Nei paesi emergenti si stanno costruendo 60 nuove centrali nucleari. Fukushima ha assestato un colpo all’opinione pubblica mondiale, ma solo in Germania, Svizzera, Italia e Giappone ha condizionato la politica
Ad un anno dal disastro di Fukushima è tempo di bilanci per molti paesi industrializzati. Il nucleare ha ancora senso? I più avveduti, forti di un’opinione pubblica contraria, come la Germania, hanno accelerato per la dismissione degli impianti ed in Italia il referendum ha definitivamente affossato le speranze dei nuclearisti. Ma cosa succede nel resto del mondo? Come italiani siamo piuttosto al sicuro, ma siamo certi che il nucleare abbia davvero perso posizioni?
La realtà è un altra: il nucleare è tutt’altro che tramontato e rimane nei sogni energetici di molti paesi emergenti. Come rileva il rapporto del World Energy Council (WEC) dal titolo: “World Energy Perspective: Nuclear Energy One Year After Fukushima” allo stato attuale ci sono circa 50 paesi che stanno utilizzando, sviluppando o considerando l’energia nucleare come parte del loro mix energetico. In questa folta schiera ci sono delle new entry, come India, Cina, Russia e Corea del Sud: questi paesi da soli stanno costruendo ben  60 reattori nucleari. In Cina sono addirittura 26 impianti in costruzione.
L’energia atomica sta dunque raccogliendo ampi favori, nonostante l’incidente di Fukushima e gli allarmi della società civile. La crescita nell’utilizzo del nucleare è guidata essenzialmente da paesi non-OCSE – gli stessi paesi che stanno vivendo una sempre crescente domanda di energia.
Ayed Al-Qahtani, Senior Project Manager del WEC, ha rilevato che “l’incidente di Fukushima non ha portato ad alcun arretramento significativo nei programmi di energia nucleare, ad eccezione di Germania, Svizzera, Italia e Giappone”. Dal rapporto del WEC emerge una considerazione importante: a fare la differenza è l’opinione pubblica che influenza (così deve essere nei paesi democratici) la sfera politica e non viceversa.
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