DI THIERRY MEYSSAN
voltairenet.org

Le operazioni condotte contro Libia e Siria mettono in campo i medesimi attori e le stesse strategie. Ma i risultati nei due casi sono molto differenti dal momento che queste nazioni non sono paragonabili tra loro. Thierry Messyan analizza questo mezzo scacco delle forze coloniali e contro-rivoluzionarie e prevede un nuova reazione violenta nel mondo arabo.

Il tentativo di colpo di stato ai danni del governo siriano ricorda per diversi punti quello che è stato provato in Libia, benché i risultati siano molto differenti in ragione delle particolarità sociali e politiche. Il progetto di colpire simultaneamente questi due stati era stato annunciato il 6 maggio 2002 da John Bolton quand’era Vicesegretario di Stato dell’amministrazione Bush, e la sua realizzazione da parte dell’amministrazione Obama nove anni più tardi, nel contesto del risveglio arabo, non è priva di problemi.

Il ministro francese degli Affari Esteri, Alain Juppè, con il suo omologo americano Hillary Clinton,
in un incontro tenuto il 6 giugno a Washington.

Così come in Libia, il piano iniziale mirava a favorire un colpo di stato militare, ma si è rapidamente dimostrato impossibile trovare gli ufficiali adatti allo scopo. Secondo le nostre informazioni, un piano pressoché identico è stato preso in considerazione per il Libano. In Libia era nata l’idea del complotto e il colonnello Gheddafi aveva fatto arrestare il Colonnello Abdhallah Gehani [1]. In ogni caso, il piano originale è stato necessariamente rivisto nel contesto inatteso della “Primavera Araba”.

L’azione militare

L’idea principale era quindi di provocare dei tumulti in una zona molto delimitata e di proclamarvi un emirato islamico che potesse servire da base per lo smantellamento del paese.
La scelta del distretto di Daraa si spiega perché è confinante sia con la Giordania che con il Golan occupato da Israele. Sarebbe stato così possibile approvvigionare i secessionisti.

È stato creato artificialmente un incidente chiedendo a degli studenti di iniziare delle provocazioni. La cosa ha funzionato al di là di ogni aspettativa, tenuto conto della brutalità e della stupidità del governatore e del capo della polizia locale. Nel momento in cui sono iniziate le manifestazioni, dei cecchini sono stati piazzati sui tetti per sparare a caso tra la folla e tra le forze dell’ordine: uno scenario identico a quello impiegato a Bengasi per suscitare la rivolta.

Altri scontri sono stati pianificati, sempre nei distretti di confine per garantire una base arretrata, dapprima alla frontiera nord del Libano, poi a quella turca.

I combattimenti sono stati portati avanti da piccole unità, composte spesso da una quarantina di uomini tra persone reclutate sul posto e nuclei di mercenari stranieri provenienti dalle reti del principe saudita Bandar bin Sultan. Bandar stesso è venuto in Giordania a supervisionare l’inizio delle operazioni relazionandosi con ufficiali, sia della CIA che del Mossad.

Ma la Siria non è la Libia e il risultato è stato opposto. In effetti, mentre la Libia è una nazione creata dalle potenze coloniali, unendo con la forza Tripolitania, Cirenaica e Fezzam, la Siria è una nazione storica ridotta alla sua più semplice espressione dalle stesse potenze coloniali. La Libia è dunque spontaneamente soggetta all’azione di forze centrifughe, mentre diversamente la Siria attira forze che sperano di ricostruire la Grande Siria (che comprenderebbe Giordania, Palestina occupata, Libano, Cipro ed una parte dell’Iraq). La popolazione dell’attuale Siria può solo opporsi ai progetti di suddivisione.

D’altra parte si può confrontare l’autorità del colonnello Gheddafi e quella di Hafez el-Assad, padre di Bachar. Arrivati al potere nello stesso periodo, hanno utilizzato intelligenza e brutalità per imporsi. Al contrario però, Bachar el-Assad non ha preso il potere e non voleva prenderlo. Ha accettato questo compito alla morte di suo padre solo perché suo fratello era morto e solo una successione in famiglia avrebbe evitato una guerra di successione tra i generali di suo padre.
Se esponenti dell’esercito sono venuti a cercarlo a Londra dove esercitava tranquillamente la professione di oftalmologo, significa che è stato il suo stesso popolo ad armarlo. Egli è incontestabilmente il leader politico più popolare in Medio Oriente. Fino a due mesi fa era anche l’unico che si spostava senza scorta e che non evitava i bagni di folla.

