Di Arturo Labriola (1910), Universita’ di Napoli

Prosegue dal Capitolo 10

CONCLUSIONE

L’ESSENZA DEL CAPITALISMO

Utilizzeremo le precedenti ricerche per comprendere che cosa sia e in che cosa consista il sistema capitalistico ; subordinatamente per avere una nozione del capitale.

In generale gli economisti procedono in una maniera opposta ; essi prima determinano una idea del capitale e poi si levano alla concezione del capitalismo. Ciò
molte volte deriva dalla posizione pratica che assumono gli economisti come difensori del presente ordine della società ; più spesso dalla loro mania delle definizioni e delle classificazioni, che trasforma ogni giorno più l’economia in un genere di letteratura semplicemente insopportabile.

Quanto agli economisti che hanno fatto una specialità delle ricerche storiche, e sotto questo rispetto hanno fornito un lavoro formidabile per quantità e diligenza, è risaputa la loro mediocrità nelle ricostruzioni teoriche.

Vari anni addietro Senior scriveva: « Il capitale è stato definito in tante diverse maniere che è dubbio se questa parola abbia un significato generalmente ammesso»
(Political Economy, nella « Encyclopedia Metropolitana », vol. VI, pag. 153
).
E il Bóhm-Bawerk aggiungeva: «Quasi ogni anno si fa qualche nuovo tentativo per determinare il disputato concetto, ma sventuratamente sinora si è concluso ben poco. Invece quei tentativi son serviti soltanto per accrescere le schiere dei combattenti e dar nuova esca alle dispute » (BOEM-BAWERK, Positive Theory of capital, trad. ingl., 1891, pag. 23).

L’ultimo della serie, Irving Fisher, se la cava in una maniera stupefacente ; per lui è capitale qualunque specie di ricchezza esistente in un tempo. Una fotografia istantanea della ricchezza esistente in un determinato momento darebbe un quadro completo del capitale esistente in quel momento.
Essa comprenderebbe cose di lunga durata e cose di immediato consumo. Ci troveremmo carichi di carni, di uova, di latte, di pesci, di spezie, di zuccheri, come
raccolte artistiche pubbliche e private, libri, la pipa, che avete in bocca e voi stesso. Tutto ciò che non e stato ancora consumato al momento in cui fate l’inventario : le vostre qualità personali, le macchine della vostra fabbrica, il credito che avete alla banca e la clientela del vostro magazzino, tutto ciò è capitale.

E’ troppo! Come ogni cosa costituisce capitale, ogni uomo, che possegga se stesso in piena libertà, e non sia perciò servo o schiavo di altri, è un capitalista (IRVING FISHER, The nature of capital and income, New York, 1906, cap. IV.). Si vede anche che il sistema capitalista e antico quanto l’uomo e che anche un poppante, nella sua qualità di titolare della mammella di una nutrice, è un vero e proprio capitalista. Sono i trastulli che oggi sollazzano la nuova economia matematica.

Ci pare che il sistema il quale parta dalla determinazione dell’essere storico del regime capitalistico possa dare migliori frutti. L’economia degli uomini non esiste indipendentemente da certe forme storico-sociali. Bisogna dunque partire sempre da queste forme per risalire alle categorie logiche che l’economia adopera. Che poi, a un certo punto della ricerca, si possa anche trascurare quelle forme storiche, per esaminare i concetti per mezzo dei quali intendiamo o diventiamo consapevoli delle azioni economiche, è cosa perfettamente naturale.

Anche le idee sono un prodotto della nostra attività personale e non è possibile che in quelle non si ritrovi ciò che abbiamo posto in questa. Ma quando l’idea risponda a una elaborazione storica assai remota da noi, e si sia, per dir così, rotto il filo che unisce il fatto pratico al sublimato logico, la pura analisi del contenuto verbale dell’idea è insufficiente e dà luogo a interpretazioni arbitrarie e personali.
La lunga serie delle contraddittorie definizioni che si affollano intorno al concetto di capitale ne è una prova ( Vedi la rassegna nel citato capitolo del Fisher).

Noi desideriamo tenere un diverso cammino.

Le nostre indagini storiche ci hanno permesso di stabilire che il capitalismo e un sistema di produzione indiretta, nel doppio senso della mancanza di un vincolo diretto fra il venditore e il cliente, che si trasforma in un generico compratore, e della mancanza dello stesso vincolo fra lavoratore e prodotto. Il consumatore é un componente anonimo del mercato e il lavoratore non vive più del prodotto, bensì del prezzo della sua forza di lavoro ; in altri termini, il lavoratore non
ricava immediatamente il suo reddito dal valore del prodotto, ma dal valore della sua forza di lavoro sul quale solo di traverso e per indiretto agisce il valore del prodotto. Ognuna di queste caratteristiche potrebbe fornire un sistema di connotazioni del regime capitalistico, e infatti gli autori ora rilevano il vincolo fra la clientela e il venditore ora il vincolo fra il venditore e il lavoratore. E’ più semplice invocarle congiuntamente.
Bisogna adesso comprendere come questo sistema di produzione indiretta ha avuto la prevalenza sul sistema della produzione diretta.

La produzione economica si svolge sotto l’influenza di due gruppi di condizioni, che per semplicità chiameremo oggettive e personali. Sono condizioni oggettive, l’esistenza dei mezzi esterni della produzione : materie, strumenti, forze inanimate o animali, ecc.; invece sono condizioni personali, le forze stesse del lavoratore.
La produzione è il risultato della diversa maniera secondo la quale le condizioni oggettive si combinano con le condizioni personali. Si può dunque all’ingrosso dire che vi sono momenti in cui hanno maggiore importanza le forze personali ed altri in cui si deve riconoscere ai mezzi esterni questa maggiore importanza. Si può anche aggiungere che nelle forme economiche successive si riconosce ora la prevalenza delle condizioni personali della produzione, ora delle condizioni oggettive.

