricostruzione delle masse». Tutta la storia della Rivoluzione Francese del 1789-1894 è là a dimostrare il nostro asserto. Del resto, anche l’ultima così detta Rivoluzione Ungherese ci dice chiaramente quanto sia impossibile compiere una trasformazione sociale a furia di decreti, vale a dire quanto sia impossibile a compiere dall’alto una Rivoluzione.

Le rivoluzioni dunque cominciano tutte nel popolo e solo per virtù di popolo esse si compiono.

Ora, se sono i popoli a far sorgere e compiere una rivoluzione come si spiega che attraverso i secoli, tutte le rivoluzioni non han dato ai popoli tutti i benefizi agognati e per cui scesero in lotta? In altri termini: perché queste rivoluzioni popolari sono sorte? Chi e che cosa le ha strangolate? Chi ha sempre ingannato i popoli?

Analizziamo la storia delle rivoluzioni passate. Certo, come tutte le branche della filosofia, anche la storia presenta il solito lato borghese: rivela solo ciò che è utile alla borghesia; e, perciò, così come si legge nei libri della scuola ufficiale, essa non è che l’esposizione della lotta politica dei partiti che si contendono il potere. L’aspetto economico e popolare delle rivoluzioni non è stato mai trattato. Solo Kropotkin ha fatto questo lavoro per la Grande Rivoluzione Francese. Ma noi ci insinueremo negli studi fatti dagli storici borghesi e raggiungeremo ugualmente il nostro scopo di rispondere alle precedenti domande. Il nostro lavoro presenterà delle lacune, certamente; ma esso basta — incompleto, com’è — a dimostrare il nostro assunto e cioè che l’Autoritarismo, il Potere è stato sempre in agguato, mentre il popolo versava il suo sangue nel bagliore della lotta insurrezionale contro i tiranni, e che subito sorgeva fermata a metà strada la rivoluzione popolare e perciò la uccideva a beneficio di una nuova classe; ovverosia che le Rivoluzioni — tutte le Rivoluzioni — sono state sempre strangolate dal Giacobinismo, dal principio d’Autorità, che mette capo allo Stato.

 

Uno dei primi movimenti essenzialmente rivoluzionari è:

 

Il movimento Comunista Cristiano

Avvilito dall’enorme peso di sfruttamento e di oppressione dell’Impero Romano, il popolo di Giudea, come del resto tutti gli altri popoli da quello oppressi, non poteva non sentire dei bisogni di libertà, di benessere e di pace.

Poteva dunque progredire; e spinto dall’istinto anarchico che risiede in fondo ad ogni popolo, tentò di realizzare le sue aspirazioni comuniste, predicate anche dal Cristo. «Ma la corrente autoritaria che si incarnava negli Apostoli fece degenerare il movimento in un movimento di Chiesa, costrutta sul modello delle chiese degli ebrei e della Roma Imperiale stessa; e ciò uccise quanto il cristianesimo al suo inizioaveva di anarchico, gli diede delle forme romane e ne fece ben tosto il sostegno principale dell’autorità, dello stato, della schiavitù, dell’oppressione». Il movimento moriva cosi strangolato dall’autoritarismo degli Apostoli, nel popolo giudaico fu spenta ogni energia rivoluzionaria: non potendo conquistare il regno della terra, si rivolse alla conquista del Regno dei Cieli; prevalsero le massime di umiltà e d’indifferenza alle cose terrene; e sul mondo scese una notte lunga di secoli.

 

Movimento degli Hussiti in Boemia (1415-1435)

Altro movimento rivoluzionario popolare, di spiccate tendenze anarchiche, è il movimento degli Hussiti, scoppiato in Boemia dal 1415 al 1435.

I contadini espropriavano i beni signorili e tentavano l’esperienza della “Comunità dei beni”. Ma il giacobinismo vegliava e si armava contro questo generoso e naturale esperimento.

