Il Capitalismo, di Arturo Labriola (1910)

Introduzione e i primordi del capitalismo
Suppongo che non ci sia più bisogno di giustificare la possibilità della storia economica, cioè degli accadimenti economici degli uomini. Fin dal 1836, il Waehler, nel suo Lehrbuch der Geschichte, definiva il compito della storia come dato dalla spiegazione del sorgere e del formarsi dello stato sociale del genere umano. Che la storia economica rappresenti il lato più importante di questa spiegazione è cosa anche troppo evidente. Del resto, anche in questa materia, il fatto ha deciso molto prima delle opinioni. Da un mezzo secolo a questa parte (dal 1850 al 1910) la storia economica, intesa come narrazione e coordinamento dei fatti che si riferiscono al modo di acquisto della vita materiale, nelle epoche successive, è cresciuta in un vasto edificio di ricerche, di spiegazioni e di indicazioni, che ha preso definitivamente il suo posto accanto alle storie
comuni, dedicate agli avvenimenti politici e militari.La storia economica è un fatto che non ha più bisogno di essere giustificato. La teoria pura riconosce volentieri di essere largamente debitrice verso di quella, anzi di fondare sulle osservazioni della storia economica le proprie conclusioni. Così l’annosa e stupida controversia fra storici e deduttivisti, nel campo dell’economia, si chiude con la dichiarazione da
parte dei teorici puri che ogni loro affermazione poggia su un dato della storia economica. La teoria economica restituisce alla storia i diritti che la frettolosa presunzione di taluno pareva contestarle (« Solo gli spiriti angusti possono credere, per es., che una indagine storica ben condotta non abbia a contribuire notevolmente alla conoscenza di quelle uniformità
la cui ricerca e la cui concatenazione logica formano argomento della scienza».
E. BARONE, Principii di Economia politica, Roma, 1908, pag. 6.). 

Ma la questione non consiste evidentemente nel sapere se una storia economica è fattibile ; sì
invece nello stabilire che cosa deve intendersi per storia economica e come deve essere condotta.Il Cunningham, facendo la storia del commercio e della industria inglesi, dice che fra storia politica e storia economica non sorge una differenza di ambiente. «La storia economica, dice egli, non consiste tanto nello studio di una classe particolare di fatti, quanto nello studio di tutti i
fatti della storia di una nazione da un particolar punto di vista. Noi cerchiamo estrarre dai ricordi del passato tutto quanto si riferisce al mantenimento e al prolungamento della vita umana, in qualunque forma si manifesti, sia la vita associativa della famiglia, della città o della nazione, sia
l’esistenza individuale del privato cittadino» ( W. CUNNINGHAM, The growth of english industry and commerce, Cambridge, 1905, pag. 8.)Il Cunningham concepisce la storia economica come uno studio delle influenze che i fatti politici hanno esercitato sulla maniera di conseguire la vita materiale. Il punto di partenza di tutte le sue ricerche è sempre lo stato politico di un momento o di un paese. Il matrimonio di Eduardo III con Filippa, le crudeltà del duca d’Alba, la revoca dell’editto di Nantes, la politica degli Angioini ecc., sono, secondo lui, tante circostanze che hanno esercitato un’influenza decisiva sullo sviluppo economico dell’ Inghilterra.
« Le nostre cose politiche, continua egli, non sono il risultato diretto delle nostre condizioni economiche ; mentre di volta in volta la nostra vita industriale è stata direttamente e permanentemente influenzata da circostanze politiche, e le cose politiche hanno nella storia dell’Inghilterra un’importanza molto maggiore che non quelle economiche La forma delle istituzioni industriali è stata così principalmente determinata da condizioni politiche» (Ib. pag.9). Per fortuna il materiale storico accumulato dal Cunningham vale un poco più delle sue vedute filosofiche !