Finché le condizioni oggettive della produzione sono connesse alle condizioni personali non abbiamo capitalismo. Ciò può dipendere da varie circostanze, ma certo la più notevole e che le condizioni oggettive sono facilmente acquisibili, poco costose e perciò praticamente a disposizione di chiunque abbia già le condizioni personali per produrre, (forza di lavoro, energia, persistenza, conoscenza dei processi tecnici, ecc.).
Anche economicamente, cioè dal punto di vista del loro valore di riproduzione, le condizioni oggettive hanno scarso rilievo. O ha maggior valore l’attività personale fisico-intellettuale del lavoro o riesce per l’individuo senza importanza pesare l’importanza comparativa delle sue qualità soggettive con l’importanza delle condizioni oggettive del lavoro. Restiamo nella fase del mestiere e della produzione di famiglia. Siamo ancora lontani dal capitalismo.

Si vede che é un errore chiamar capitalistica una produzione assistita dagli strumenti, ecc. perché così avremmo avuto capitalismo dal primo momento in cui é apparso l’uomo sulla terra e ha dovuto procurarsi il sostentamento col sudore della sua fronte. Sempre c’é combinazione di condizioni soggettive e di condizioni oggettive.

Invece il capitalismo comincia quando le condizioni oggettive acquistano una
decisa prevalenza economica sulle condizioni personali e il valore comparativo
delle prime cresce di fronte alle seconde.

Quando il valor comparativo delle condizioni oggettive é cresciuto di fronte alle condizioni soggettive é diventata necessaria una regola economica per preservare, disciplinare e accrescere queste ultime (Da findet denn der menschliche Egoismus einen Antrieb, sich geltend zu machen, und es wird jedes Individuum bemuht sein, dort, wo die verfugbare Quantitàt nicht fiir Alle ausreicht, seinen eigenen Bedarf mit Ausschluss der Andern
moglichst vollstandig zu decken », K. MENGER, Grundsdtze, 1871, pag. 55.)
.
In altri termini, l’attività volta ad assicurarsi il possesso delle condizioni oggettive della produzione si é separata dall’attività lavoratrice pura e semplice. Le condizioni oggettive della produzione si sono separate dalle condizioni personali, ed é nato il capitale. Con questa scissione é sorta la possibilità di un conflitto fra le condizioni personali e le condizioni oggettive della produzione, che in effetti accompagna tutta la storia del capitalismo, e il cui tema fondamentale é sempre lo stesso : spetterà al capitale il dominio del lavoro o al lavoro il dominio del capitale ?

Come si sa, storicamente si e verificato sinora solo la prima parte del dilemma, ma alcuni economisti pensano che sia già cominciata a realizzarsi anche la seconda (È l’opinione del Pareto). Comunque, questo stesso conflitto é una prova che ha torto il Fisher, quando sulla traccia del Pareto e del Walras, insiste con tanta energia nel voler confondere la persona con i capitali.

Si vede, perciò, che ponendosi da un punto di vista storico é cosa relativamente facile, se non definire, descrivere in che cosa consiste il capitale.

Innanzi tutto é sempre vero che il capitale é costituito dalle condizioni oggettive della produzione. Impossibile accettare la nuova sofistica che chiama il lavoro un capitale personale. L’uso comune, che parla del conflitto fra il capitale e il lavoro, respinge questa assimilazione. Inoltre le condizioni oggettive della produzione non debbono essere riunite nelle mani di colui che lavora, o, quando sono riunite, bisogna separarle idealmente. Questa separazione diventa possibile pensando alla diversa importanza comparativa dei due momenti.
L’essenziale é solo che questa importanza divergente risulti ormai.
Per una prima approssimazione si può dire che il capitale sono le condizioni oggettive della produzione monopolizzate da un individuo non lavoratore, o non essenzialmente lavoratore. Ma poi si vede che bisogna ricorrere ad altre qualifiche non meno essenziali. Le condizioni oggettive sono una possibilità della produzione, da quando hanno acquistato una decisa prevalenza economica sulle condizioni personali.

Non si ha capitalismo fin quando le condizioni oggettive monopolizzate da una persona non entrano in contatto con l’attività personale di un’altra persona, che esse riescono a dominare. Avremo, cioé, ricchezza, accumulazione improduttiva, tesaurizzazione morbosa, non capitale. Nel caso normale, le condizioni oggettive devono muovere il lavoro personale di un lavoratore, perché si abbia capitalismo. Il capitale è il fattore produttivo impersonale che muove il fattore personale e assume l’iniziativa dell’ impresa economica. Per analogia chiamiamo capitale ogni bene economico che produce un reddito separato dall’attività personale del possessore, anche quando questo reddito non si ottenga da una combinazione produttiva (l’usuraio, il banchiere, l’appaltatore delle imposte, ecc). Ciò deriva dal fatto che questo capitale, per dare un reddito, ha dovuto sempre, in prima o ultima istanza, essere unito al lavoro personale, se non di colui che lo ha tolto a mutuo in un primo momento, almeno dei suoi contadini, dei suoi servi, o dei suoi parenti, ecc.