Giovanni Ziska fu l’incarnazione di questo autoritarismo. Creò un partito intrufolandosi nel movimento popolare. Quando dominò le folle ed ebbe il loro cuore, mise in azione le sue forze antirivoluzionarie e dittatoriali: mise su un esercito di contadini che in lui fidavano per realizzare le loro aspirazioni: fermò l’insurrezione comunista a metà strada: la uccise e divenne il Vicerè di Boemia.

 

Movimento degli Anabattisti in Germania

Altro movimento rivoluzionario che ebbe un fondo anarchico, fu il movimento anabattista dei XVI secolo, che inaugurò e fece la Riforma (1521).

«La Germania intera — dice lo storico Freeman — fu messa a soqquadro da una gigantesca rivolta di contadini… Gli anabattisti, fanatici, non solo predicavano pericolose dottrine religiose», ma cercavano ancora di sconvolgere il Governo e la società, tanto da trascinare le popolazioni della campagna e il basso popolo delle città a moti sediziosi e socialistici». Era un movimento comunista che cercava di imporsi.

«Ma schiacciato da quelli tra i riformisti — dice il Manfroni — che diretti da Lutero, si allearono coi Principi anche cattolici contro i contadini ribelli, tale movimento fu soffocato da un grande massacro di contadini e di basso popolo delle città. Poscia, l’ala destra dei riformati degenerò poco a poco, fino a diventare quel compromesso con la sua propria coscienza e lo Stato, che esiste oggi sotto il nome di protestantesimo».

L’autoritarismo, incarnato in Lutero e nei suoi seguaci, schiantò il movimento anabattista in Germania.

 

II

 

Rivoluzione dei Paesi Bassi (1566)

Così, come pel movimento degli Hussiti, accade pel movimento dei Paesi Bassi.

Ogni rivoluzione è un movimento essenzialmente economico; e può avere a bandiera un programma religioso e politico, ma sotto di essa nascondersi sempre l’aspirazione popolare al godimento dei bisogni ed alla libertà; vale a dire sotto quel programma c’è sempre quello della rivoluzione sociale.

Così la rivoluzione dei Paesi Bassi ha per bandiera la libertà religiosa voluta dal protestantesimo perseguitato, e quindi la soppressione del potere assoluto dei Re, persecutori del protestantesimo, e della indipendenza politica, voluta dalla nascente borghesia. Ma all’ombra di questa bandiera voi vedete chiaro un movimento comunista, seguito necessario del movimento anabattista; proprio come questo è il seguito necessario del movimento Hussita. «La stessa dottrina degli anabattisti — dice Monfroni — che aveva sollevate e trascinate in Germania le popolazioni della campagna a moti sediziosi e socialistici, aveva trovato favore in molte città dei Paesi Bassi e specialmente ad Amsterdam».

Il movimento era dunque comunista, ma il sentimento religioso del popolo, coincidendo con quello dei nobili, i quali appoggiavano e aiutavano apertamente il movimento della Riforma per entrare in potere dei beni del clero spodestato, e con quello della nascente borghesia, che voleva l’indipendenza politica, creò uno degli equivoci dolorosi per cui il popolo fu ingannato: fece apparire qual rivoluzionari i borghesi e anche i nobili, che si erano ribellati al Re Filippo II, perché questi, rompendo la tradizione di nominare a governatore generale dei Paesi Bassi uno di sangue reale del luogo, aveva nominato invece Emanuele Filiberto di Savoia.

Di modo che alla rivoluzione popolare si univa il malcontento dei borghesi e la ribellione dei nobili contro la dinastia spagnola. Fu facile quindi ad un principe, Guglielmo D’Orange, di fermare a metà l’insurrezione proletaria comunista, inalberando il vessillo ipocrita dell’indipendenza politica, tanto comodo a nobili e a borghesi. Soppressi i più fidi amici del popolo finì con l’uccidere in breve tempo l’agitazione popolare.