L’operazione militare di destabilizzazione della Siria e la campagna di propaganda che l’ha accompagnata sono state organizzate da una coalizione di paesi sotto il coordinamento USA, proprio come la NATO coordina stati membri e non dell’Alleanza per bombardare e stigmatizzare la Libia. Come indicato sopra, i mercenari sono stati messi a disposizione dal principe Bandar bin Sultan, che è stato improvvisamente costretto a intraprendere un viaggio internazionale fino in Pakistan e Malesia per ingrandire la sua armata personale spiegata da Manama a Tripoli.
Si può citare a titolo di esempio l’installazione di un centro di telecomunicazioni apposito nei locali del Ministero libanese delle Telecomunicazioni. Ben lungi dall’incitare la popolazione contro il regime, questo bagno di sangue ha provocato un sussulto di spirito nazionalista attorno al presidente Bachar el-Assad. I siriani, consapevoli che si cerca di spingerli in una guerra civile, hanno fatto blocco. L’insieme delle manifestazioni anti-governative hanno riunito dalle 150 alle 200 mila persone su una popolazione di 22 milioni di abitanti. Al contrario le manifestazioni a favore del governo hanno radunato folle come il paese non aveva mai visto.

Le autorità hanno reagito agli avvenimenti con sangue freddo. Il presidente ha quindi realizzato le riforme che era già intenzionato a intraprendere da tempo e che la maggior parte della popolazione frenava solo per evitare di occidentalizzare la società. Il partito Baas ha accettato il multipartitismo solo per non scivolare nell’anarchia. L’esercito non ha represso i manifestanti, contrariamente a quanto hanno riferito i mezzi di informazione occidentali e sauditi, ma ha semplicemente combattuto i gruppi armati.
Sfortunatamente gli ufficiali superiori che erano stati formati in Unione Sovietica non hanno dato prova di gestire efficacemente i civili presi tra due fuochi.

La guerra economica

La strategia occidentale-saudita a questo punto si è evoluta. Dal momento che Washington si è resa conto che l’azione militare non riusciva velocemente a portare il paese nel caos, ha deciso di agire a livello sociale nel medio termine. L’idea è che la politica del governo di al-Assad stesse creando una classe media (unica garanzia efficace di democrazia) e che fosse possibile rigirargli contro questa stessa classe media. Per fare questo occorreva causare un crollo economico del paese.

Ora, la principale risorsa della Siria è il suo petrolio, anche se la produzione non è confrontabile ai volumi di quella dei ricchi paesi vicini. Per la commercializzazione occorre disporre di asset nelle banche occidentali in grado di servire da garanzia durante le transazioni. Era sufficiente congelare questi beni per soffocare il paese. Occorreva dunque screditare l’immagine della Siria per far accettare alle popolazioni occidentali delle “sanzioni contro il regime”.
Al principio il congelamento dei beni richiedeva una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma la cosa era molto improbabile. La Cina, che era già stata costretta a rinunciare al suo diritto di veto in occasione dell’attacco alla Libia sotto la minaccia di perdere il petrolio saudita, non avrebbe potuto probabilmente opporsi. Ma la Russia sì, e in conseguenza di questo avrebbe perso la sua base navale nel Mediterraneo e avrebbe visto la sua flotta del Mar Nero rimandata oltre lo Stretto dei Dardanelli. Per intimidirla, il Pentagono ha impiegato l’incrociatore USS Monterrey nel Mar Nero per mostrare in ogni modo che le ambizioni navali russe sono poco realiste.

Sia quel che sia, l’amministrazione Obama può risuscitare il Syrian Accountable Act del 2003 per congelare i beni siriani senza aspettare una risoluzione dell’ONU o richiedere il voto al Congresso. La storia recente ha mostrato, in particolare a proposito di Cuba e Iran, che Washington può agevolmente convincere i suoi alleati europei ad allinearsi sulle sanzioni prese in modo unilaterale.

È per questo che oggi la vera posta in gioco si sposta dal campo di battaglia a quello dei media. L’opinione pubblica occidentale scambia più facilmente lucciole per lanterne di quanto non creda, non conoscendo granché della Siria e restando abbagliata dal fascino delle nuove tecnologie.