L’opinione comune che scambia il denaro col capitale é nel giusto, perché il denaro é il comun denominatore di tutte le condizioni oggettive della produzione. Invece, fuorché con una metafora contabile pregna di goffo seicentismo, il lavoro – cioé l’energia produttiva della persona concreta – si contrappone sempre al denaro, come l’elemento personale si contrappone all’elemento oggettivo.

Se il capitale é la comune espressione delle condizioni della produzione, il capitalismo é il sistema in cui le condizioni impersonali della produzione preponderano sulle condizioni personali. Lo sviluppo del capitalismo segna il passaggio ad una spersonalizzazione sempre crescente del sistema economico. Il massimo oggettivamento del sistema economico si raggiunge con la separazione del capitalista dalla fabbrica, con la forma della società anonima, con il trust, con la produzione sindacale-capitalistica, in ultimo con la gestione statale della produzione. Il socialismo statale é la forma culminante del sistema capitalistico, inteso:

1. come sistema di separazione del produttore dallo strumento di produzione

2. come assoggettamento delle condizioni personali del lavoro alle condizioni
oggettive.

* * *

Ma intorno al modo di intendere questa prevalenza dell’elemento oggettivo sull’elemento personale della produzione può capitare più di un equivoco.

A primo aspetto parrebbe che noi dovessimo al capitalismo una nuova tecnica, cioé un nuovo modo di combinare gli elementi della produzione allo scopo di ottenere un prodotto più ampio e che, grazie a questa nuova tecnica, l’elemento oggettivo della produzione avesse acquistato una decisa prevalenza sull’elemento personale (Sulle questioni interessanti la tecnica del lavoro, vedi : W. SOMBART, nell’ Archiv fur soziale Gesetz gebung », vol. XIV, fascicoli 1, 2, 3, 4 ; E. SAX, Wesen und Aufgabe der Nationalókonomie, Wien, 1884, pag. 11 e seg. ; A. F. LABRIOLA, Tecnica e forma sociale, Roma, 1900, pag. 21 e segg., ecc.).

Il maggior valore comparativo del capitale rispetto al lavoro e pertanto la maggior larghezza delle rimunerazioni del capitalista rispetto al lavoratore, in ogni caso concreto, nascerebbe dalla maggiore efficacia dal lavoro assistito dal capitale. («La funzione del capitale consiste nell’aumentare il prodotto netto di un processo tecnico che allunga il tempo necessario per ottenerlo», PANTALEONI, Economia pura, 1a ed., pag. 301)
Si può dire che la Scienza Economica abbia largamente sfruttato questo equivoco nell’interesse dei suoi scopi apologetici. Non pretende essa che ogni produzione più
largamente assistita dal capitale sia più rimunerativa di un’altra produzione meno largamente assistita dal capitale, e questa proposizione non coincide con l’altra che il capitalismo é una nuova tecnica, che si sostituisce a una vecchia tecnica ?

La storia economica é una smentita progressiva di quasi tutte le tesi dell’economia stipendiata.

Noi abbiamo visto il capitale entrare in contatto con un sistema tecnico di produzione già stabilito, rispettarne la base e conservarne tutti gli elementi, in un certo senso funzionare da elemento che si oppone alla stessa variazione. Lo studio del capitale nascente non é già escogitare più destre combinazione produttive, rimutando le basi della tecnica già acquisita al lavoro, ma penetrare negli interstizi di questo sistema,
deviando verso le tasche del capitalista i frutti del lavoro altrui. Esso non arreca al mestiere una nuova concezione della produzione o un nuovo portato dalla tecnica, ma cerca d’impadronirsi delle sue basi per mutare il sistema della ripartizione del prodotto. Fin dal primo momento il capitalismo ci sembra piuttosto un elemento perturbatore del processo di distribuzione che un elemento novatore del processo produttivo e della tecnica tradizionale di mestiere.

Le relazioni del capitalismo di fronte ai mutamenti della tecnica risultano chiare dalla nostra esposizione storica. L’evoluzione tecnica della società, in ciò che si attiene ai processi della produzione economica, segue leggi in certo modo, cioé nei limiti in cui ciò é possibile, indipendenti dalla configurazine storico-giuridica della società. Noi
non dovevamo ricercare le leggi di questo sviluppo nel nostro scritto, e ci bastava porre in luce il fatto che il capitalismo, come non é una nuova tecnica, é indipendente dall’evoluzione tecnica della società, almeno entro quei limiti circoscritti in cui é possibile dire che un fatto sociale é indipendente da altri fatti sociali. Il capitalismo,
dal momento in cui sorge (e noi abbiamo visto che esso é un fenomeno storico al quale si possono assegnare termini certi di nascimento) riesce a dominare tre forme successive di produzione tecnica : il mestiere, la manifattura e la macchinofattura, ognuna delle quali é suddivisibile in numerose altre e abbraccia una serie copiosa di sottospecie. Praticamente parlando, il capitalismo altro non é se non la produzione gestita per conto di persone che non sono i lavoratori immediati e per soddisfare i bisogni economici di persone estranee ai compartecipi dell’azienda economica, capitalisti inclusi fra questi ultimi. Or dunque il capitalismo é bensì interessato
all’assoggettamento dei produttori immediati e della clientela ; ma é senza interesse per la forma tecnica della produzione. Tutto al più si può dire una cosa sola. Vi sono forme tecniche del produrre, gruppi di associazione del lavoro economico, che realizzano meglio di certe altre l’assoggettamento del lavoratore e del mercato; ….(Nota: Marx ha costantemente trascurato questo elemento nel suo giudizio del sistema
capitalistico. Il capitalismo non è solo sfruttamento del lavoratore, ma anche del consumatore. Dove si prescinda dallo sfruttamento del mercato, diviene inesplicabile il sistema coloniale. Ma dove si introduca l’elemento dello sfruttamento del consumatore, che cosa diviene della teoria del plusvalore, cioè la teoria dei compensi capitalistici (rendita, interesse, profitto, tributi) come derivanti dal puro lavoro non pagato dell’operaio ? Evidentemente tutta l’architettura del sistema subisce uno spostamento); 