Come la uccise? L’insurrezione divampava per la Nazione: gli agenti del principe, ultimi arrivati, nel momento in cui il popolo cominciava a ricostruire il nuovo ordine di cose, intrigavano con tutti i mezzi e omogeneamente facendo eleggere(ecco il Potere!) nuovi magistrati favorevoli alla rivoluzionee facendo proclamare l’obbedienza al principe stesso quale ex governatore di Olanda, «secondo i suggerimenti, dice il Manfroni, dati dagli agenti del principe». Di modo che il moto non solo comunista, ma anche apertamente anti-monarchico, si trasformava per virtù del partito Orangiano in un moto contrario al governatore generale.

La rivoluzione proletaria aveva già ricevuto il primo colpo fatale: il dittatore era nato. Ma, volendo questi raccogliere i frutti della sollevazione popolare, tentò di irreggimentare la rivoluzione; formò alla meglio un esercito e marciò contro il Duca D’Alba, emissario del Re. Non ebbe fortuna; e le conquiste dell’insurrezione furono annullate in alcune Regioni dalla reazione militaresca del Duca D’Alba. Ma, mentre ciò accadeva in queste regioni, in quelle del Nord «le cose volgevano assai favorevolmente per il popolo insorto». Ma il dittatore lavoral’ambiente anche lassù, col malefico principio del potere, e ottiene anche per quelle regioni «i pieni poteri civili e militari», onde poté avere «il diritto di riscuotere imposte, di levar soldati, di pronunziare sentenze e di compiere tutto quello che egli e i suoi luogotenenti credessero opportuno per la guerra contro il Re».

La dittatura era instaurata: la rivoluzione era colpita a morte, per sempre; e le lotte successive che quel popolo combatté non furono altro che le lotte del Principe per assicurarsi la dittatura.

 

Rivoluzione Inglese (1648)

Così e non molto dissimilmente dalla rivoluzione dei Paesi Bassi è avvenuto per la Rivoluzione Inglese. Non era paese ove il feudalesimo avesse imperato con tanta violenza e con tanta infamia come in Inghilterra. Ognuno di voi avrà letto nel Capitaledi Karl Marx quelle pagine in cui parla della formazione della proprietà nobiliare e ne ha tremato di sdegno. — Io non ne dico di più. — Dirò solo che per le grandi insofferenze in cui soggiaceva il popolo una rivoluzione si imponeva. E la rivoluzione è nata sotto il vessillo dell’indipendenza religiosa e dell’abolizione del potere assoluto dei Re e della servitù della gleba. — Anche essa nasconde l’aspirazione delle masse a inaugurare un nuovo ordine di cose in senso comunista. «Il risveglio generale delle menti, dice il Freeman, a speculazioni filosofiche sull’eguaglianza dell’umanità, le quali ebbero per conseguenza delle rivolte di contadini. La setta dei follardi, seguaci di Wickliff, mescolò il movimento religioso con quello sociale». Dalla Scozia all’Irlanda in un breve volger di tempo fu tutta una serie di insurrezioni gigantesche e sanguinose. Nella sola Irlanda si contano oltre 50.000 morti fra i seguaci dei Re d’Inghilterra. E prima ancora che questo movimento venisse infranto, tutta la città di Londra stessa si levò in armi e il re fu costretto a fuggire per non cadere vittima del furore popolare (1642). Ma il movimento insurrezionale era anche qui insidiato dal Giacobinismo, dalla dittatura; e Oliver Cromwell, sua incarnazione, con la testa di Re Carlo I faceva rotolare nel paniere del boia anche le aspirazioni comuniste del popolo d’Inghilterra.

 

Rivoluzione Francese (1789-1793)

Che dire poi della grande Rivoluzione Francese? Sarebbe fare oltraggio alla vostra educazione intellettuale se volessi intrattenervi dettagliatamente su quel meraviglioso, gigantesco movimento rivoluzionario, che cotanti larghi orizzonti aprì ai popoli del mondo.