La guerra mediatica

In primo luogo la campagna di propaganda focalizza l’attenzione del pubblico sui crimini attribuiti al “regime” per evitare qualsiasi domanda a proposito di questa nuova opposizione. Questi gruppi armati non hanno in effetti niente in comune con gli intellettuali contestatori che prepararono la Dichiarazione di Damasco. Provengono dagli ambienti estremisti sunniti.
Questi fanatici respingono il pluralismo religioso dell’est e sognano uno stato che assomiglia a loro. Non combattono il presidente Bachar el-Assad perché lo trovano troppo autoritario, ma perché è alauita, come dire eretico ai loro occhi.
Da allora la propaganda anti-Bachar si è basata sul rovesciamento della realtà.

A destra, Tom Mc. Master il vero autore del blog Gay Girl in Damascus

A divertente titolo di esempio, ricordiamo il caso del blog Gay Girl in Damascus creato nel febbraio scorso.
Questo sito Internet realizzato in lingua inglese dalla giovane Amina è diventato una fonte per molti media atlantici. L’autrice vi descriveva le difficoltà di una giovane lesbica di vivere sotto la dittatura di Bachar e la terribile repressione della rivoluzione in corso. Femmina e lesbica, godeva della simpatia protettrice degli internauti occidentali che si mobilitarono quando venne annunciato il suo arresto da parte dei servizi segreti del “regime”.

Tuttavia, si è poi appurato che questa Amina, in realtà, non è mai esistita. Rintracciato dal suo indirizzo IP, il vero autore di questa finzione era uno “studente” americano di 40 anni, Tom Mc. Master. Questo personaggio, già identificato per preparare un dottorato in Scozia, era presente in occasione del Congresso dell’opposizione pro-occidentale in Turchia che causò un intervento della NATO. Evidentemente non era lì solo in qualità di studente [2].

La cosa più sorprendente in questa storia non è l’ingenuità degli internauti che hanno creduto alle falsità della pseudo-Amina, ma la mobilitazione dei difensori delle libertà per difendere quelli che in realtà li combattono. Nella Siria laica, la vita privata è considerata sacra. L’omosessualità, vietata negli scritti, non è invece repressa. Può essere difficile da vivere in seno alla famiglia, ma non nella società. Al contrario, coloro che i media occidentali presentano come rivoluzionari e che noi consideriamo invece contro-rivoluzionari sono, essi sì, violentemente omofobi.
Si ripropongono addirittura di instaurare delle punizioni corporali, fino ad arrivare alla pena di morte, per punire questo “vizio”.

Questo principio di inversione è applicato su larga scala. Tornano alla mente i rapporti dell’ONU sulla crisi umanitaria in Libia: decine di migliaia di lavoratori immigrati lasciano il paese per sfuggire alle violenze. I media atlantici ne avevano ricavato che il “regime” di Gheddafi doveva essere rovesciato e che occorreva sostenere gli insorti di Bengasi. Ora, non era il governo di Tripoli il responsabile di questo dramma, ma i sedicenti rivoluzionari della Cirenaica che davano la caccia alle persone di colore. Mossi da un’ideologia razzista, li accusavano di essere tutti al servizio del colonnello Gheddafi e appena ne catturavano uno, veniva sottoposto a linciaggio.

In Siria, le immagini dei gruppi armati appostati sui tetti che sparano a caso sulla folla e sulle forze dell’ordine sono state diffuse dalla televisione nazionale. Queste stesse immagini sono state riprese anche dalle catene televisive occidentali e saudite per attribuire questi crimini al governo di Damasco.

In definitiva il piano di destabilizzazione della Siria funziona in modo imperfetto. È riuscito a convincere l’opinione pubblica occidentale che questo paese è sotto il giogo di una terribile dittatura, ma ha rinsaldato la maggioranza della popolazione al suo governo. Tutto questo potrebbe rivelarsi pericoloso per chi ha concepito questo piano, in particolar modo per Tel Aviv. Abbiamo recentemente assistito tra il gennaio e il febbraio di quest’anno a un’ondata rivoluzionaria nel mondo arabo, seguita tra aprile e maggio da un’ondata controrivoluzionaria. Il pendolo non ha ancora terminato il suo movimento.

Thierry Meyssan
Fonte: http://www.voltairenet.org/Le-plan-de-destabilisation-de-la”

14.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIOVANNI DALL’ASTA

[1] « La France préparait depuis novembre le renversement de Kadhafi », par Franco Bechis, Réseau Voltaire, 24 mars 2011.
[2] « Propagande de guerre : la bloggeuse gay de Damas », Réseau Voltaire, 13 juin 2011

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