… naturalmente appena queste si dimostrano possibili, il capitalismo vi si butta sopra e le impone alla società, come si é visto accadere con la macchinofattura, per la quale é evidente il favore di cui la circonda il capitalismo, come mezzo per reprimere le rivolte operaie (Ure) e conquistare il mercato (Schulze-Gaewernitz). Ma il capitale, come tale, è innocente dei progressi della tecnica. Tutt’al più esso si limita ad esprimere dei giudizi di preferenza sulle varie forme economiche della produzione e ad imprimere loro il suo marchio.

Il risultato più evidente di ogni inchiesta storica sul capitalismo é spogliare il capitale di quella mistica aureola di produttività, che vorrebbe assegnargli in dono la ricerca teorica. Questa confonde lostrumento col capitale, il titolo di proprietà con la proprietà medesima. Il Fisher, fra gli economisti più recenti, é il solo che avverta i pericoli di questa confusione, sebbene egli ne ricavi altre conseguenze e tutta la sua ricerca sia viziata da un evidente scopo apologetico. Ricchezza e proprietà sono termini correlativi, ma la cosa realmente posseduta é la ricchezza ; la proprietà é soltanto il titolo che ci conferisce il diritto astratto di usarne secondo la nostra volontà (IRVING FISHER, The nature of capital and income, pag. 22). 

Se il Fisher avesse meglio approfondita la sua ricerca si sarebbe accorto che il capitale non é la ricchezza ma la proprietà, cioè il diritto di usare della ricchezza in un senso determinato. Operata questa distinzione fra la zona della ricchezza e la zona della proprietà, ridotto il capitale al possesso di un diritto e fatto coestensivo con la stessa proprietà si vede che il capitale é un diritto di disporre degli elementi della produzione, non la produzione medesima. La produzione consiste nel combinare gli elementi naturali in modo da trasformarli in utilità per gli uomini. Essa diventa capitalistica, quando ladisposizione degli elementi avviene soltanto nell’interesse dei loro proprietari.

Si può anche esporre la cosa in un altro modo. La tecnica é la struttura reale delle relazioni produttive, intese per relazioni produttive anche quelle di scambio, che in realtà fanno con le prime tutt’uno.
Il capitalismo é la soprastruttura sociale delle relazioni tecniche fondamentali. Quella potrebbe sussistere senza questa, cioé con una soprastruttura diversa. La soprastruttura sociale ci rimanda alle relazioni delle classi, ai rapporti politici, alle influenze storiche della violenza, della tutela, della consanguineità e della eterogeneità etnica, insomma a tutti quegli innumerevoli e multiformi miscugli che costituiscono la società storica propriamente detta. Naturalmente l’economista di
professione non darebbe prova della sua proverbiale avvedutezza se non confondesse fra loro tutte queste cose e non volesse ad ogni costo decretare come qualità del titolo quelle che sono proprietà della cosa, predicare del capitale (diritto a disporre degli elementi della produzione) ciò che va detto degli elementi della produzione. Il capitalismo non reca dunque nella produzione nessun principio tecnico nuovo. Solo in una maniera elittica si può parlare dei principi che il capitalismo introduce nella produzione, quando s’intenda dire : i principii, che durante il periodo in cui il capitalismo domina la produzione, sono adottati
dall’azienda economica (Evidentemente in questo unico senso ne ha parlato Marx, per il quale è fondamentale la differenza fra capitale (titolo giuridico) e ricchezza concreta, a cui si riferisce il titolo. L’entusiasmo invece col quale il Sorel parla del capitalismo mi pare discendere da una oscura confusione fra la nuova tecnica industriale e la sua forma capitalistica).

Le nostre ricerche hanno portato qualche nuovo argomento in favore della tesi,
che sostiene la relativa indipendenza della evoluzione della tecnica dalla evoluzione delle forme sociali, intese come nesso giuridico-storico.

Noi siamo adesso in grado di comprendere in che maniera il capitale riesce a prevalere nella produzione. Il capitale non é mai lo strumento o la cosa, ma il titolo col quale si possiede lo strumento o la cosa. Lo strumento o la materia prima, proprietà di un elemento estraneo alla produzione diretta, é capitale, ma ciò vuol dire anche che lo strumento e la materia prima sono estranee al lavoratore, sono da lui separate. Il capitale é una maniera di esprimere il fatto di questa separazione. Non si ha dunque più possibilità di lavoro indipendente. 
Il fatto di questa separazione pone il lavoratore alla dipendenza del capitalista e crea immediatamente la condizione di prevalenza del capitale rispetto al lavoro, cioé del capitalista, essere individuale o collettivo, persona fisica • morale, di fronte al lavoratore. Di qui innanzi, l’indipendenza é solo del capitale, dipendente é invece il lavoro.