Vi dirò invece in succinto la parte essenziale di esso, in rapporto alla nostra discussione, riportando le scultoree parole del nostro Kropotkin. — Da esse risulta come la causa della morte della Rivoluzione Comunista, iniziata e voluta dal basso popolo di Francia, sia stato il Giacobinismo della classe borghese.

«Noi vediamo nella Rivoluzione Francese — dice il Kropotkin — prima di tutto, un grande movimento popolare, soprattutto contadino campagnolo, movimento che aveva per scopo principale l’abolizione dei resti della schiavitù feudale e la ripresa, da parte di tutti i contadini, delle terre rapite da ogni sorta di ladri ai comuni di campagna, e in questo, sia detto fra parentesi, si riuscì specialmente nell’est della Francia.

Una situazione rivoluzionaria essendo stata creata dalle sollevazioni dei contadini, che continuarono durante quattro anni, nello stesso tempo, da un lato si sviluppò, soprattutto nelle città, una tendenza verso l’uguaglianza comunista, e dall’altro si vide crescere il potere della borghesia, che lavorò con grande intelligenza per stabilire la propria autorità, in luogo di quella sistematicamente demolita della monarchia e della nobiltà. All’uopo, i borghesi lottavano aspramente, crudelmente quando occorreva, per costruire uno Stato potente, accentrato, che assorbisse tutto ed assicurasse loro il diritto di proprietà (in parte sopra i beni appena acquistati durante la rivoluzione), come pure la piena libertà di sfruttare i poveri e di speculare sulle ricchezze nazionali, senza alcuna restrizione legale.

Quest’autorità, questo diritto allo sfruttamento, questo lasciar fare unilaterale, essa l’ottenne infatti e per mantenerlo creò la sua forma politica: il governo rappresentativo nello Stato accentrato. (La Rivoluzione era uccisa).

E in tale accentramento statale creato dai Giacobini, Napoleone trovò il terreno del tutto preparato per instaurare prima la dittatura consolare e poi…. l’impero. Così pure cinquant’anni dopo, Napoleone III trovò a sua volta, nel sogno di una repubblica democratica accentrata, sviluppatasi in Francia verso il 1848, gli elementi già pronti del secondo impero. E di questa forza accentrata, che uccise durante settant’anni ogni vita sociale, ogni sforzo, sia locale sia all’infuori dei poteri dello Stato (lo sforzo professionale, il sindacato, l’associazione privata, il comune, ecc.), la Francia soffre ancora ai nostri giorni. Il primo tentativo per rompere questo giogo dello Stato — tentativo che apre per ciò un’era storica — non fu fatto che nel 1871 dal proletariato parigino.

 

III

 

Che risulta da tutto quanto abbiamo visto? Qual è l’insegnamento che la storia delle rivoluzioni passate ci impartisce?

Eccolo: La corrente popolare è stata strangolata sempre dalla corrente autoritaria e dittatoriale. Il popolo, dunque, ha sempre perdute le sue battaglie, perché ha permesso a un partito di dominare, di accentrare il Potere nelle sue mani, piuttosto che di restare in rivoluzione in permanenza, fino al completo trionfo delle sue aspirazioni, contro ogni pericolo di re, di nobili, di borghesi e di politicanti Dittatoriali.

