DI ENRICO GALAVOTTI

medioevo

L’egoismo del presente è frutto di una decisione storica, individuale e collettiva, più consapevole in alcune classi, più indotta dalle circostanze in altre, in un modo o nell’altro accettata dalla maggioranza dei componenti di una determinata popolazione: quella di abbandonare il passato pre-borghese, giudicandolo inutile, se non addirittura nocivo ai fini dell’emancipazione umana.

Privi di memoria, per molto tempo siamo stati convinti che il futuro si sarebbe svolto seguendo le modalità del nuovo presente, ovvero che non vi sarebbe più stato un ritorno al passato. Il futuro doveva essere una prosecuzione in meglio del presente, senza soluzione di continuità. Con la parola “benessere” si doveva anzitutto intendere il miglioramento del tenore di vita, l’aumento delle comodità.“Bene-Essere” sottintende, ancora oggi, nel mondo occidentale, la proprietà dei beni materiali, dalla quale si fa dipendere tutto il resto. L’essere coincide con la proprietà, cioè si sta “bene”, si è “liberi”, si è “realizzati” come persone tanto più quanto più si possiede. In questa concezione materialistica della vita ciò che soprattutto si teme sono le malattie, l’invecchiamento, la morte, e ovviamente la povertà. Il presente vuole vivere solo per se stesso, nella certezza di potersi riprodurre all’infinito nel proprio egoismo, la cui natura viene mascherata da ideologie religiose e idealistiche.L’unico passato che siamo disposti a valorizzare è quello che più ci somiglia, quello dei conflitti sociali, delle attività commerciali, del protagonismo dei mitici eroi, delle innovazioni tecnologiche, delle imponenti costruzioni architettoniche, delle guerre di conquista, del colonialismo culturale e religioso.

Che succederà quando questo sogno ad occhi aperti verrà infranto da qualche evento improvviso, non previsto? Saremo pronti ad affrontare le crisi di sistema senza cadere nel panico? Già adesso i fatti stanno dimostrando che anche un abbassamento progressivo del tenore di vita, per noi che siamo abituati a considerare la proprietà il valore n.1, può indurci a reazioni incontrollate, tipiche delle persone individualiste, che non contano sulla collaborazione altrui.

Negli anni Settanta lo choc petrolifero fu affrontato in maniera collettiva, perché quelli erano gli anni della contestazione e non ci si vergognava di non essere all’altezza dei tempi. Oggi invece la miseria porta facilmente alla disperazione e, in certi casi, anche al suicidio, o comunque ad assumere atteggiamenti molto pericolosi per la sicurezza altrui. Di fronte a una crisi improvvisa, p.es. di tipo energetico, come quella del 1973, o di tipo finanziario, come quella del 1929, oggi reagiremmo in maniera molto più irrazionale, proprio perché sono aumentati, procedendo in parallelo negli ultimi 30 anni, sia il benessere materiale che l’individualismo. Oggi ci sentiamo più ricchi e più soli, e ogni progressivo indebolimento del nostro potere d’acquisto ci terrorizza, ci fa vergognare d’esistere, ci porta a rinchiuderci sempre più in noi stessi, riducendo i consumi al minimo, risparmiando al massimo. Solo adesso il futuro comincia davvero a farci paura. La crisi energetica, i disastri ambientali, la precarietà del lavoro, i costi sempre più elevati dei beni essenziali e soprattutto l’incapacità della politica di risolvere qualunque serio problema, sono tutte cose che ci spingono a guardare con molto scetticismo il nostro immediato futuro, anche perché abbiamo la netta impressione di non poter più riprendere gli stili di vita pre-borghesi, di non poter più avvalerci delle conoscenze, delle abilità, delle risorse del passato, come invece potevano ancora fare, in qualche modo, le generazioni che ci hanno preceduto.

La tentazione di affidarsi a soluzioni autoritarie di tipo militare sta diventando molto forte. Noi non siamo più in grado né di recuperare un passato che abbiamo voluto tenacemente distruggere, né di guardare con serenità il futuro che ci attende. L’unica speranza che abbiamo è quella che, al cospetto di qualche grave catastrofe, si riesca a ritrovare la dimensione del collettivo, in virtù della quale possa sorgere l’esigenza di affermare valori opposti a quelli che non ci fanno essere noi stessi.

Non sarà un processo indolore e tanto meno di breve durata. La speranza, quella vera, è di ritornare al Medioevo, ma senza clericalismo e soprattutto senza servaggio.

Fonte: http://eccocosavedo.blogspot.it/2010/08/il-medioevo-prossimo-venturo.html

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