La prevalenza del capitale rispetto al lavoro, o per esprimere la cosa in maniera meno passionale, il successo del capitalismo é un risultato di tutti quegli espedienti, fraudolenti e legali, automatici o artificiali, inconsapevoli o voluti, per mezzo dei quali il capitale riesce a sopprimere l’indipendenza del lavoratore. Come si vede, non ha importanza, o ha importanza solo come mezzo, la scoperta di un nuovo sistema tecnico. Bisogna invece cercare di raggiungere l’asservimento del lavoratore diretto o sopprimere l’indipendenza del produttore immediato. La nostra storia del capitalismo giustifica pienamente questo assunto. Vediamo, sugli inizi, il capitale cercar di togliere all’uomo del mestiere o la possibilità di acquistare la materia prima o di restare in contatto col consumatore. Non come portatore di una tecnica nuova, ma come monopolizzatore del mercato della materia prima e del prodotto finito, fa il suo ingresso nella storia economica il capitale.

La sua alleanza con i poteri pubblici, o, come in certi altri casi. la sua identificazione coi poteri pubblici, gli permette di realizzare molto più facilmente questo suo piano. Grazie all’esercizio di un monopolio conquistato con l’aiuto esterno della Stato, il capitale s’impadronisce della produzione, avendo di mira non il prodotto, ma il guadagno, o il prodotto come mezzo del guadagno, e noi lo vediamo riuscire tanto più completamente nei suoi piani, quanto più docili i poteri pubblici si mostrano nel servirlo.

Pertanto é il risultato di un vero errore storico, che non trova nessuna giustificazione nei fatti sinora noti, confondere capitalismo e nuova tecnica, capitalismo e nuova forma del produrre. Quando si parla di forma di produzione capitalistica si vuole intendere quella forma tecnica di produzione che si svolge concomitantemente all’asservimento sociale e giuridico degli elementi personali della produzione al capitalista. Più é completa questa soggezione e più é perfetta la forma capitalistica. Perciò lo statalismo, la produzione di Stato, questo programma della società dell’avvenire che oggi il riformismo socialistico riproduce a sua insaputa da epoche abbastanza remote, é l’ultima parola del capitalismo dominatore, poiché la riduzione della produzione nelle mani dello Stato sopprime perfino la possibilità di una forma sporadica di produzione indipendente.

Il fatto dell’assistenza che il capitalismo ricava nella sua marcia trionfale dagli organi dello Stato é l’ultima e più completa prova che il capitalismo nasce fuori le esigenze tecniche della produzione e deve la sua genesi a tutte le forze sociali che agiscono nelle convivenze umane. Da cui poi l’incompetenza dell’economista a giudicare
questo fatto.

Un oscuro presentimento di questa verità é nella enunciazione della cosiddetta Economia pura, la quale vuol essere una ricostruzione del processo economico indipendentemente da ogni condizione morale giuridica o storica, e una riduzione della economia alla ricerca della legge del minimo mezzo nella condotta degli uomini; come per dire che tutto quello che l’economista ha autorità per indagare é un frammento della concreta condotta degli uomini, volta a procurarsi i mezzi per la soddisfazione dei loro bisogni ; al che poi, senza tante sottigliezze, si riduce quello che nella vita comune chiamiamo l’economico. E questa tesi può anche ammettersi a patto che sia ben chiaro che si tratta di un’astrazione, perché poi lo stesso principio del minimo mezzo non esiste per sé, ma in connessione a una determinata società e non si può decidere di esso senza decidere di questa stessa società, prodotto storico di tutto un complesso di circostanze, fra le quali il razionalismo della condotta egoistica (economia in senso stretto) non ha che una minima parte (Ciò a parte
se sia lecito mantenere nell’economia un principio errato della fisica, dove volle ritrovarlo quel confuso pensatore e debole matematico del MAUPERTUIS, e d’onde gli scienziati sul serio tendono a scacciarlo; vedi: E. MACH, Die Mechanik in ihrer Entwickelung, 6a ed., 1908, pag. 406; ma io ritornerò su tutte queste questioni nella mia Introduzione alla scienza economica
).

Ma questa astrazione si ricava da un processo di successive riduzioni mentali, che spogliano il fatto di ogni sua apparenza, che non sia il razionalismo egoistico, mentre poi all’astrazione si giunge grazie all’osservazione di un fatto più pieno e ricco, cioé fornito di tutte le caratteristiche di cui lo ha provvisto la storia degli uomini. E quando facciamo dell’economia concreta dobbiamo appunto riferirci al fatto come esiste nella sua realtà ; ritenere l’economico in un senso lato come tutto ciò che vuol dire ricerca dei mezzi che conducono alla soddisfazione dei bisogni della vita e nella ricerca di questi mezzi fissare la maniera contingente come gli uomini li ottengono, e quindi il fatto sociale in tutta la sua pienezza. Il quale non é già un caso della universale legge dell’egoismo, come per tanto tempo, sulle traccie del Bentham, bamboleggiò l’economia, ma mostra anche qualche tratto cosiffatto, da cui la possibilità di studiarlo e di isolarlo; ma sempre si deve ritenere che tutte le deduzioni
da questo principio dell’egoismo sono astratte e valgono come combinazioni del pensiero ragionante, mentre il loro imperio cessa sulla soglia dell’economia concreta come l’hanno fatta secoli di lavoro storico.
Posto che il capitalismo non é un nuovo principio tecnico, ma l’espressione di una novella regola sociale nell’organizzazione della produzione, e cioé di un mutamento nei rapporti sociali fra le classi che partecipano alla produzione, si deve ritenere che il principio della distribuzione in regime capitalistico non é puramente economico, ma di natura molto più complessa.
Ma questa proposizione si può anche generalizzare ; inoltre ha bisogno di essere chiarita.