Le quali, però, hanno un certo seguito fra gli storici inglesi dell’Economia.
Così il Price, premessa la definizione che il Marshall formula della scienza economica (uno studio delle azioni dell’uomo negli affari ordinari della vita), conclude che lo storico dell’economia si occupa di quella parte della storia, la quale si riferisce « alle azioni dell’uomo negli affari
ordinari della vita» (L. L. PRICE, A short history of english commerce and industry, Londra, 1904, pag. 3.); quindi la storia economica è uno studio della maniera come gli uomini hanno avuto i loro redditi e come hanno erogato il loro lavoro. Le vicende politiche hanno determinato le forme giuridiche dei rapporti sociali, e l’economia adattandosi ad esse, si è venuta variamente atteggiando. Se noi seguiamo questo principio, non si tratterebbe più di uno sviluppo autonomo delle forme economiche, ma di una indicazione di certi fenomeni derivati, che non vivono di vita propria, ma che la storia comune aveva tendenza a trascurare. La storia economica sarebbe dunque un semplice complemento della storia politica comune.
In ogni caso, una sequela di fatti, esposti secondo l’ordine della successione nel tempo, riferibili alla vita materiale degli uomini.

Ma, come si è già notato, questa modestia di intenzioni può non pregiudicare la ricchezza delle ricerche e delle scoperte dello scrittore.
Invece non è sempre vero che il concepire sistematicamente la storia rechi vantaggio alla storia. Chi esamini la maniera tenuta dal Loria e da qualche suo imitatore, ha l’impressione che nella storia tutto sia logico e razionale. Le istituzioni e le leggi si seguirebbero come la dimostrazione
di un teorema, questa diretta a provare la verità dell’assunto, quelle rivolte a soddisfare le « necessità » del sistema. La «costituzione» della società diventa qualche cosa di diverso dagli stessi uomini consociati, e questi si trasformano in suoi commessi mandatari. Certo così la storia
economica diventa ben autonoma di fronte alla storia politica, e gl’istituti economici acquistano un loro aspetto distinto e individuale ; ma una tale autonomia ci trasporta di sana pianta in un’atmosfera tutta mitologica, dove le « forme economiche», le « costituzioni sociali», le «necessità della produzione » cessano di essere il nome astratto di determinate e concrete relazioni sussistenti fra gli uomini medesimi che fanno la storia, per diventare esseri distinti e razionali, agenti in forza di motivi liberamente posti e liberamente seguiti. Allora nella storia anche l’errore, l’inconseguenza, l’assurdità, il casuale appaiono logici, evidenti, razionali e dimostrabili.
Questa roba poi, nell’ambiente accademico, per necessità e tradizione, ritardatario, è battezzata per scienza pura.

Le pagine seguenti sono dedicate a descrivere la formazione del sistema capitalistico industriale ; ma noi non vogliamo destare l’impressione che facciamo la storia di un « istituto » concreto che avesse organi e ufficiali propri, e meno ancora delle influenze che certi accadimenti nell’ordine legale avrebbero esercitato sulla maniera come gli uomini producono la loro vita materiale.
La prima cosa ci ricondurrebbe a quella storia sistematica che abbiamo or ora debitamente derisa, e la seconda alla storia empirica ed aneddotica della scuola inglese. Ma si aggiunge che non vogliamo nemmeno tentare una fusione dei due sistemi, ma bensì seguire la medesima traccia che la storia ne offre. (Questo libro è il risultato di un corso di lezioni tenuto all’Università di Napoli; e durante il corso si avvertì che non si tendeva ad esporre un materiale storico nuovo, ma piuttosto a mostrare come si potrebbe utilizzare quello esistente). Non ammettiamo che gli uomini siano i « mandatari» di una pretesa legge riposta e fondamentale, e non ammettiamo nemmeno che una infilata di fatti economici, esposti per ordine cronologico, facciano storia. Ci richiamiamo a una più semplice esperienza.

In ogni tempo e in ogni parte la maniera, come gli uomini producono la loro vita materiale, dà luogo a un insieme di fenomeni coordinati e subordinati.
L’importanza teorica di questi fenomeni, per chi si ponga il problema della forma di una determinata economia, è diversa, ma trattasi sempre di scoprire il posto che essi hanno nella serie. Ognuno di questi fenomeni ne richiama qualche altro, finchè, rifacendo il cammino della loro filiazione naturale, si giunge ad alcuni fenomeni elementari, che si dimostrano irriducibili
ad altri fenomeni. A questo punto evidentemente noi possiamo fermarci ed acquistiamo un grado di relativa sicurezza che, indagando su questi fenomeni, noi ci spieghiamo quella maniera di vivere sociale.