Il Potere: ecco il grande nemico dei popoli! Esso è lo strangolatore della rivoluzione. Tutte le rivoluzioni sono rimaste soffocate dalle classi che ingannando i popoli hanno costituito un Potere. Ora, se questo è l’insegnamento della storia, vorrà ancora nulla impararne il popolo lavoratore? Vorranno ancora i socialisti statali, restare legati al loro sogno di socializzazioni degli strumenti di lavoro nelle mani di uno Stato accentrato? Vorranno per questo loro sogno fermare a metà strada la rivoluzione proletaria, che sta rombando, con urli di vendetta o di giustizia, da mare a mare? Se la morte delle rivoluzioni precedenti è dovuta alla costituzione di un potere, è proprio questa forza di autorità che bisogna rompere e immobilizzare se si vuol realmente vincere la prossima battaglia. L’analisi dei diversi movimenti rivoluzionari ha confermato il nostro modo di vedere: onde non è inopportuno ripetere ancora una volta col Kropotkin che «la futura rivoluzione sociale non deve essere concepita come una dittatura giacobina o come una trasformazione sociale compiuta da una convenzione, da un parlamento o da un dittatore. In questo modo non si è fatta mai alcuna rivoluzione, e se la sollevazione popolare prendesse tal piega, sarebbe condannata a perire senza dare un frutto duraturo. La rivoluzione deve essere concepita come un movimento popolare che prenda una larga estensione e durante il quale in ogni città e villaggio invaso dal movimento insurrezionale, le moltitudini si mettano esse stesse al lavoro di ricostruzione della società. I contadini e gli operai, il popolo tutto dovrà cominciare egli stesso l’opera ricostruttiva, edificatrice su principi comunisti più o meno larghi, senza aspettare ordini e disposizioni dall’alto. Dovrà prima d’ogni altra cosa fare in modo che tutti abbiano il nutrimento e l’alloggio e poi pensare a produrre precisamente quanto sarà necessario per nutrire, alloggiare e vestire tutti. In quanto al Governo noi non riponiamo in esso speranza alcuna e diciamo fin da ora che non potrà far nulla, sia poi costituito per forza o per elezione, sia esso la Dittatura del proletariato, come la si chiama fin dal 1840, o sia anche un governo provvisorio o una convenzione. E lo diciamo perché tutta la storia c’insegna che mai gli uomini innalzati al Governo dalle onde rivoluzionarie sono stati all’altezza della loro situazione. Non potevano esserlo, perché nel lavoro di ricostruzione d’una società su principi nuovi, degli uomini isolati, per quanto intelligenti e disinteressati essi siano, sono sicuri di sbagliare. Fa d’uopo invece lo spirito collettivo delle moltitudini esercitato sulle cose concrete: il campo arato, la casa abitata, la fabbrica in attività, la ferrovia d’una data linea, il piroscafo a vapore. Uomini isolati possono talvolta trovare l’espressione legale, la formula per una distruzione di vecchie forme sociali, quando questa distruzione sta già per compiersi! — Tutt’al più possono allargare un po’ questa opera distruttrice, estendendo a tutto il territorio ciò che si fa soltanto in una parte di esso. Ma imporre la distruzione con una legge è assolutamente impossibile, come l’ha provata, per esempio, tutta la storia e la rivoluzione francese del 1789-1794», e ultimamente la rivoluzione così detta d’Ungheria.

«In quanto alle nuove forme di vita che incominceranno a sbocciare dopo una rivoluzione sulle rovine delle forme precedenti, nessun Governo potrà mai trovare la loro espressione, fin tanto che queste forme non si determineranno esse stesse nell’opera di ricostruzione delle moltitudini, intrapresa su mille punti nello stesso tempo. Chi aveva presagito o avrebbe potuto comunque presagire, infatti, prima del 1789, quale funzione avrebbero avuto le municipalità, la comune di Parigi e le sue sezioni, negli avvenimenti rivoluzionari del 1789-1794? Non si legifera l’avvenire. Tutt’al più si possono presagire le tendenze essenziali e sgombrar loro il cammino».

In ogni modo l’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi, non mai opera di un gruppo o di un uomo o di un partito, cha la redenzione dei lavoratori anche in buona fede voglia decretata dall’alto di un governo dittatoriale.

Guardate l’Ungheria! Il partito comunista, senza attendere l’insurrezione popolare, occupa i poteri dello Stato, decreta il comunismo. Che avviene? Il popolo lo accetta. Ma la reazione francese infuria alle frontiere: l’Ungheria è presa in un cerchio di ferro e di fuoco. Il partito comunista fa miracoli di costanza, d’audacia e di eroismo; ma il popolo, la grande massa di popolo?… Quale differenza fra il popolo della Comune Ungherese e quello della Comune di Parigi! I parigini combattevano fino all’ultimo e a decine di migliaia furono perciò trucidati. Gli ungheresi dopo le prime battaglia curvarono la fronte al giogo borghese senza l’eroico gesto del sacrificio. E tutto questo perché? Perché i parigini fecero da loro stessi, col loro sangue, la Comune, mentre gli ungheresi l’hanno avuta in regalo dall’alto!