Considerando l’azienda economica nella sua costituzione interna, come organismo
volto a produrre dei beni d’uso, vediamo realizzarsi la legge del massimo risultato possibile. E questa legge non subisce modificazioni per l’esistenza, fuori dell’azienda economica propriamente detta, di determinati rapporti di classe. Quale che sia la persona nel cui interesse la produzione si svolge lavoratore immediato, signore feudale, capitalista o Stato, l’unità economica produttiva, nell’atto in cui fabbrica beni di consumo (personale o produttivo) si propone sempre un massimo risultato. In un certo senso si può dire che tutte le leggi dell’economia pura siano ricavate dallo
studio della produzione e della circolazione, intese come meri processi tecnici,
indipendentemente dai rapporti sociali (di classe) in cui si trovano rispettivamente
i vari produttori o interessati alla produzione. Approfondendo bene questo concetto, si vedrebbe che in fondo l’Economia pura é una filosofia della tecnica, tanto vero che i suoi più famosi cultori non se ne sono nemmeno accorti (BENEDETTO CROCE, in Materialismo storico ed economia marxista, 1907, pag. 281 e seg., dedica alcune pagine a questo soggetto, dove si può ammirare ad un tempo la presunzione di costui ad occuparsi di tutto, e la puerilità fenomenale delle soluzioni che ha l’abitudine di coniare.)

Finché restiamo sul terreno della produzione o della circolazione (scambio mercantile o permuta), cioé finché consideriamo soltanto l’insieme dei principii che risultano da un’attività volta a combinare le qualità delle cose in maniera da renderle convenienti per gli uomini, i rapporti di classe sono senza importanza. Evidentemente un uomo libero o un salariato maneggeranno il martello nella stessa maniera, e il trasporto, la custodia e l’alienazione al consumatore del prodotto si faranno nello stesso modo data la tecnica di un tempo – sia che di questo negozio s’incarichi una
cooperativa o che un capitalista lo pratichi nel suo interesse esclusivo.
Grazie al fatto che tanto il processo della produzione, quanto il processo della circolazione possono nella loro assolutezza separarsi facilmente dall’ambiente
storico nel quale si svolgono, si é potuto costruire un’economia teorica con tutti i caratteri di una scienza naturale, i cui dati siano in certo modo intransitivi.

Naturalmente non vogliamo domandarci qui fino a che punto é ammissibile la tesi
della indipendenza della teoria della produzione e dello scambio dall’ambiente
storico entro cui si forma I’ economia. Ci siamo voluti limitare soltanto ad ammettere la possibilità di questo fatto.

Altrove io ho scritto che la teoria della distribuzione dovrà essere separata dalla Economia politica (La speculazione economica, 1907, pag. 22.). Posteriormente il Barone ha aderito a questa tesi (E. BARONE, Principii di Economia politica, 1908, parte II.). Il significato che ha per me questo principio è assai semplice. Noi vedemmo che capitalismo non vuol dire una nuova tecnica, ma un nuovo sistema diappropriazione e di subordinazione sociale degli elementi della produzione. Per effetto di questo sistema:

a) il lavoratore é separato dallo strumento di produzione;

b) il consumatore é separato dal produttore diretto;

c) il prodotto é fabbricato per un richiedente anonimo.

La duplice tendenza del capitalismo é asservire il lavoratore e il consumatore; la prima cosa gli riesce completamente, la seconda solo per eccezione e temporaneamente. Asservito il lavoratore, cioé messolo in condizione di dipendere per la sua domanda di lavoro soltanto da un capitalista, la determinazione del valore della merce forza di lavoro, é completamente falsata. Solo l’economista accademico, nel suo affannoso tentativo di giustificare lo stipendio che lo Stato gli ammannisce, riesce a fare un sol fascio del valore dei prodotti e del valore della forza di lavoro. Ciò diventa abbastanza chiaro a una considerazione che il lettore potrà fare da sé.

L’Economia teorica afferma che lo scambio nasce da una divergenza delle utilità
soggettive del bene richiesto e del bene offerto, ma che il guadagno dei due permutanti sarà proporzionale all’urgenza comparativa della domanda reciproca, essendo tanto minore quanto maggiore é l’intensità della domanda della cosa non posseduta o insufficientemente posseduta. Il rapporto fra capitalista e lavoratore é tale che la domanda di salario da parte del lavoratore é normalmente più urgente della domanda di lavoro da parte del capitalista.
E poi la legge di popolazione permette di tenere sul mercato quasi sempre un numero di forze di lavoro superiori a ogni desiderio del capitalista. A parte ciò, quell’elemento della scelta fra lo stringere il contratto e il rinunziarvi che garantisce l’equità della contrattazione, manca nel caso del lavoratore, in regime capitalista, perché egli non può scegliere fra il lavorare per un capitalista e il lavorare per sé stesso. Ogni sua rinunzia al contrarre un patto leonino sarebbe scontata con la morte per fame. E’ vero che se il lavoratore non ha diritto di scelta, la sua condizione appare migliorata
dall’esistenza di una concorrenza fra i capitalisti, per cui ognuno di essi, potendosi sentire eventualmente minacciato dalla mancanza di operai, offre il massimo della rimunerazione possibile, cioé il prodotto dell’operaio marginale, come salario.