Evidentemente se la nostra è una ricerca storica, noi possiamo limitarci a seguire la genesi, la formazione e la scoltura di quella relazione fondamentale, evitando ogni inutile ricerca intorno ai fenomeni ritenuti subordinati e dipendenti.
In tal caso la storia di una forma economica si riduce alla storia di alcuni elementi fondamentali di questa stessa forma economica. E si vede che la messe abbondante di fatti raccolti dagli storici non è tutta confluente al fine della storia di una forma economica, trattandosi di fare fra essi una scelta ed isolando quelli solo che concorrono al fine. Il tentativo che si propone in queste pagine non avrebbe la sua ragion d’essere – tanto ricca è ormai la raccolta dei fatti, che si riferiscono alla storia del capitalismo – se l’Autore non fosse persuaso che il metodo che egli si propone non è stato ancora largamente seguito. Sono molte le storie economiche, numerosi i tentativi di storie locali e generali del capitalismo, ma è dubbio se lo studioso di materie economiche possegga oggi, nella ricca letteratura dell’argomento, uno studio sintetico ed organico, volto a rintracciare la storia del rapporto capitalistico fondamentale. L’erudizione tedesca perde nella copia dei particolari la visione dell’argomento. Dove invece prevale
l’inclinazione alla storia sistematica e per formule, l’istessa imprecisa notizia della materia concreta rende vano il tentativo di separare l’essenziale dall’accessorio, il fenomeno fondamentale dal fenomeno dipendente.

L’esperienza dimostra che il fatto fondamentale dell’economia è la produzione e che la produzione si verifica in diverse condizioni tecniche e sociali. Chiamiamo condizioni tecniche, brevitatis causa, la combinazione dei lavoratori di ogni specie; cioè di tutte le persone che attendono alla produzione, e per qualsiasi titolo : lavoratori materiali, direttori, amministratori, risparmiatori e capitalisti; con determinati mezzi di produzione (strumenti, macchine, materie prime e ausiliarie). Sono condizioni sociali i rapporti che intercedono fra le varie persone che figurano nel processo produttivo. Lo studio dunque di una forma economica equivale allo studio di quelle determinate condizioni tecniche e sociali. La storia del capitalismo investe per noi due ricerche :
1° la storia della formazione del sistema del salariato ;
2° la prevalenza successiva della produzione indiretta, 

cioè non calcolata sul consumo immediato, e quindi sempre più strumentale, sulla produzione diretta. Noi possiamo chiudere in questa cornice tutto il quadro del capitalismo. Il resto deve apparirci necessariamente come accessorio e derivato. La nostra ricerca è diretta appunto a stabilire come di un lavoratore indipendente si è fatto un salariato e come lo strumento di produzione (capitale) abbia potuto dominare il produttore che lo muoveva. Sono questi gli aspetti tecnici e sociali di quella rivoluzione economica, che ha fatto trionfare il capitalismo. Dobbiamo partire dal mestiere indipendente per giungere alla fabbrica capitalista. Fuori di questa ricerca
vi è il complemento o la curiosità storica, non l’indagine intorno alla formazione graduale di un organismo economico determinato.

Ma eccoci subito innanzi a una difficoltà. Quando lo storico inglese chiede alla storia politica i punti di partenza e di riparo nella sua narrazione, obbedisce in fondo a una necessità logica evidente. Il capitalismo non è un istituto storico, le cui origini datino da un momento determinato
della storia; è contesto di relazioni umane, cresciute di proporzioni da un certo punto in poi e che in ultimo hanno quasi completamente assorbito ogni altro genere di relazioni, ma che in un certo senso non hanno una data di origine molto nettamente o approssimativamente assegnabile. Le forme economiche non esistono mai pure e scevre dal contatto di altre forme economiche, come
dinastie che non possono regnare in un paese se non a patto di escludere le altre. Esse vivono molto bene nella società le une delle altre. Nasce quindi che il problema della loro genesi non si risolve per via documentaria e con l’assegnazione d’una data certa di origine.