«Ogni periodo rivoluzionario, insegna F. S. Merlino, dovendo essere la gestazione del nuovo ordine sociale, deve già contenerne tutti gli elementi e compierne o abbozzarne tutte le rivendicazioni. Più demolizioni e più rivendicazioni saranno fatte in esso periodo, e più salda sarà la base dal nuovo ordine di cose.

Anzi la sicurezza e la durata del movimento dipendono dalla somma di demolizioni e di rivendicazioni compiute per tempo: se ci è lecito di esprimerci così, la possibilità di avanzare in una seconda, terza, quarta giornata, dipende dalla quantità di lavoro eseguito nella prima, seconda, terza giornata; dissodato il terreno prima rimuovete gli incontri, e il frutto verrà poi regolarmente di anno in anno con poca fatica: impartite alla macchina il moto e questo procederà sempre più veloce: ma il primo lavoro deve essere intenso, il primo sforzo deve essere tale almeno che il moto segua. Le mezze misure, i palliativi, le dichiarazioni astratte e le velleità di legiferare sono lo scoglio contro cui può andare ad infrangersi il prossimo movimento rivoluzionario».

No, no, non vi lasciate disarmare, o lavoratori, appena vinta l’insurrezione; non vi lasciate impaludare nelle fredde gore d’una dittatura. Lasciate che la rivoluzione si dia tutta in braccio al genio multianime della distruzione! Lasciate che il popolo armato si scateni su tutto e tutti e rinnovi alfine con le proprie mani la sua vita!

Niente governi provvisori, niente comitati di salute pubblica, niente dittature!

Per fugare la contro-rivoluzione, per schiacciare la testa alla tirannide borghese e statale, per distruggere il passato non c’è altro mezzo che lasciare armata la folla; proprio come per ricostruire la vita sociale non c’è altro mezzo che lasciar libera, assolutamente libera, la folla. Il suo istinto naturale di mutuo appoggio saprà da solo riorganizzare la vita dopo l’insurrezione vittoriosa.

Ad occupar dei seggi, gli amici ed i compagni in fregola da dittatura, avran sempre tempo. Quando abolita la società capitalista statale e inaugurata quella dei liberi produttori e degli uomini fratelli, se hanno delle qualità speciali, potranno benissimo entrare nell’amministrazione economica della loro società o consigliare i loro fratelli per una data azione nei liberi consessi popolari, e compiere così tutto intero il loro dovere. Ma fino ad allora no. Fino ad allora non ci ha da essere che un solo proposito, espresso dal grido di guerra: Perché la rivoluzione trionfi abbasso il potere!

 

IV

 

Mi si dirà: E avete dimenticato la rivoluzione Russa? Non vedete che essa vive mercè la Dittatura del proletariato? No; non l’abbiamo dimenticata, e se volete vi diamo il nostro parere, eccovelo: La Rivoluzione Russa è stata fermata a metà strada dalla Dittatura dei Bolscevichi, che non è la Dittatura del Proletariato vera e propria, giacché questa consiste nella Rivoluzione armata in permanenza delle classi lavoratrici, contro le classi parassitarie, mentre quella di Russia è l’inaugurazione e il dominio di un governo di socialisti.

In una recente lettera, scritta in tedesco, Pietro Kropotkin, della Russia rivoluzionaria, il quale vede e studia e conosce meglio degli altri le cose e gli uomini di Russia, così si esprime:

«La Rivoluzione Russa — insinuatrice delle due grandi rivoluzioni inglese e francese — si sforza di progredire dal punto ove si è fermata la Francia quando ebbe raggiunta la nozione dell’eguaglianza di fatto, vale a dire dell’eguaglianza economica.