Ma a parte il fatto che l’offerta e la misura del salario é sempre subordinata alle esigenze del capitale (persistenza e aumento dell’ accumulazione) ; questa presunta minaccia, dalla quale il capitale dovrebbe sentirsi spinto ad offrire il massimo della rimunerazione, non esiste, perché le condizioni del mercato del lavoro – salvo momenti veramente eccezionali nella storia economica – assicurano il capitalista contro ogni ingrata sorpresa. Onde si può con sicura coscienza affermare che per il lavoratore comune non esiste concorrenza fra i capitalisti, questi sapendo che di lavoratori ce n’é sempre dovizia e ne cresce con un’abbondanza veramente spensierata.

Si può dunque dire che la misura del salario si conformi alle ordinarie leggi del valore solo per il fatto che in realtà anch’esso è sottoposto al principio del variare per la quantità di forze di lavoro offerte, ma che siccome questa quantità supera ordinariamente quella richiesta e ciò sia per fatto naturale, indipendente da calcolo economico ; della legge del valore si possa parlare, nel caso del salario, solo per via analogica. Se le quantità delle forze di lavoro esistenti sul mercato potessero mutare,
hic et nunc, in forza di un calcolo, mentre agisce su di esse la forza elementare del sesso, il problema delle loro quantità potrebbe trattarsi dal punto di vista economico. Ma così non essendo, l’applicazione dei principii economici ordinari, cioé il calcolo del più conveniente, si può fare solo per via traslata ; ovverossia é possibile esporre anche con terminologia economica la questione del salario.

Ad una più esatta intelligenza dei rapporti economici, si vede che sulle determinazioni delle rimunerazioni del lavoro, e perciò degli altri elementi produttivi, agisce immediatamente la costituzione sociale esistente, come condizione elementarissima a cui sottostà la stessa vita economica della società, come fatto preliminare al quale si adatti la tecnica del produrre. Sono le relazioni di classe, quali si sono storicamente determinate, che hanno in questa materia la parola decisiva. Noi dicemmo che il capitalismo consiste nella separazione crescente del produttore dal mezzo di produzione e dal consumatore. Ad ogni momento di questa separazione risponde un diverso asservimento del lavoratore al capitalista, un diverso grado d’indipendenza del lavoratore rispetto al capitalista, quindi una diversa misura delle rimunerazioni del lavoratore medesimo. Non dovemmo constatare che sugli inizi del rapporto del salariato, il lavoratore godeva una situazione più favorevole di quella presente ; e la condizione attuale più favorevole di quella che si ebbe fino alla metà del secolo scorso, non ha per causa il cresciuto grado d’indipendenza del lavoratore rispetto al capitalista, per l’avvenuto allontanamento del capitalista dalla fabbrica e la dimostrata forza dei sindacati operai ? Anche in questo caso la storia economica modifica le comode riduzioni dell’economia astratta e suggerisce gli elementi di una nuova teoria.

Chiunque guardi con occhi non prevenuti il tema della distribuzione e si rifiuti
ad ammettere tesi di classe come fa la nostra economia accademica, deve respingere
l’assimilazione tra mercato del lavoro e mercato dei prodotti. Questi sottostanno
alla regola economica del più conveniente e variano per il variare di un calcolo soggettivo ; quello ha cause elementari, in gran parte dipendenti dalla stessa costituzione fisiologica dell’uomo e dalle esigenze naturali del sesso, cioé da un fatto non razionale e perciò non economico … nel senso degli economisti. Ciò dimostra che la teoria della distribuzione é tutta da rifare. Si può persino dubitare se la teoria della
distribuzione guadagni nulla ad essere esposta come un caso del problema del valore. Non si parla tutti giorni della «crudeltà» o della «indifferenza» dei capitalisti, da una parte, della «tracotanza», della «insaziabilità» degli operai, dall’altra ; e poi
della «tirannia» dei sindacati, della «partigianeria» dello Stato nei conflitti economici fra lavoratori e capitalisti ? E non ci rimandano questi termini dal valore mercantile alla forza materiale, dal calcolo egoistico all’istinto di dominio ? – Ma ce ne vorrà prima che l’Economia riesca a mettere a frutto queste ovvie considerazioni ! * * *

Nel corso dell’evoluzione storica, i rapporti fra le varie classi di persone, che dànno vita al capitalismo, si modificano incessantemente.

L’importanza comparativa delle condizioni oggettive della produzione di fronte alle condizioni personali non resta sempre la stessa. Abbiamo già visto che un tal divario nell’apprezzamento delle condizioni oggettive di fronte alle condizioni personali, da parte dell’imprenditore, cioè di colui che assume la gestione dell’azienda, si fa strada un poco per volta e risponde alle condizioni successive di asservimento del lavoratore e del consumatore.
Questo asservimento é graduale e non diventa completo se non con la grande industria, la quale é l’uso di un sistema tecnico di produzione che per la importanza dei mezzi adoperati deve necessariamente sfuggire al lavoratore. Col sistema della grande industria, il capitalismo della produzione raggiunge la sua fase più completa, certo anch’essa perfettibile, ma tale che non teme più gli assalti della produzione indipendente.

Se non che proprio al momento in cui il capitalismo “celebra il suo pieno trionfo” appaiono le forze che tendono a disgregarlo. Noi veramente ci siamo riservati di trattarne altrove, avendo voluto occuparci in questo scritto della evoluzione del capitalismo, la quale deve considerarsi terminata con l’apparire dei sintomi della decadenza che fanno cessare il processo dello sviluppo per dar luogo al fenomeno della morte. Ma poche formule serviranno a tenerci aperta la strada verso ulteriori ricerche.