Chi fa la storia sistematica ed a schemi se la sbriga facilmente. I sistemi economici seguono i sistemi economici, come le portate seguono le portate, in un pranzo. Il regime servile si tira dietro il regime del salariato, la produzione del mestiere indipendente il regime della fabbrica, alle rendite in lavoro seguono le rendite in danaro; ma tutto questo non esiste che sulla carta. Si può certo, nei vari paesi, assegnare una data alla cessazione della servitù, ma a parte che la legge interviene solo a processo già compiuto, il punto in cui la legge è promulgata non ha niente a che vedere con la genesi del nuovo sistema economico. Questo era già sulla via, aveva fatto la sua strada tranquillamente, e quando la legge soppresse un insieme di relazioni sociali, era già maturo e prospero.

Bisogna guardarsi dall’errore che consiste nel ritenere che, a un certo punto, il compagno del mestiere o il discepolo si siano trasformati in operai a salario e il maestro sia diventato il capitalista.
Queste trasformazioni a vista hanno potuto qua e là accadere per eccezione, ma sono ben lungi dal corrispondere al fenomeno generale. Eppure le nostre storie comuni pullulano ancora di simili errori ! Vi è molta gente, anche accademica, che ci spiega la successione: schiavitù, servitù, salariato, come una tragedia greca in tre atti, ognuno dei quali comincia quando l’altro è ben terminato e la tela è caduta su di esso.

L’idea che in questo scritto si sostiene è molto diversa (Si ricordi che questo libro è nato da un corso universitario) .
Essa può egregiamente ricondursi ai termini che il Bergson ha reso popolari fra gli studiosi (H. BERGSON, L’Evolution Matrice, Paris, 1907 ; si badi però che il nostro corso era già avviato quando il libro del Bergson fu pubblicato), sebbene sia nata indipendentemente dalla stessa formulazione della filosofia bergsoniana ; ma il fatto che l’esperienza del mondo sociale conferma punto per punto quella filosofia è un grande argomento che può esporsi a favore delle tesi del Bergson. Secondo questo filosofo, ciò che costituisce propriamente l’animalità è la facoltà d’utilizzare un meccanismo a scatto per convertire in azioni «esplosive» una somma maggiore possibile d’energie potenziali accumulate. Al principio l’esplosione si fa a caso, senza poter scegliere la sua direzione; così l’Ameba lancia in tutti i sensi i suoi prolungamenti pseudopodici. Ma, man mano che che ci eleviamo nella serie animale si vede la forma stessa del corpo disegnare un certo numero di direzioni ben determinate, lungo le quali camminerà l’energia.

La nostra storia del capitalismo illustra senza incertezze questo punto. Nel vasto campo della società si formano dei centri che immagazzinano, in forma di denaro, masse rilevanti di energia economica. È una cosa senza importanza sapere nelle mani di chi si formano questi depositi. Una
tale energia provoca una serie di tentativi, dapprima disordinati, che poco a poco s’incamminano in una direzione certa. Il successo di taluno di questi tentativi spiega l’imitazione di cui sono l’oggetto. Così poco per volta si forma una regola economica diversa da quella tradizionale; noi, tenendo conto del mezzo che l’ha determinata, definiamo capitalistica questa regola.
Il carattere principale di questa regola ci parrà dato da una mobilizzazione crescente del mezzo economico.

La storia, dunque, della formazione della nuova regola economica c’imporrà una doppia indagine:
1° la maniera come si sono costituiti i depositi
originari di energia economica;
2° il processo verso l’universalizzazione della crescente mobilità del mezzo economico. 

Così la ragione stessa circoscrive la ricerca e ne fissa i termini certi. Ma nel circoscrivere in questo modo il nostro compito, ci appare improvvisamente la natura della dimostrazione che noi saremo per dare in una luce affatto nuova, e dove noi indichiamo in che cosa essa consiste, ci renderemo contemporaneamente conto dello strano senso di fastidio che provocano in noi le ordinarie esposizioni delle formazioni economiche.

