Leon Camus, Global Research, 15 novembre 2013

1123La Turchia, al momento attuale, costruisce un “muro della vergogna” sul suo confine meridionale per evitare la diffusione sul proprio suolo dei combattimenti che imperversano in Siria tra curdi e i jihadisti internazionalisti che combattono contro le forze governative di Damasco. La costruzione che suscita la rivolta delle comunità curde separerà i due lati della barricata. La rabbia segue gli alaviti turchi scacciati dalle aree in cui i profughi siriani, ribelli all’autorità del regime baathista di Damasco, affluivano… Fu il momento in cui le rivolte della primavera araba sembravano spianare la strada all’istituzione nel Mediterraneo meridionale di una serie di governi islamici fabbricati dai Fratelli musulmani. Una prospettiva che ha incoraggiato le ambizioni neo-ottomane della Turchia supportate dall’esempio del successo economico. Ahimè, il potere alawita non è crollato, e la guerra ha un preso una piega disperata. Gli USA si sono quindi rassegnati a rinunciare, per il momento, a qualsiasi intervento diretto mentre quasi avvia negoziati bilaterali con l’Iran, alleato strategico della Siria. È una struttura completamente nuova, dopo tre decenni di negazione. Ma ora che l’economia turca soffre pesantemente per lo sforzo bellico e una crescita assai debole, 5% nel 2013, una perdita di quattro punti in due anni e mezzo di guerra, così come soffre dell’afflusso di rifugiati sul proprio territorio. Oggi, proteste e rivolte aumentano. Recentemente, dopo le massicce manifestazioni di giugno a Istanbul, l’agitazione maturata nella capitale Ankara, s’indebolisce un potere islamico reputato moderato ma che a poco a poco si scopre limitare le libertà civili o ripudiare l’eredità della laicità kemalista, imponendo leggi basate sulla Sharia. Nonostante il suo dinamismo economico, la Turchia tende a diventare “il malato d’Europa“… Un’Europa che miracolosamente ha ripreso i negoziati per l’adesione della Turchia, lasciati inattivi per diversi anni. Forse un modo per compensare Ankara per la pena presa cercando di rovesciare Assad, il risarcimento per le spese di guerra e la perdita dei profitti rinunciando a vedersi stabilire a Damasco un governo sunnita islamista moderato, un clone di Ankara.
Se il presidente francese, meno abile a sottrarvisi della gente di Washington, è stato ridicolizzato in Siria, ma agli occhi di chi? La Turchia ci ha lasciato le penne… Se Tarik Ramadan, nipotino del fondatore dei Fratelli musulmani e presidente degli studi islamici a Oxford finanziati da Doha, poteva scrivere nel settembre 2011 che “la visita del Primo ministro Erdogan in Nord Africa è stato un grande successo popolare”… “Da tre anni è diventato più popolare e rispettato per molti motivi: è stato eletto e rieletto, e tutti, anche i suoi avversari, riconoscono competenza e efficacia al suo governo. La Turchia progredisce dentro e fuori: meno corruzione, migliore gestione, meno conflitti...” (tariqramadan.com 20 settembre 2011). Molto rapidamente, comunque il giudizio elogiativo viene smentito dai fatti. In effetti, se la Turchia era presuntamente “dalla parte giusta della storia” all’inizio della primavera araba, rapidamente si disilluse con l’economia che subiva una grave battuta d’arresto per una guerra che segnava la fine delle esportazioni verso la vicina Siria, e per la proliferazione di campi profughi mal tollerati dalla popolazione locale, parte della quale dimostratasi ostile. Nel 2010, le esportazioni turche verso la Siria furono pari a 1845 miliardi di euro. Alla fine del 2011 erano sprofondate a 1611 miliardi… su un volume totale, è vero, di 137 miliardi dollari. Ma senza contare gli 800.000 siriani che, nonostante la rude dittatura assadista! Si recavano ogni anno in Turchia per visitarne le città… Inoltre, “poiché la Siria è in fiamme, le società turche non possono più inviare merci nel Golfo e nel Mashreq” (Cherry.fr 25 ottobre 12). Quindi, anche se gli esperti dicono che il commercio con Damasco rappresentava solo una quota minore del commercio turco, l’impatto della guerra è grande e non sempre visibile. Nel 2012, un forte rallentamento dell’economia iniziò a farsi sentire e tende ad aumentare in Turchia con l’estensione della guerra e l’accrescersi delle perdite economiche, ora pari a circa cinque miliardi di dollari, dopo la cacciata dall’Egitto dei Fratelli musulmani, a luglio! (Irib 2 settembre 2013) I rifugiati “supererebbero i 600.000, tra cui più di 400.000 che vivono al di fuori dei campi installati lungo il confine.” (Lesechos.fr 21 ottobre 2013). Ventuno campi che ospitano circa 200.000 rifugiati, ora “la Turchia sente di mantenere la sua politica della “porta aperta” verso i civili in fuga dalla guerra in Siria, nonostante la chiusura temporanea dei confini per via delle violenze localizzate“. A questo proposito, il primo ministro Erdogan aveva detto ad agosto che il suo Paese aveva già speso quasi due miliardi di dollari per ospitare i profughi (Ibid). Un afflusso incontrollabile che ha portato, nel 2012, a duri scontri tra gli abitanti locali… Delle centinaia di migliaia di siriani arrivati in Turchia dalla primavera del 2011, solo duecentomila, abbiamo detto, hanno trovato rifugio nei campi, altre decine di migliaia sono sparse tra le popolazioni urbane, dove la loro presenza è causa permanente di sommosse, soprattutto nella provincia di Hatay, Iskenderun, il sangiaccato sottratto alla Siria nel 1938, in cui convivono da tempo alawiti, sunniti e curdi, aleviti e cristiani… “scontri tra le comunità e manifestazioni anti-Erdogan hanno già avuto luogo ad Antiochia” (Lesechos.f 16 settembre 2013).