Conseguito l’asservimento del produttore immediato e cessata la possibilità di ritorni offensivi da parte del mestiere o della manifattura indipendenti, il capitale assurge a un’importanza veramente singolare nella storia economica.
Se non che lo stesso incremento dell’accumulazione capitalistica genera il fenomeno affatto opposto a quello che aveva assicurato il successo del capitalismo.
Questo nasceva dalla maggiore importanza comparativa degli elementi oggettivi rispetto agli elementi personali della produzione, nel giudizio dello imprenditore.

Ma con l’incremento favoloso dell’accumulazione capitalistica é turbato il centro di gravità su cui questo edificio sedeva ed ogni più lieve perturbazione atmosferica minaccia la stabilità dell’edificio.
La mole cresciuta del capitale mina il valore delle unità capitalistiche e altera il rapporto che l’evoluzione storica aveva costituito fra il lavoratore e il capitalizza. Sintomo di questo mutamento nel giudizio del valore comparativo dei due elementi della produzione sono le cure crescenti dello Stato per la sorte e la persona del lavoratore, tradite dallo sviluppo della legislazione sociale, in sé pressoché nulla, ma significativa come sintomo.
La scemata importanza del capitale si rivela nel difetto della saggia regola economica nel conservarlo, amministrarlo ed accrescerlo, negli eccessi della speculazione, nella sua distruzione parziale per effetto della politica del capitalismo sindacale, nella severità del fisco verso di esso, inaudita sin qui nella storia del capitalismo, nella scarsa protezione che lo Stato offre contro le violenze del lavoro, nel prevalere di considerazioni umanitarie nelle relazioni fra le due classi del reddito ( “Los travailleurs sont de jour en jour plus acquis au principe de la Tutte de classe, ila méprisent profondément les discours miellés qu’on leurs tient pour les détourner de cette lutte ; les seules personnes qui se laissent prendre à cet appàt sont de nombreux membres de l’élite en décadence, qui devient de moins en moina capable de défendre ses positions, tandis que l’orage gronde sur sa téte ». V. PARETO, Systèmes socialistes, vol. II, pag. 397. – Vedi anche : G. LE BON, Psicologie du socialisme, pagina 461)
L’economista dottrinario denunzia gli effetti dell’umanitarismo e della filantropia popolarizza come altrettanti attentati alla sorte del capitalismo e geme sull’avvenire
delle classi borghesi, destinate, secondo lui, a morte ingloriosa. Ma non s’accorge che questa politica sarebbe inesplicabile senza la diminuita importanza del capitale nel processo economico, per effetto della sua folle accumulazione, ed in seguito alla quale la stessa distruzione parziale del capitale può essere benefica alla classe capitalistica, come un salasso può esser necessario a restituire l’equilibrio della circolazione del sangue ; ma si capisce che il salasso si amministra ad un malato! Onde l’economista ortodosso, nella sua mania difensiva, condannando l’umanitarismo, non si accorge di condannare l’unico mezzo che possa ancora prolungare la vita della società capitalistica, cioè quel mezzo che svalorizzando,
parzialmente, il capitale, gli assicura ancora decenni di dominio.

(Nota: È da questo punto di vista che deve giudicarsi il favore col quale le classi capitalistiche accolgono il riformismo socialistico.
Non mi pare che il Pareto e il Sorel da due opposti punti di vista, abbiano esattamente valutato il fenomeno del crescente favore delle classi borghesi per la riforma sociale, che, lungi dall’essere la prova della decadenza delle classi borghesi, potrebbe esser l’indice di una loro persistente vitalità e di una loro esatta intelligenza del proprio interesse, si capisce : quale si può avere in un periodo di cessato sviluppo e di iniziata disgregazione. Ma di ciò ho già parlato in Riforme e Rivoluzione sociale). 

In questo periodo contrassegnato dalla scemante importanza degli elementi oggettivi della produzione rispetto agli elementi personali, il capitale si disinteressa sempre più della produzione e cerca risalire verso le sorgenti : il commercio, la funzione statale, l’usura bancaria, ecc.
Non soltanto esso non resiste alle statizzazioni, ma le provoca ed é lieto di riposare nel porto della rendita pubblica le sorti agitate del proprio profitto.

La formula riassuntiva della espropriazione con indennizzo è la collettività capitalistica trasformata in una gregge di percettori di rendita pubblica, pagata dallo Stato agli antichi produttori privati ; una piccola rendita, ma sicura, che permetta una vita di agi modesti e di ozio pacato.

Né questo avvenire é senza attrattive per una generazione di capitalisti disabituati alla fabbrica, ignari dei processi tecnici, sforniti di spirito inventivo ed incapaci d’intendere la estrema bassezza di una vita sterile, improduttiva, senza alternative di successi e di sconfitte, senza speranze di altezze, grigia, sempre eguale a sé stessa. Il
capitalismo statale é l’ultima espressione del processo di svalorizzazione progressiva del capitale.

Trattasi solamente di vedere come l’accoglieranno i sindacati operai, rappresentanti
di quell’elemento personale della produzione che, in opposizione all’elemento oggettivo, cresce tutti i giorni di forza. Che se in essi pulsasse veramente piena e forte quella vita che scorre eguale e opaca nelle vene di un capitalismo moribondo, l’avventura del capitalismo statale potrebbe provare una buona delusione per l’intervento energico e deliberato delle classi lavoratrici nel campo della produzione.

Ma questa probabilità non potrebbe giudicarsi se non dall’esame della capacità di azione del presente sindacalismo operaio, e noi abbiamo già detto che riserviamo a miglior tempo una tale indagine.

FINE

ARTURO LABRIOLA – IL CAPITALISMO – 1910 Ed. Bocca, Torino

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