Di Peppe Meola

La cosmesi del volto, operazione con la quale si abbellisce e rende più attraente un volto, nel mondo è conosciuta con due termini: maquillagemake up.
Il primo è francese, ed ha il fascino sonoro tipico di quella lingua, che esprime bellezza ed eleganza. Il secondo termine è inglese, di cui esprime la proverbiale pragmaticità ed asciuttezza di quella lingua.

In italiano invece, il termine più usato è “trucco“. Un termine bruttino, dal suono sgraziato; e che soprattutto evoca l’idea dell’inganno, del raggiro.
Però, in fin dei conti, esprime meglio degli altri il senso dell’operazione della cosmesi: vale a dire celare i difetti, distogliendo l’attenzione dalle imperfezioni.
Nell’ambito della finanza contabile degli Stati, il make up dei conti pubblici, ed in particolare del debito pubblico, è un’operazione in cui i nostri amici tedeschi, inglesi e francesi sono dei veri maestri.
In particolare a Berlino hanno imparato molto bene a coprire ed abbellire le imperfezioni dei propri conti. Tempo fa vi ho parlato di come il debito pubblico tedesco celasse un grosso stock di debito attraverso la Kfw (la loro Cassa Depositi e Prestiti), e di quanto ne beneficiasse così la tenuta della pretesa di modello europeo della Germania in termini di conti pubblici.
Ora succede che, sulla scorta della sintonia creatasi tra Monti e la Merkel, sembra che anche il Governo italiano si accinga a fare qualcosa del genere, come si apprende da questo articolo di Repubblica.
Così anche noi potremo evitare di conteggiare i debiti per gli investimenti e quelli dei rimborsi alle aziende fornitrici di servizi allo Stato. E lo faremo col maquillage.
Il debito pubblico ed il suo rapporto percentuale col Pil saranno più carini, certo; sarà un riuscitissimo lavoro di maquillage o make up, che dir si voglia. Ma in italiano,e nella realtà, si tratta pur sempre di untrucco
Quanto credete che possano impressionarsi i “cosiddetti” investitori internazionali (leggi finanza speculatrice globale)? Io credo molto poco.
Dell’Italia si fidano in pochi. E la fiducia, in un sistema balordo come quello in cui ci muoviamo, è tutto. Possiamo inventarci qualsiasi cosa, ma finchè il nostro Paese non avrà un’economia realmente in crescita, capace di aumentare i posti di lavoro, la produttività e la capacità di penetrazione dei mercati, non ci sarà trippa per gatti. 
In queste condizioni, con un sistema politico che più debole non si può, siamo un vero e proprio grosso parafulmine per la crisi sistemica che attanaglia l’Europa ed il mondo occidentale: dajè all’Italia!
Non che non ce lo meritiamo. Ma ci sono dei dati che dimostrano come per molte cose non siamo per niente gli ultimi della classe o i meno virtuosi. Niente di nuovo, per carità; ma è bene rinfrescarsi la memoria.
Dal momento che è in corso una crisi di liquidità del sistema, con le banche che razionano il credito a famiglie e imprese (nonostante le munifiche iniezioni di moneta della Bce), guardare solo al debito pubblico degli Stati non è sufficiente. C’è bisogno di andare ad osservare il debito pubblico aggregato, che tiene conto del:
  • debito pubblico
  • debito delle banche
  • debito corporate non bancario
  • debito privato.

Tralasciando il Giappone, caso particolare di Nazione detentrice della quasi totalità del proprio debito pubblico, il dato inglese è impressionante. A Londra il debito delle banche è qualcosa di abnorme, una pentola a pressione pazzesca. L’Inghilterra è una nazione de-industrializzata, senza un’economia manifatturiera da potenza economica mondiale, senza un’agricoltura capace di un minimo autosostentamento, che si regge solo su finanza e servizi.
Ma lì hanno la City, la London School of Economics ed il Financial Times…Stanno fuori dall’euro e dai radar delle Dark Pools.
La Francia della “grandeur” in politica estera, poi tanto grandiosa non lo è; riesce a far peggio dell’Italietta farsesca di cui il suo (quasi ex) presidente rideva in pubblici consessi europei.
E che dire della Spagna? Per molto tempo ci siamo dovuti sorbire le reprimenda internazionali sul confronto con gli altri “latini” europei, quelli col modello di sviluppo vincente. Quelli da cui bisognava imparare, perchè addirittura “campavano” ormai meglio di noi.
Sulla stessa scia, non si può fare a meno di dare uno sguardo ad un altro di quei Paesi che l’Europa ci offriva come modello virtuoso di sviluppo; una sorta di laboratorio delle politiche neoliberiste di successo: l’Irlanda.
Guardate un pò:
Che ve ne pare? Un successone, non c’è che dire!
Allora approfitto per ribadire che qui non sono in crisi singole economie.
Il problema è che abbiamo un paradigma economico che non funziona più.
Abbiamo una moneta come l’euro che non si è rivelata in grado di assicurare uno sviluppo armonico dei Paesi che lo hanno adottato.
Abbiamo una classe dirigente che si è gettata mani e piedi nella corsa alla finanziarizzazionedell’economia.
Abbiamo un sistema che concentra sempre di più la ricchezza, e dimentica ogni idea di redistribuzionevirtuosa.
Abbiamo una poderosa spinta verso la centralizzazione dei governi nelle mani di tecnocrati.
E questi tecnocrati non rappresentano il meglio della scienza, ma il massimo della vicinanza a potenti gruppi di pressione, appartenenti alle elite finanziarie mondiali.
Gridare in piazza contro le ruberie dei politicucci va bene. Chiedergli la restituzione del maltolto pure. Predicare per la legalità è sacrosanto…
Ma se non si attaccano i problemi sistemici del circuito economico, avremo solo perso tempo dietro simpatiche sfilate carnevalesche
Stay tuned
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