Poiché Turchia e Siria condividono 900 km di confine lungo cui hanno luogo pesanti combattimenti, soprattutto nella provincia di Idlib, dove hanno luogo gli scontri tra tribù curde ed mercenari arabi del Fronte al-Nusra, Ankara ha deciso costruirvi un muro di sicurezza… in linea di principio per vietare l’immigrazione illegale e il contrabbando, in realtà, per evitare che gli scontri tra ribelli curdi e salafiti si estendano in territorio turco (Reuters 7 ottobre 2013). Barriera di qualche chilometro per ora, ma subito chiamato “muro della vergogna“, in riferimento al muro di separazione costruito dalle autorità israeliane per isolare i palestinesi ancora presenti nella zona d’occupazione.

Il governo dell’AKP ora grava sulla Turchia
Da questo punto di vista, dobbiamo insistere sull’esaurimento del credito morale di cui godeva, fino al 2011, un potere che credendo fosse arrivato il tempo del trionfo islamista, s’è esposto assai goffamente. Un potere che si mostra per così come è, cioè una teocrazia democratica pignola e intrigante che interferisce nella vita quotidiana di un popolo le cui pratiche religiose sono tutt’altro che omogenee, a immagine della diversità etnica della nazione turca. Si pensi al dieci-venti per cento della componente Alawita della Turchia moderna, da sei a dieci milioni! Queste “teste rosse” (Qizilbash), i turcomanni e i curdi ribelli da secoli agli standard di un sunnismo raramente tollerante e talvolta feroce, non tollereranno l’indurimento islamico nel decadimento della laicità o delle libertà religiose garantite, il ritorno del foulard e il confessionalismo delle istituzioni e della vita quotidiana… Nella stesso ordine di idee, in risposta alle misure restrittive adottate dal governo Erdogan, rafforzanti le norme giuridiche ispirate alla sharia, la legge islamica, gli studenti che protestano violentemente ad Ankara, ieri, riecheggiavano le grandi mobilitazioni di giugno, in particolare ad Istanbul, avendo avuto simili se non identiche motivazioni. Ciò significa che il governo turco presentatosi alle elezioni come “islamico moderato”, segue la stessa direzione effimera dei Fratelli musulmani egiziani, o tunisini, la cui ideologia islamista ne ha rapidamente messo a repentaglio le possibilità, facendoli sbarazzare.
Quindi le scelte sociali, ideologiche e geopolitiche, in combinazione con la subordinazione atlantista profondamente errata, smisurata e senza giudizio, ha portato una Turchia prospera a conoscere sia una permanente debolezza economica che una significativa destabilizzazione interna, l’avanzata di una grande contestazione che la ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione europea, bloccata in questi ultimi anni prima dell’apertura del 5 novembre del capitolo 22 su “Politica regionale e coordinamento degli strumenti strutturali“, forse non salverà dal fiasco sociale ed economico che appare nel medio termine. Molti fattori sono presenti, permettendo in effetti un certo pessimismo sul futuro di un Paese che, forse, trova salvezza nella tardiva adesione a una Europa in crisi, ma desiderosa di unire la propria impotenza sulla guerra al confine con la Turchia, alla sua vocazione all’Islam dilagante e dal peso demografico schiacciante. Ciò, naturalmente, ignorando la Storia che le lezioni del passato secolo hanno dovuto essere impartite, dopo l’ultimo scontro con le ambizioni turche, ancora ben manifestatesi nel luglio-agosto 1974 con le migliaia di morti e di dispersi dell’Operazione Attila.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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