Queste o affastellavano fatti senza nesso apparente o reale fra di loro e in questo modo facevano della storia economica una confusione senza pari ; oppure, introducendo troppo ordine, anchilosavano la storia, la rendevano troppo logica e coerente, soprattutto troppo evidente, quasi dimostrazione di una tesi posta da una provvidenza superiore o nascosta in seno all’inconoscibile.
Ma se la formazione capitalistica non é che la storia della crescente mobilizzazione dei mezzi economici, essa é la vita stessa economica che si rivela agli occhi nostri, la vita come sviluppo, come successione, come durata, perché, come appunto insegna Bergson, solo ciò che si trasforma, dura, cioé esiste nel tempo ; in quanto che noi neghiamo la condizione della durata e della esistenza nel tempo a ciò che é sempre identico a sé stesso.

Il capitalismo vive perché si trasforma, e se il capitalismo é la considerazione dell’economia come processo verso la mobilità crescente, esso é la considerazione dell’economia come vita e come durata. Il mondo economico, lasciando, a un certo punto della artificiale misura introdotta nel tempo, la forma del mestiere, della unità agricola sufficiente a sé stessa, della produzione per il consumo in una parola (comunistica, servile o libera che fosse), comincia a vivere, cioé a durare trasformandosi, come la vita animale ha cominciato a sussistere da quando l’essere é diventato mobile e capace di coscienza.

Ora se la vita economica ci si dimostra realtà solo dal momento in cui appare il capitalismo -almeno per il nostro mondo civile, succeduto alle società antiche-essa non starà in una forma rigida e inarticolata, cresciuta quasi per via di accumulo di sedimenti, ma ci si dimostrerà per mille aspetti e modi, convergenti tutti al risultato della maggior mobilità e della maggiore strumentalità dell’organismo economico. In una parola, la forma economica che diremo capitalismo consisterà nella negazione di tutte le forme economiche chiuse e definite e nella creazione di un tipo capace d’infiniti adattamenti ; onde poi la fase conclusiva della società capitalistica ci apparirà nel formarsi di relazioni rigide e inestensive, relazioni incapaci di nuovi adattamenti e destinate perciò a sparire.

Sotto questa luce, la storia del capitalismo si mostrerà cosa tutta da fare. Il nostro tentativo, che usa un materiale già noto, salvo in qualche punto, vuol essere l’indicazione d’una via, poco più d’un esempio ragionato. Esso si limita ad esprimere il disgusto per la tradizione accademica connessa a simili studi e a dichiarare la necessità d’un rinnovamento. Gli storici di professione, coscienziosi ricercatori di laboratori e di archivi, hanno posto alla luce tesori, che l’economista, il quale é sempre un filosofo, quando anche sia incapace d’intendere la dignità dell’ufficio proprio nella divisione degli studi, deve ancora fecondare. Il giorno in cui la scienza economica sarà capace di utilizzare il materiale che la storia le trasmette, cesserà d’essere un catalogo di definizioni astratte, ricavate da alcuni superficiali fenomeni del mondo contemporaneo.
Sia detto di passaggio : la pretesa che ha l’economia d’esser tutta fondata sull’esperienza oggi é ancora in gran parte ingiustificata. “Arial Narrow”

