di Matteo Bernabei rinascita

Nella mattinata di ieri (venerdi, NDR) due attentati hanno colpito la sede delle sicurezza militare siriana e quella del distaccamento delle forze armate presso la città di Aleppo provocando, secondo i dati forniti dal ministero della Sanità di Damasco, 28 morti e oltre 200 feriti. Si tratta tuttavia di un bilancio ancora parziale, le autorità locali hanno fatto sapere che nel pomeriggio di ieri ambulanze e soccorsi erano ancora all’opera nelle aree colpite per tentare di recuperare i copri delle vittime e quelli dei superstiti da sotto le macerie.
Dall’inizio della crisi questo è il primo attacco compiuto contro la città più popolosa della Siria, che nei mesi scorsi era stata soltanto sfiorata dagli scontri tra l’esercito e le milizie illegali presenti nel Paese arabo. Ad Aleppo infatti la popolazione è quasi interamente schierata con il presidente Bashar al Assad e il suo esecutivo, a favore dei quali si sono svolte in più occasioni oceaniche manifestazioni di sostegno. E potrebbe essere stato proprio questo a spingere i gruppi terroristici vicini all’opposizione a colpire ieri le due sedi delle forze di sicurezza: dare un segnale ai cittadini perché non si oppongano al cambio di governo che dissidenti, governi occidentali e monarchie del golfo si preparano a compiere. A far crescere i sospetti a riguardo ha contribuito inoltre lo strano atteggiamento del sedicente “Libero esercito siriano” – una milizia composta da pochi soldati disertori e molti mercenari stranieri che da mesi ormai compie attacchi contro obiettivi sensibili delle autorità di Damasco – che prima ha rivendicato l’attentato, poi lo ha smentito, per giungere infine a una via di mezzo decisamente poco credibile.
“Questa è una risposta al bombardamento del regime contro Homs”, aveva dichiarato inizialmente all’agenzia spagnola Efe il colonnello Riad al Asad, presunto comandante del Les, contraddetto però poco dopo dal portavoce della stessa organizzazione armata, che ha invece accusato il governo siriano. “Lo hanno fatto per distogliere l’attenzione da quello che stanno facendo ad Homs”, ha affermato il colonnello Maher Nouaimi ai microfoni della France Press.
La discutibile giustificazione finale è poi giunta attraverso un intervento del comandante al Asad all’emittente satellitare qatariota al Jazeera, nel quale spiega che “questa mattina abbiamo effettivamente attaccato Aleppo e le due basi militari che si trovano al suo interno, ma gli attentati sono avvenuti dopo il ritiro dei nostri uomini”. Uno squallido tentativo di scrollarsi di dosso la responsabilità della morte dei civili senza dare, al tempo stesso, una dimostrazione di debolezza ai propri sostenitori. Si tratta in ogni caso di affermazioni che non tolgono nulla alla gravità della situazione, anche qualora il cosiddetto “Libero esercito siriano” avesse davvero attaccato le basi prima degli attentati. Ed è gravissimo anche il silenzio dell’Occidente, delle organizzazioni umanitarie e dei Paesi del golfo, che tanto si sono spesi per la presunta repressione di Damasco e che, invece, continuano con il loro silenzio a legittimare gli attacchi di una milizia illegale che sta dando vita a una guerra civile nel Paese. E dovrebbero essere queste stesse entità a rispondere a tutti quei siriani che si chiedono sempre più insistentemente perché gli attentati contro la popolazione e le sedi governative in Iraq e Afghanistan vengono condannati, e definiti atti di terrorismo, e quelli compiuti in Siria invece no. Chissà, potrebbe essere perché i governi di Baghdad e Kabul sono stati scelti dagli Usa e dai loro alleati, ma si tratta solo di congetture.

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