Disgraziatamente questo tentativo è stato fatto in Russia sotto la dittatura fortemente centralizzata di un partito, quello dei massimalisti. Lo stesso tentativo era stato fatto da Babeuf e dai suoi seguaci, tentativo centralista e giacobino. Debbo francamente confessare che, a mio modo di vedere, questo tentativo di edificare una repubblica comunista su basi statali fortemente centralizzate, sotto la legge di ferro della dittatura di un partito, sta risolvendosi in un fiasco formidabile. La Russia c’insegna come non si debba imporre il comunismo, sia pure da una popolazione stanca dell’antico regime ed impotente ad opporre una resistenza attiva all’esperimento dei nuovi governanti.

L’idea dei soviet, e dei consigli di operai e contadini, già preconizzata durante il tentativo rivoluzionario del 1915 e realizzata senz’altro il febbraio del 1917, fu un’idea meravigliosa. Il fatto stesso che questi consigli debbano controllare la vita politica ed economica del paese suppone ch’essi debbono esser composti da tutti quanti partecipano personalmente alla produzione della ricchezza nazionale.

Ma fintantoché un paese è sottoposto alla dittatura di un partito, i consigli di operai e contadini perdono evidentemente ogni significato. La loro funzione si riduce alla parte passiva rappresentata nel passato dagli Stati generali e dai parlamenti, convocati dal monarca e costretti a tenere testa ad un onnipotente consiglio reale.

Un consiglio del lavoro non può essere un corpo consultivo libero ed efficace quando manchi la libertà di stampa, situazione in cui ci troviamo in Russia da quasi due anni col pretesto della guerra. E quando le elezioni sono state fatte sotto la pressione dittatoriale di un partito, i consigli di operai e contadini perdono la loro forza rappresentativa. Si vuole giustificare tutto ciò dicendo che per combattere l’antico regime occorre una legge dittatoriale. Ma ciò costituisce un regresso quando si tratta di procedere alla costruzione di una nuova società su basi economiche nuove. Essa equivale alla condanna a morte della ricostituzione.

Sul come procedere per rovesciare un governo già in sfacelo non mancano esempi antichi e moderni. Altra cosa è creare di getto nuove forme di vita sociale — specie di forme di produzione e di scambio — di cui mancano gli esempi da imitare. Allora un governo che si proponga di regolare ogni cosa nei più intimi dettagli e che non vi riesce, pur disponendo di un esercito illimitato di funzionari, questo governo diventa una fonte di abusi infiniti. Esso sviluppa una burocrazia così vasta, che lo stesso sistema burocratico francese per il quale, per vendere un albero rovesciato da un uragano, è richiesto il concorso di quaranta funzionari, appare come un’inerzia. È lo stato di cose a cui assistiamo oggi in Russia. Ed è ciò che voi, lavoratori d’Occidente, dovete evitare, se avete a cuore il successo della ricostituzione sociale. Mandate in Russia i vostri delegati per rendervi conto da vicino come una rivoluzione sociale opera nella vita reale…

L’immane lavoro ricostruttivo richiesto dalla rivoluzione sociale non può essere l’opera di un governo centrale, anche se questi dispone per guidarlo di qualcosa di meglio che i soliti manuali socialisti od anarchici. Gli occorrono le cognizioni, la mente e la collaborazione volontaria di una moltitudine di forze locali e specializzate le quali soltanto sono in grado di risolvere con successo i vari problemi economici nei loro aspetti locali. Respingendo questa collaborazione per far unico assegnamento sulle qualità geniali di singoli dittatori di partito, equivale alla distruzione degli organismi indipendenti, come le organizzazioni professionali e le cooperative locali, riducendole, come è il caso attualmente in Russia, a semplici accessori burocratici del partito».