Ecco quello che comporta il nostro punto di vista. La società economica non é un tutto compatto, comprendente un numero determinato di elementi che mutano aspetto, ma si conservano i medesimi nella successione del tempo.
Invece noi pensiamo che gli elementi che compongono una società economica siano affetti da un grado notevole di etoregeneità, di modo che essi sono sempre diversi gli uni dagli altri. Inoltre, sui margini della società, negli interstizi delle relazioni sociali, appaiono elementi inclassificabili
e senza funzioni determinate. La etoregeneità dei membri d’una convivenza sociale e l’esistenza di elementi inclassificabili creano nuove possibilità per la storia dei tipi sociali, cioé per il fatto loro diviene possibile che nuove forme nascano. Quindi non é la società vecchia che si trasforma nella nuova, ma sono gli elementi non riducibili al tipo comune che dànno origine alla nuova società. Le nuove relazioni, formatesi accanto a quelle vecchie, invadono poco per volta il campo lasciato alle vecchie relazioni e lo distruggono, o assorbendolo o sommergendolo. Non si tratta,
dunque, di vedere in che modo certi mutamenti esterni agiscono sui vecchi rapporti sociali, ma piuttosto di vedere come si formino i nuovi rapporti sociali in seno agli elementi inclassificabili di una determinata società e agli elementi più lontani dalla media, cioé che mostrano il massimo scartamento medio di questa medesima società.

L’accumulazione di energia che si verifica in essi spiega un ordine di azioni divergenti da quello consueto. Il primo compito dello storico é mostrare come si sono formati questi accumuli di energia. In un certo senso l’azione posteriore é un risultato di questo momento iniziale (Mi
pare che la storia economica renda possibile capire come accada il trapasso evolutivo, che il darvinismo vedeva nelle piccole divergenze individuali più adatte all’ambiente, trasmesse per eredità biologica e accumulate nella discendenza. La spiegazione darwiniana é crollata da quando col Mendel é divenuto di notizia comune che le piccole divergenze non si trasmettono e che l’evoluzione ha luogo per salti e bruscamente (Vedi: R. C. PUNNET, Mendelism, New York, 1909, pag. 55 e seg.). Ma né il Mendel, né il De Vries, né il Bateson riescono a fornire una spiegazione sufficiente del fatto dell’evoluzione, di cui si limitano solo a notare che non accade col meccanismo
noto come darwiniano.)
.

Noi vediamo che é fuori strada quel volgare positivismo che ci descrive la successione delle forme economiche come granelli di un rosario, sfilati meccanicamente sotto la mano della beghina. Non esiste questa necessità del passaggio, almeno nel senso comune ai positivisti ; esiste soltanto la necessità di una serie di tentativi divergenti dalla media delle azioni comuni. Chi si ponga dal punto di vista del risultato, ha facile gioco facendo apparire il conseguente come il prodotto del precedente; ma qui c’é un inganno della ragione.

Ciò che segue non è un prodotto di ciò che precede, ma un prodotto di forze che si sono opposte a ciò che precede e ne hanno trionfato. Ma anche in questo risultato non si nota lo sbocco di un processo dimostrativo, che non poteva avere una conclusione diversa. Il risultato sta nello slancio vitale esistente nel momento iniziale e il diverso impulso di questo slancio spiega le vie divergenti della evoluzione sociale. Il passaggio dalla società che basta a sé stessa, servile o libera, alla società capitalistica, si é compiuto in quasi tutti i paesi occidentali, ma la società capitalistica é ben lungi dall’essere la medesima in tutti i paesi dove si é impiantata; ciò che deriva in gran parte dallo slancio iniziale e dai diversi tentativi, che questo ha imposto. Tutto questo dimostra sperimentalmente che esiste un notevole grado di libertà nel passaggio delle forme sociali e che quella ferrea necessità della quale tanto spesso ama parlare la facile sociologia contemporanea é romanzo.

Il lettore poi vedrà da sé in che modo questi principii si potrebbero applicare allo studio della trasformazione sociale, che é oggi in via, ed il cui organo principale sembra essere l’organizzazione sindacale dei lavoratori.
Ma prima di passare ai fatti che hanno giustificato queste riflessioni, ci si consenta un’osservazione conclusiva.

