Vladimir Terehov New Eastern Outlook 09/08/2015abe-nguyen2

Gli eventi degli ultimi due mesi confermano la già nota ampia attività giapponese nel Mar Cinese Meridionale e nel sud est asiatico nel complesso. L’aspirazione a controllare questa regione ebbe un ruolo vitale nelle due guerre mondiali del secolo scorso. Oggi il Mar Cinese Meridionale è la chiave e il collegamento più vulnerabile delle rotte commerciali dal Golfo Persico e per l’Oceano Indiano. Garantirne l’attività diventa una questione di vita o di morte per il Giappone. Ciò è particolarmente aggravata dallo spegnimento di quasi tutte le centrali nucleari giapponesi, con conseguente aumento dal 70% al 90% della dipendenza energetica del Giappone dagli idrocarburi importati. Il 90% viene importato dal Golfo Persico. Tuttavia l’influenza cinese nel Mar Cinese Meridionale e nel Sudest asiatico s’impone quale forza prevalente nella zona, il che ne fa la principale fonte di potenziali sfide agli interessi nazionali del Giappone. La Cina ritiene che circa l’80% della superficie del Mar Cinese del Sud sia parte integrante del suo territorio per ragioni “storiche”. Pertanto, a lungo andare, la collisione sul Mar Cinese orientale intorno le isole Senkaku/Diaoyu si allarga al Mar Cinese Meridionale. Ci sono tutte le ragioni per ritenere che non finirà la crescente rivalità cino-giapponese e che già nei prossimi anni si ripeta nell’Oceano Indiano. Finora il principale strumento del Giappone nell’affrontare le questioni di politica estera resta l’economia, la terza del mondo e, in particolare, una serie di programmi di assistenza economica ai Paesi in via di sviluppo chiamata Aiuto pubblico allo sviluppo (ODA) nell’ambito dell’Organizzazione per la cooperazione economica. I documenti che disciplinano l’assistenza offerta dall’ODA si riferiscono direttamente all’utilizzo per risolvere i problemi su sicurezza ed interessi nazionali del Giappone stesso. E’ importante notare che il programma ODA è attuato dal Ministero degli Esteri del Paese. L’importo dell’aiuto finanziario annuale dell’ODA, negli ultimi anni, ha raggiunto circa 15 miliardi di dollari. Per cui, il Sud-Est asiatico è uno dei principali beneficiari dell’assistenza economica giapponese. Un buon esempio dei risultati è stato l’apertura ad aprile, in Cambogia, di un vitale ponte sul Mekong lungo oltre due chilometri e dal costo di 130 milioni di dollari, tutto a carico dell’ODA giapponese. Il primo ministro cambogiano Hun Sen ha definito il completamento della costruzione del ponte manifestazione della “solida amicizia tra Cambogia e Giappone”. L’abbreviazione ODA fu spesso menzionata al 7° vertice “Giappone e Paesi del Grande Mekong” a Tokyo del 4 luglio del 2015. L’associazione “Grande Mekong” comprende cinque Paesi (Vietnam, Cambogia, Laos, Myanmar e Thailandia) che utilizzano il grande fiume del Sud-Est asiatico oltre a mantenerne la purezza ecologica di fondamentale importanza. La lotta cino-giapponese per influenzare questo gruppo di Paesi (e anche la più ampia associazione ASEAN di cui fanno parte) è sempre più evidente, nonostante le consultazioni bilaterali periodiche per armonizzare gli sforzi nel “Grande Mekong”. Una piattaforma per le consultazioni è il “dialogo politico cino-giapponese nella regione del Mekong”, la cui quinta riunione s’è svolta ai primi di dicembre 2014. Dato che dalla rivalità cino-giapponese ne risulta la crescente concorrenza su quantità e qualità dei vari progetti infrastrutturali (come il già citato ponte in Cambogia), offerti ai cinque Paesi del “Grande Mekong”, questi ultimi cercano di avvantaggiarsene. A fine dicembre 2014, il primo ministro cinese Li Keqiang partecipò attivamente alla preparazione del prossimo vertice degli Stati membri dell’associazione. Durante l’incontro, il primo ministro cinese dichiarò la possibilità di finanziare diversi progetti nei cinque Paesi per 3 miliardi di dollari.
Vietnam's President Truong shakes hands with Japan's PM Abe before their talks in TokyoIl vertice “Giappone e Paesi del Grande Mekong”, ha portato all’adozione di una nuova strategia nella cooperazione bilaterale per i prossimi tre anni, dichiarando “il pieno successo” della strategia approvata nel 2012, secondo cui il Giappone nel quadro dell’ODA stanziava 6 miliardi di dollari per gli Stati membri dell’associazione. I Paesi del “Grande Mekong” apprezzano il ruolo del Giappone, non solo aiutandoli nello sviluppo economico, ma anche “rafforzando la stabilità” nel Sud-Est asiatico. Nel documento si esprime la speranza che il Giappone continui a cooperare in modo produttivo con i Paesi della regione. Queste speranze si basano particolarmente sull’impegno del Giappone a destinare assistenza finanziaria ai Paesi del “Grande Mekong”. Nei prossimi tre anni, l’ODA sarà pari a circa 6,1 miliardi di dollari. Tra le quattro “pietre angolari” dell’ulteriore sviluppo della cooperazione bilaterale, il punto sul “Coordinamento con i partner interessati” richiama l’attenzione. Tra i partner sono accennati Banca mondiale e soprattutto Banca asiatica di sviluppo controllata da Giappone e Stati Uniti, che cooperano nella regione, nonché il “dialogo politico cino-giapponese nella regione del Mekong”. L’ultimo vertice ha dimostrato ancora una volta il desiderio dei cinque Paesi nell’avere una posizione politicamente neutrale sulla partita tra le due principali potenze asiatiche e a non complicare il processo per “mungere” i principali finanziatori economici e finanziari. In particolare, nei documenti finali la questione dell’aggravarsi della situazione nel Mar Cinese Meridionale per le costruzioni cinesi su alcune delle isole contese è così importante per il “Grande Mekong” che fu lasciato intatto. Tuttavia, la posizione del Vietnam contro la politica della Cina nella regione comincia a distinguersi notevolmente dalla “neutralità totale” dei cinque. Ciò fu particolarmente evidente nel summenzionato vertice di Tokyo, dove nella conferenza stampa congiunta dei primi ministri del Vietnam e del Giappone Shinzo Abe, fu dichiarato che i due Paesi “condividono serie preoccupazioni sui tentativi unilaterali di cambiare lo status quo” nel Mar Cinese Meridionale. Allo stesso tempo, però, non hanno dato motivo diretto di preoccupazioni nippo-vietnamite.
La situazione tra Giappone e Cina nel complesso e nel Sud-Est asiatico in particolare, continuerebbe lungo la strada sbagliata, secondo il ministero della Difesa giapponese che partecipa al processo di protezione degli interessi nazionali. Quest’anno il Giappone ha già condotto due esercitazioni militari congiunte con le Filippine, il più severo avversario regionale della Cina. Con l’adozione dal parlamento giapponese di un nuovo pacchetto di leggi nella difesa, il 16 luglio, solo il rafforzamento della presenza militare del Giappone in Asia Sud-Orientale è prevedibile. Commentando le recenti attività economiche e militari giapponesi in Asia Sud-Orientale, l’editorialista della rivista American Interest conclude non senza ragione che “sono tutti impegnati a contenere la crescente influenza cinese nella regione“.1110_4_2

Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista onlineNew Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
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