L’unica, la più grande, la più bella conquista dei proletari russi — i Soviet costituiti quando Lenin e Trostky erano cento miglia lontani dalla Russia e volevano la Repubblica democratica! — i Soviet hanno perso ogni significato, grazie alla Dittatura Bolscevica, e perdono sempre più «la loro forza rappresentativa» perché le elezioni sono fatte sotto la pressione della Dittatura del partito bolscevico. E dove mai la Dittatura del Proletariato, dov’ è mai la Rivoluzione, quando il popolo non puòesprimere il suo parere e, peggio ancora, quando un partito, anche se socialista, denatura le conquiste popolari a detrimento del popolo? No: la Rivoluzione Russa è stata fermata dai bolscevichi. Questo è il vero.

Io vedo una barca veliera tra i flutti di un mare in corrusco: vedo il cielo gravido di tempesta: sento una voce disperata chiamare al gran soccorso.

Sorgete! Suonate a stormo le vostre campane, o lavoratori, o grandi presenti e sempre assenti, o eterni ingannati da re e da preti, da signori e da politicanti! «Voi avete fatto tutto, potete distrugger tutto, perché potete rifare». Per legge naturale di evoluzione, la rivoluzione è alle porte d’Italia; per legge storica la Rivoluzione sarà eminentemente comunista ; per legge di cose anche adesso sono in lotta le due grandi correnti: la popolare e la dittatoriale, l’una — la corrente popolare — voi la trovate in tutti i moti espropriatori dei contadini di Calabria, di Puglia, del Lazio, dei minatori di Sicilia, dei metallurgici di Sestri Ponente e di Napoli; la trovate in tutte le rivolte collettive, che sorgono e si affermano indipendentemente e contro gli ordini di disciplina impartita dai dirigenti delle organizzazioni proletarie. L’altra corrente, la dittatoriale, voi la vedete nella tendenza malefica dei dirigenti che tenta di dominare con una disciplina dittatoriale la classe proletaria ribelle e che sconfessa i moti di Mantova, che esaurisce con la mancanza della solidarietà proletaria il meraviglioso sciopero degli operai torinesi, che firma contro il parere di una enorme massa di operai dei concordati capestro come quello dell’Ilva di Napoli, che esaurisce la energia rivoluzionaria con gli scioperi burletta di 24 ore. È quella che mentre il popolo insorge, che mentre il popolo grida a gran voce la rivoluzione sociale, invece di armi compra case e tipografie per quotidiani, e che peggio ancora vuole inquadrare una rivoluzione che è incapace di far divampare, in certi angusti schemi dittatoriali, quasi questi non fossero la soppressione della libertà, e quasi il socialismo potesse vivere o trionfare senza la libertà!

No, lavoratori, non permettete che la dittatura di un partito e quindi di un gruppo di uomini, fermi la rivoluzione proletaria che deve spingersi più avanti che sia possibile onde il benessere, la pace e la libertà del genere umano sia al fine un fatto compiuto.

I dittatori sono assenti sempre quando voi sorgete in armi, e rovesciate con una insurrezione gigantesca, formidabile, spaventosa, tremenda, l’oppressione capitalistica e statale. No. Contro ogni pericolo di dittatura che rappresenta sempre una controrivoluzione, abbiate sempre un solo pensiero: il trionfo della Rivoluzione.

E perché questo sia, restate sempre in rivoluzione in permanenza fino a che sul mondo non avrà stese le ali candide e pure l’Anarchia, che è l’unica convivenza logica del genere umano, che è il coronamento politico del socialismo, che è il trionfo necessario e sufficiente della rivoluzione sociale internazionale per cui noi anarchici siamo pronti a combattere col popolo e pel popolo, senza pennacchi al cimiero, senza usberghi di sicurezza, senza manie dittatoriali, ma col cuore ancora e sempre aperto ai voli della libertà più sconfinata e del godimento più puro di tutte le gioie umane.

 

[L’Avvenire Anarchico, n. 25 del 13/8/1920, n. 26 del 20/8/1920, n. 27 del 3/9/1920, n. 28 del 17/9/1920]

Fonte: http://finimondo.org/node/560

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