In che modo si deve intendere il passaggio dalla società che basta a sé stessa alla società capitalistica? Noi abbiamo detto che soltanto ciò che vive e si trasforma, dura, cioé ha una storia,
e abbiamo detto che nel capitalismo é visibile lo sforzo della realtà economica verso la mobilità, quindi verso la vita. Noi vediamo, quindi, che delle costituzioni economiche succedute al periodo classico, solo il capitalismo può diventare il soggetto di una storia, perché é anche il solo che viva e si trasformi. Gli altri regimi possono fornire la materia di una descrizione, non di una storia. Quando dunque lo storico dichiara il suo imbarazzo innanzi ai regimi che hanno preceduto il capitalismo, quello non nasce dalla penuria del documento sebbene della stessa natura della materia, la quale non consente storia. Perché, a guardar bene, quella che noi crediamo storia del regime della produzione indipendente e sufficiente a sé stessa non é che la, storia delle influenze esercitate dalle nuove forme economiche sulle vecchie forme, immobili, senza durata nel tempo, senza vita e perciò senza storia. Il passaggio dal vecchio al nuovo, non accade per un adattamento del vecchio al nuovo, ma per una rimozione del vecchio.

La storia del passaggio dalla produzione indipendente alla produzione capitalistica é puramente e semplicemente la storia dello sviluppo del capitalismo.

Accade perciò che ogni storia economica, che dati dallo scioglimento della società classica, diventi, a sua stessa insaputa, una storia del capitalismo; ma quando lo storico non rilevi questa particolarità, la confusione s’introduce nella sua esposizione e questa ne rimane tutta viziata.

Il problema delle tendenze non nasce che a proposito del regime capitalistico, perché soltanto ciò che si muove nello spazio vive nel tempo, dura, per dirla col Bergson, e manifesta delle inclinazioni, cioé fa degli sforzi in un senso determinato. La società chiusa in sé stessa, la società che si riproduce automaticamente, la società che muta solo per una modificazione esterna, non dovuta al suo sforzo consapevole (una pestilenza, una invasione straniera, ecc.), non ha tendenze e non é capace di passaggi. La nozione delle tendenze storiche nasce appunto col capitalismo.

Il Bergson ha detto in una maniera molto generale che la vita é tendenza e che il proprio di una tendenza é di svilupparsi a forma di covone, cioé in maniera divergente da un centro (Bergson, ib, pag. 108). Sulle sue origini, il capitalismo si mostra capace d’infinite possibilità, come l’infanzia di un uomo sembra contenere tutte le speranze. Si può dire che questo suo carattere, che lo fa rassomigliare a un ammasso di germi, tutti parimenti vitali, determina una delle maggiori difficoltà della storia del capitalismo. Rintracceremo noi la genesi del capitalismo nella
mobilizzazione delle rendite fondiarie, oppure negli accumuli dei guadagni mercantili, od anche nelle esigenze delle amministrazioni pubbliche, che precipitano la forma naturale dell’economia e la obbligano a pigliare un aspetto monetario, o, ancora, nel fortunato saccheggio delle colonie, che immette in un mondo che si svolge come un meccanismo, sempre uguale a sé stesso, simile
a una scatola di musica, che contiene una sola sonata, forze nuove ; o in altri accidenti simili?

E tutte queste circostanze considereremo come determinanti la forma del salariato e della produzione per il guadagno ? In realtà il nostro punto di vista, il quale considera la società del mestiere come una incubatrice e il capitalismo come un dispiegamento di forze, che producono nuove forze, ci mette al riparo di questa disputa oziosa. Nel suo pieno sviluppo, il capitalismo
é il regno della varietà. Il suo pregio maggiore é non dipendere da una forma determinata e rivestire le fogge più diverse.
Contraendo alla minima espressione possibile questo prodotto terminale e chiudendo come in una scatola l’organismo estremamente elastico ed espansivo del capitalismo, vediamo che alle origini deve esserci ciò che si rinviene allo sbocco, ma in proporzioni estremamente attenuate.

Il mistero delle origini é in certo modo svelato dallo sviluppo completo dell’organismo, come d’altra parte la ricchezza del prodotto estremo deve dipendere da una qualche ricchezza degli elementi formativi. Se nel capitalismo tutto appare mobilità o tendenza (e le due espressioni forse non vogliono dire che la medesima cosa) noi non penseremo di rinchiuderlo in una formula
precisa e definitiva, ma lo studieremo là appunto ove ci apporrà una economia aperta alla vita, non chiusa in un bozzolo, inquieta

Continua nel Primo Capitolo

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